27 Settembre 2022

ESCLUSIVA – Liceo Fermi, Bologna: dopo l’occupazione è tempo di bilanci. Intervista alle studentesse Emma, Jeanne e Gaia

Occupazione conclusa. Al Liceo Scientifico Enrico Fermi di Bologna è tempo di bilanci.

Le rivendicazioni non sono cadute nel momento in cui questa esperienza è finita. Ci saranno casse di risonanza nuove, forme diverse.

Occupazione conclusa dunque. Parlandone con Emma, Jeanne e Gaia (in rappresentanza di alunne e alunni), è emerso inequivocabile il bisogno di normalizzazione che freme nei giovani dopo gli anni rubati dalla pandemia. Questo bisogno entra dentro ragionamenti più articolati. Lo sguardo calato sull’istituzione scolastica, coi limiti e le regole che a volte gli alunni rifiutano, sul futuro, sulla formazione, sulla politica (educatamente), ci dicono un po’ cosa si muove, come stanno crescendo le giovani generazioni.

Cosa chiedono le studentesse e gli studenti alle istituzioni?

Innanzitutto che ci ascoltino, e poi che ci sia un cambiamento. Da anni siamo tenuti fuori dalla gestione dei problemi, e i problemi rimangono irrisolti nonostante le nostre richieste. Nel manifesto abbiamo scritto che il nostro gesto è “volto a mostrare il disappunto per un sistema che dà valore all’individuo in base a una scala di “successo”, che ha un input aziendale, che sopprime le nostre diversità e mira a omologarci, che è ancora orientato in maniera verticale e che si fonda su un’idea di scuola antiquata e sorpassata.”

Nella pratica?

Sentiamo il bisogno di un maggiore contributo da parte di professori e psicologi della scuola, più fondi destinati al supporto psicologico o una organizzazione più efficiente. Durante la pandemia gli alunni non sono stati aiutati. I giovani sono stati particolarmente colpiti da questa situazione, e l’istituzione scolastica non si è fatta trovare pronta. Ci ha pesato anche la modalità didattica, nelle scuole italiane c’è una costante competizione tra gli alunni, tra le classi, siamo spinti a competere, fa parte ormai della nostra formazione. Se gli insegnanti ci riportano esempi di classi o alunni più produttivi, ci sentiamo spinti a competere. C’è una corsa alla valutazione come se l’obiettivo principale fosse il voto e non l’apprendimento. Viene messa in secondo piano la salute psicofisica degli studenti. La priorità dei professori è avere un determinato quantitativo di voti, ma in alcuni casi potremmo avere problemi personali o potremmo trovarci in difficoltà a studiare tante materie in tempi ridotti.

Incide il momento storico, le condizioni esterne…

La pandemia certo non ha aiutato, abbiamo disimparato a studiare. I professori hanno poco dialogo, non si consultano tra loro, siamo pieni di compiti e valutazioni e verifiche, e c’è poco tempo. Una settimana con quattro verifiche, diventa impossibile studiare. I programmi sono molto stretti, gli argomenti numerosi. In Storia dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti molti argomenti non vengono affrontati o approfonditi. Conosciamo il ’68 prevalentemente per gli interventi dei relatori invitati ai laboratori.

I social network vi rallentano?

Sicuramente, è provato che internet sia una distrazione, dobbiamo imparare a regolarci, studiare senza telefono a fianco. Ma i social possono anche aiutare, impariamo dai social seguendo pagine di attivismo come quella di Amnesty International. Se ne può fare un uso utile, i social possono essere uno strumento di formazione. Su Youtube si possono seguire delle buone lezioni di matematica e filosofia.

Pandemia, didattica, il bisogno di socialità, difficoltà personali che le istituzioni non vedono. Tutto questo  tra le ragioni che vi hanno spinto a occupare la scuola.

Ma la discussione si è allargata: femminismo, guerra, colonialismo, immigrazione. Sappiamo di essere in una condizione privilegiata rispetto ad altri studenti, almeno la nostra scuola è un edificio solido, ma muoviamo critiche al sistema scolastico, critiche politiche e apartitiche.

