25 Maggio 2022

Smart working, una realtà ormai consolidata

L’emergenza pandemica dovuta alla diffusione globale dell’infezione da Covid-19, ha portato il Governo italiano ad adottare misure di contenimento, che hanno previsto anche la riduzione degli spostamenti non necessari delle persone dalla propria abitazione e la facilitazione del ricorso al lavoro agile (smart working), in tutto il territorio nazionale.

L’utilizzo generalizzato e straordinario di tale strumento ha così consentito alla datori di lavoro ed ai dipendenti – di sperimentare una modalità che, prima della pandemia, è sempre stato valutata solamente nell’ottica di favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Tale percezione, che spiega in parte la sua limitata applicazione nel nostro Paese, non ha consentito, almeno finora, di comprenderne appieno le reali potenzialità, sia in termini di aumento della produttività che di promozione dell’innovazione dei processi lavorativi.

La digitalizzazione è diventata ormai una solida realtà nella maggior parte delle professioni, ed in quasi tutti i settori. Si è sviluppata una serie di nuove professionalità che per essere svolte rendono necessario semplicemente l’uso di un computer ed una connessione ad internet. Attualmente lo smart working (o lavoro agile) interessa quasi la metà dei lavoratori. A rivelarlo è una recente indagine condotta da Fondirigenti, il fondo interprofessionale per la formazione continua dei dirigenti promosso da Confindustria e da Federmanager. L’obiettivo è “analizzare l’utilizzo di questa modalità di lavoro dalle imprese e dai dirigenti e di individuarne ostacoli e opportunità di sviluppo attraverso la leva formativa”.

Dall’analisi, che ha coinvolto oltre 12.000 contatti, emergono risultati piuttosto soddisfacenti: non sono solo i dipendenti ad apprezzare questa nuova modalità di lavoro, ma soprattutto le aziende, che hanno deciso di renderla prioritaria e di investire di più. Il campione preso in esame è composto per il 90% da piccole e medie imprese (l’87% delle quali di tipo privato) mentre dal punto di vista della provenienza geografica, il 76% si trova al Nord, il 15 al Centro e il 10 al Sud. Lo Smart working sembra piacere alle imprese ed essere destinato a restare. La sensazione è che non verrà abbandonato, ma bisognerà plasmarlo in base alla nuova normalità che si sta creando nel nostro Paese.

I manager italiani negli anni della pandemia hanno assaporato il piacere della libertà. Libertà dall’ufficio, che per quanto grande e comodo è un po’ come un confino. Il lavoro da lontano li ha conquistati, tanto che tra coloro che pensano di cambiare azienda, uno su due mette al primo posto dei desideri proprio la possibilità di lavorare da remoto. Solo in seconda posizione c’è il compenso economico. Lo dice un’indagine di Wyser (il brand globale di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili di middle e senior management).

Francesco Rotondi, Managing Partner di LabLaw, ha ideato qualche soluzione su questo tema, proposta ed analizzata nel libro “Agile, smart, da casa. I nuovi mondi del lavoro” (Franco Angeli, 2021), scritto con Luca Solari, Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Milano. “Lavorare in modo smart non vuol dire fare a casa quello prima si faceva in ufficio, ma è l’effetto organizzativo di essere una Smart company”, spiega Rotondi. Quindi il giuslavorista specifica: “Operare per obiettivi, avere autodisciplina, puntare all’auto-organizzazione sono tutte caratteristiche del lavoro smart, ma che finora il dipendente è abituato a demandare ad altri. Questa nuova modalità lavorativa, invece, richiede responsabilità nel soggetto che esercita la prestazione”. Serve dunque un importante sforzo per iniziare un cambio culturale che stravolga il concetto di lavoro dipendente in Italia, incompatibile con una logica di lavoro per obiettivi che, attualmente, è annullata dal fatto che le persone devono essere retribuite rispetto alla variabile tempo e non per i risultati raggiunti.

Alcune grandi e vincenti aziende hanno deciso di adottare questa filosofia, riconvertendo le proprie risorse interamente allo smart working. Virgin Group, Netflix ma anche aziende italiane come Thun e Tetrapack sono alcuni tra gli esempi di successo, basati sulla filosofia secondo la quale non contano le ore che i dipendenti passano sul luogo del lavoro, ma i risultati e gli obiettivi raggiunti. Anche la celebre casa automobilistica Ford ha recentemente fatto sapere che permetterà a 30.000 dei suoi dipendenti di lavorare da casa in via definitiva. La proposta, che dovrebbe entrare in vigore a luglio, riguarderà solo gli impiegati e non gli operai. Con la possibilità per tutti di poter però anche recarsi in ufficio per riunioni o attività di team building. Una notizia che ha fatto in poco tempo il giro del mondo e che può essere considerata come l’ennesimo tassello di quella nuova rivoluzione digitale esplosa un anno fa con il diffondersi del virus COVID-19.

A livello personale, lo Smart Working riduce lo stress da lavoro e consente di recuperare tempo da dedicare alla propria famiglia, alla propria persona o alla società, come nel caso della partecipazione ad iniziative di volontariato. C’è un ultimo beneficio da tenere in considerazione e che coinvolge tutti quanti. Con il “lavoro agile” infatti si riducono le emissioni di CO2, circa 135kg, secondo un report dell’Osservatorio del Lavoro Agile del Politecnico di Milano, calcolato su una media di 40 km percorsi per andare al lavoro.

Più delle metà delle aziende private che lo scorso anno ha attivato lo smart working a causa dell’emergenza sanitaria per la pandemia da Covid-19 continuerà a puntare sul lavoro agile a distanza anche in futuro. Con buona pace del ministro Renato Brunetta, che contro il lavoro smart nella pubblica amministrazione ha deciso di portare avanti una vera e propria crociata.

Giulia Cortese