24 Settembre 2022

Iran: accordo congelato

Doopo la “pausa” nei colloqui di Vienna sul programma nucleare iraniano, Francia, Germania e Regno unito esprimono preoccupazione; Tehran si rivolge a Mosca, ma intanto colpisce i suoi avversari geopolitici

Battuta d’arresto per gli accordi di Vienna

Tre giorni dopo l’annuncio da parte del capo della diplomazia dell’Unione europea (Ue) Josep Borrell di una pausa nelle trattative di Vienna tra l’Iran e i paesi del P5+1, Tehran fa sapere che il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian è atteso in visita ufficiale a Mosca domani, per incontrare il suo omologo russo Sergej Lavrov. Al centro delle discussioni, naturalmente, le stesse trattative, sospese da Bruxelles dopo che la Russia (che fa parte del P5+1, con Germania, Francia, Regno unito, Stati uniti e Cina) aveva chiesto agli Stati uniti (Usa) la garanzia che le sanzioni imposte dopo l’attacco all’Ucraina non avrebbero minato le sue relazioni di cooperazione economica con la Repubblica islamica. Richieste giudicate “fuori luogo” dal Segretario di Stato Usa Antony Blinken, ma che Tehran ha definito legittime. Infatti, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Said Khatibzadeh ha dichiarato che la pausa annunciata dall’Europa l’11 marzo non indica che le trattative sono in una fase di stallo, chiarendo al contempo che le sanzioni imposte da Usa e Ue non impediranno alla Russia di concludere affari con l’Iran. Inoltre, ha aggiunto, ricondurre l’interruzione delle trattative a Vienna esclusivamente alla richiesta di garanzie da parte di Mosca, è una mera macchinazione di Washington per eludere le proprie responsabilità nel prolungare le trattative. Un riferimento da un lato al rifiuto statunitense di partecipare direttamente ai colloqui, dall’altro alla decisione presa dall’ex presidente Usa Donald Trump, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo del 2015, noto con l’acronimo JCPOA.

Con o senza la Russia?

Il 13 marzo, il quotidiano statunitense Wall Street Journal ha citato le dichiarazioni di un funzionario Usa (che ha chiesto di mantenere l’anonimato), secondo cui Washington prenderebbe in considerazione anche l’idea di concludere con l’Iran un accordo senza la Russia, nel caso in cui quest’ultima non dovesse rinunciare alla sua richiesta di garanzie. In effetti, non è inverosimile che gli Usa, in un momento di aumento vertiginoso dei prezzi di gas e petrolio, abbiano interesse a concludere rapidamente un accordo con la Repubblica islamica, che potrebbe figurare tra le fonti alternative per l’approvvigionamento di idrocarburi. Tuttavia, il 14 marzo, Khatibzadeh ha precisato che questa ipotesi non sarebbe contemplata, neppure per un accordo temporaneo. Una posizione apprezzata dal negoziatore russo a Vienna, Mikhail Ulyanov, che in un post sulla rete sociale Twitter ha scritto: «Posizione chiara. Nessuna ambiguità. Nessuno spazio per le speculazioni». Preoccupazioni, invece, sono state espresse da Francia, Germania e Gran Bretagna, che hanno ammonito la Russia sulle ripercussioni negative della sua richiesta di garanzie sui negoziati con Tehran, che rischiano di collassare proprio nella loro fase finale, dopo 11 mesi. In una dichiarazione congiunta, Parigi, Berlino e Londra hanno infatti precisato che «nessuno dovrebbe cercare di sfruttare le trattative per il JCPOA per ottenere garanzie che non riguardino il JCPOA», sottolineando al contrario l’urgenza di raggiungere un accordo con la Repubblica islamica.

Gioco al rialzo

Dal canto suo, la Guida suprema della Rivoluzione iraniana Ali Khamenei ha detto che l’Iran non rinuncerà né alla sua capacità difensiva, né alla sua posizione geopolitica regionale, né ai progressi nella tecnologia nucleare. Sulla stessa linea, il ministro del petrolio Javad Ouji ha dichiarato in un’intervista televisiva che i numerosi tentativi degli Usa, soprattutto negli ultimi mesi, di bloccare le petroliere iraniane non sono riusciti a impedire a Tehran di esportare petrolio. Quanto al peso geopolitico della Repubblica islamica, il 13 marzo i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato l’attacco missilistico sferrato lo stesso giorno su Erbil, capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Dodici missili balistici hanno colpito quello che viene definito una base israeliana utilizzata come centro di addestramento segreto del Mossad, ma le autorità di Erbil hanno smentito la presenza di simili strutture nel loro territorio, condannando l’attacco come una violazione della sovranità irachena. L’Iraq, inoltre, ha richiamato l’ambasciatore iraniano per protestare contro un attacco, che ha causato solo danni materiali a strutture e abitazioni civili. Tehran, nondimeno, ha lanciato un monito a Tel Aviv sulla possibilità di nuovi attacchi, in risposta all’uccisione di due Guardiani della Rivoluzione durante un attacco missilistico israeliano, nei dintorni della capitale siriana Damasco, lo scorso 8 marzo (almeno due erano state invece le vittime civili). Arabia saudita, Emirati arabi uniti ed Egitto hanno immediatamente condannato l’attacco iraniano, schierandosi in difesa della sovranità, della stabilità e della sicurezza irachene.