Com’è la vostra esperienza con i PCTO?

In un istituto tecnico sono più utili che in un liceo. Tra le varie soluzioni proposte si può finire anche a lavorare nell’orto della scuola, a impacchettare i regali di Natale. Abbiamo chiesto al preside una commissione paritetica docenti-alunni. Noi sentiamo troppo la scuola come azienda, studenti da formare per il profitto, non vengono ispirati individualmente. Le curiosità e le abilità non vengono sviluppate. Omologarci, non sappiamo quanto sia utile. Uscire da scuola e lavorare: la vita non è solo questo. Dovremmo essere formati alla vita, non al lavoro.

Il preside cosa ha risposto alla richiesta di una commissione paritaria?

Che farà tutto ciò che può per incontrare le nostre richieste. Stiamo lavorando con il preside e col consiglio docenti per realizzare i nostri bisogni. Lui comprende le cause del nostro disagio, pur non condividendo l’azione illegale che occupare una scuola rappresenta. Lui dice che la scuola dovrebbe essere un luogo felice, dove studenti e professori convivono, e il disagio viene eliminato.

Rispetto alla decisione di occupare la scuola, quanto eravate d’accordo?

Prima dell’occupazione ci siamo riuniti in collettivi, non siamo partiti dal cosa fare, ma dal perché, dalle motivazioni presenti nel manifesto, dalla nostra idea di scuola, una scuola che soddisfi le esigenze degli studenti. C’è stato un sondaggio nelle classi, la maggioranza ha condiviso l’occupazione, anche le persone che non hanno partecipato ai collettivi, hanno mostrato consenso.

Una parte della stampa cittadina ha dato risonanza ai danni riportati nelle strutture occupate. Al Fermi com’è andata?

Non si possono negare i danni, ma ancora non abbiamo il bilancio e abbiamo notato che molti si soffermano troppo. Girano foto di un’aula disordinata e sporca di vernice, situazioni da evitare ma non danni gravi, danni facilmente riparabili. Siamo andati a pulire personalmente e la vernice è venuta via.

Perché avete messo fine all’occupazione?

Perché le nostre richieste sono state accolte, abbiamo riconosciuto nel preside attenzione nei nostri confronti. Ci ha garantito la commissione paritetica e un aumento dei fondi per il supporto psicologico. Se avessimo continuato i professori non ci avrebbero capito. Le nostre ragioni possono essere condivise nel sistema scolastico, quindi non più studenti da soli ma una lotta comune.

Cosa pensate della guerra in atto tra Russia e Ucraina? Se ne parla a scuola?

I professori si sono espressi e abbiamo dialogato, forse c’è stata poca costanza, poco approfondimento. È una questione collegata alle materie che studiamo, un maggiore confronto tra insegnanti e alunni in merito alla guerra sarebbe costruttivo. Per parlare di attualità spesso abbiamo bisogno di chiedere assemblee perché i professori non riescono a ritagliate tempo dalle lezioni. Verifiche e voti… ma si tralasciano cose importanti. Nel dibattito sulla guerra ci sono in prevalenza due posizioni contrastanti: inviare armi all’Ucraina per respingere i russi invasori oppure impegnarsi in una trattativa concreta. Cosa ne pensate?   La nostra opinione è che la violenza è sbagliata in ogni caso, anche il fatto che l’Italia mandi le armi è sbagliato. Non si risolve la violenza con la violenza, volevamo che la nostra occupazione dicesse anche questo.   I genitori come si sono posti rispetto alla decisione di occupare la scuola, presa dai figli?   Molti genitori magari erano spaventati da questa protesta così forte, da un’azione illegale, ma poi hanno lasciato autonomia ai figli. Molti studenti sono rimasti a dormire a scuola, quindi i genitori, pur se contrari al gesto, hanno creduto nei propri figli e hanno aspettato a giudicare. Molti hanno cambiato opinione, si sono rassicurati e hanno apprezzato questo momento. Ci saranno sempre persone contrarie ma siamo felici che ci abbiano capito, avevamo bisogno di socialità dopo gli anni di covid.