L’incontro perfetto tra anime raccontato da Fabrizio Falconi

L’amore è un sentimento intenso che si nutre di complicità e condivisione di esperienze significative.

Questo è un concetto di amore che va oltre la passione e la fisicità e contempla il vero e proprio incontro di anime. Ne sa qualcosa Nina, la protagonista de Il dono perfetto, il romanzo del giornalista Fabrizio Falconi, edito da Santelli. Nina decide di preservare la sua verginità perché è alla ricerca dell’incontro perfetto in un ‘epoca, quella della fine degli anni Sessanta, in cui si stava affermando la libertà sessuale.

Questa donna bellissima da un’intelligenza spiccata e affamata di vita e conoscenza rimane davvero impressa nella memoria dei suoi lettori che non possono fare a meno di lasciarsene ammaliare seguendo le sue esperienze di vita e i suoi incontri che contribuiranno a farla evolvere nel suo percorso di vita. Con grande maestria e talento Fabrizio Falconi ha scritto un meraviglioso romanzo che incanta e induce a riflettere su diverse tematiche che riguardano il mondo dei sentimenti e della donna. Si rivela un grande conoscitore dell’animo umano perché capace di descrivere tutti i moti dell’animo dell’essere umano, dalle sue prodezze alle fragilità e debolezze.

Di com’è nata l’idea per scrivere Il dono perfetto, di libertà sessuale e di amore conversiamo con Fabrizio Falconi in questa ispiratoria intervista.

Il personaggio di Nina protagonista   de Il dono perfetto è liberamente ispirato a Juliette Récamier, nota come la donna più bella di Francia nella prima metà dell’Ottocento. Com’è nata la curiosità e l’ispirazione per la creazione di Nina?

Il romanzo è stato scritto nel periodo della pandemia. Ero reduce da letture riguardanti quel periodo storico, la Francia napoleonica. Quando mi sono imbattuto nella vicenda reale di Juliette, mi ha fortemente incuriosito e ho approfondito le sue vicende biografiche e il profilo di una donna che mi appariva forte e fragile allo stesso tempo, anticonformista e misteriosa, affascinata dalla conoscenza e in un certo modo penalizzata dalla sua bellezza esteriore che veniva considerata prodigiosa.

Nina incarna una bellezza di donna che va oltre la fisicità e gli standard comuni perché ne delinea la sua fervida creatività e intelligenza. Qual è il suo concetto di bellezza?

La bellezza è sempre un insieme di cose che si vedono e di cose invisibili. La bellezza esteriore, da sola, non conta nulla o quasi. E di questo Juliette era la prima ad essere consapevole. La bellezza vera promana da qualità interiori, cioè da quella “sostanza immateriale” che noi, non sapendo come chiamarla, definiamo “anima”.  È qualcosa che passa oltre la misura e le forme, e si sprigiona, specie agli occhi dell’innamorato, attraverso una serie di impercettibili dettagli che formano quell’immagine che Stendhal in De L’amour, definiva “cristallizzazione”.  

Ciò che colpisce nel suo romanzo è il concetto di amore che viene diffuso, un amore non basato sulla necessità, sul bisogno ma, sulla libertà di due individualità che si incontrano per condividere esperienze significative di vita. Lei crede in questo tipo di incontri?

Sì ci credo, e credo anche che in fondo siano il motivo per cui siamo al mondo. Già dai tempi di Platone e del suo mito dell’essere arcaicamente sferico diviso in due parti, sappiamo che durante l’esistenza siamo sempre – più o meno inconsciamente – alla ricerca di quella parte mancante. Sappiamo bene che possiamo vivere anche da soli, ma che non è la stessa cosa. Che la condivisione è ciò che rende la vita piena, e degna di essere vissuta. E che tra tutti i tipi di condivisione, quella amorosa è la più potente. Nina è in cerca di questo. Un po’ ingenuamente – come il suo prototipo Juliette – è alla ricerca dell’incontro perfetto, dell’essere perfetto (per lei) con il quale fondersi. In tempi più moderni, grazie anche allo sviluppo delle scienze psicologiche, sappiamo che la perfezione non è feconda. “Dai diamanti non nasce niente,” cantava De André, mentre “dal letame nascono i fior”. La ricerca di perfezione di Nina-Juliette è la causa della sua sofferenza. In realtà per essere davvero felici e per sentirsi davvero completi con qualcuno, bisogna accettare anche le sue debolezze, le sue mancanze, le sue incompletezze.  Nina lo apprende andando avanti nella storia, e naturalmente è una consapevolezza che comporta anche fatica o delusione. Ma l’umano è fatto anche di questo.

Lei scrive “L’amore segue vie imprevedibili (..) il pensiero non solo può comprenderlo, ma spesso è soltanto un ostacolo”.  L’amore è nemico della ragione?

Ne sono pienamente convinto. Questo non significa che bisogna amare in modo folle, scriteriato. Perché l’amore è anche pericoloso, come si sa, e nell’amare si corrono rischi. Ma il pensiero – cioè l’eccessiva razionalizzazione – è nemico dell’amore, del sentimento amoroso. L’eros – inteso come amore passionale, non soltanto come sessualità – pretende un abbandono, non va d’accordo con i piani, le strategie, le convenienze, il calcolo. Anzi, queste sono cose che di solito uccidono il sentimento. Lo fanno morire. Anche in Nina è presente un eccesso di razionalità. Lei vuole – come molti – mantenere il controllo, cioè tenere le redini, decidere il quando e il come.  Ma l’amore, almeno l’amore vero, quello passionale, vuol dire esattamente il contrario dell’avere tutto sotto controllo.

Il dono perfetto dimostra che per una donna spesso è difficile affermare la propria libertà (anche sessuale) e la propria indipendenza senza essere giudicata o destare preoccupazione e dubbi. Secondo lei perché accade ciò anche al giorno d’oggi?

L’uomo nei secoli ha sempre cercato di mantenere la donna sottomessa – e anche adesso succede in molte parti del mondo – perché ha paura, fondamentalmente: l’essere femminile, per sua stessa natura è infatti un essere coraggioso, un essere che dà la vita, che deve affrontare il parto, la nascita di una nuova creatura, la cosa più importante di tutte. In più, la sua sessualità è nascosta, in parte misteriosa, per l’uomo. L’uomo ne è soggiogato, ma anche intimorito. Per questo, sempre per la solita storia di avere il controllo, ha cercato la via della sottomissione. Purtroppo c’è da dire che se il Novecento ci aveva illusi, con la liberazione sessuale degli anni ’60 e ’70, di andare verso tempi di maggior rispetto nei confronti delle donne, con una sessualità più consapevole, quello che vediamo oggi fa cadere le braccia, perché le violenze nei confronti delle donne sono sempre in crescita, frutto di una sessualità malata, di rapporti malati e di maschi frustrati che si comportano come predatori.  

Come e in che misura il personaggio di Nina può essere da esempio per le donne d’oggi?

La sua scelta di preservare la verginità apparirebbe agli occhi della società contemporanea, una provocazione. Ma lo era anche ai tempi di Juliette. La mia scelta di ambientare il romanzo proprio dalla fine degli anni ’60 in poi è volutamente provocatoria, perché appunto quelli erano anni di liberazione e disinibizione. Ma proprio per questo spero che una vicenda come quella di Nina faccia riflettere: in realtà lei, infatti, non nega il suo dono perfetto a causa dell’inibizione. Tutt’altro. È una donna che ama farsi corteggiare e ama flirtare. Ma questo non le basta, perché vuole di più.

Il suo romanzo è ambientato tra Parigi e Roma. Che legame ha con queste città meravigliose?

Sono, in fondo, le mie due città assolute: Roma è la mia città, ci sono nato, la amo ogni giorno che ci vivo, e più la conosco più la amo (anche se per certi versi fa di tutto per farsi detestare); Parigi è la città dove vivrei se non potessi vivere a Roma. È grandiosa e appartata, magica e vitale, piena di luoghi dove vorresti fermarti a lungo, come Place des Vosges, che ha incanto poetico impossibile da spiegare.