L’avanzata inesorabile dell’intelligenza artificiale (IA) sta aprendo scenari inediti e sollevando interrogativi profondi che toccano il cuore della nostra umanità.
Mentre celebriamo le potenzialità dell’Ai, non possiamo ignorare i dilemmi etici e filosofici che essa porta con sé.
In questo contesto, il pensiero di un gigante della filosofia come Agostino d’Ippona, sorprendentemente, si rivela una fonte inaspettata di saggezza per navigare queste acque incerte.
Prendendo spunto dalle riflessioni stimolanti contenute nel libro di Giuseppe Girgenti, “Umano, poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale”, emerge con forza come la filosofia agostiniana possa offrire un antidoto prezioso contro i rischi di una deriva disumanizzazione indotta dall’IA, soprattutto nei confronti delle implicazioni dell’intelligenza artificiale.
Agostino ci invita a un viaggio di ritorno a noi stessi, a esplorare quel “mondo interiore” che spesso trascuriamo nella frenesia del mondo esterno.
Questa introspezione non è un mero esercizio di contemplazione solipsistica, ma un’indagine sulle strutture fondamentali che costituiscono la nostra coscienza.
Per Agostino, queste strutture si identificano primariamente nel conoscere e nell’amare.
Queste due dimensioni, intrinsecamente legate e già in sé “trinitarie” nella loro dinamica relazionale (un soggetto che conosce, un oggetto conosciuto e l’atto stesso del conoscere; un soggetto che ama, un oggetto amato e l’atto dell’amare), rappresentano un baluardo contro il tipo di soggettività prospettato dall’intelligenza artificiale, specie quella generata da sistemi di Ai.
Quest’ultima, nella sua essenza algoritmica, rischia di essere assimilata a un mero flusso di dati e immagini, priva di un soggetto pensante, di una coscienza autentica che li elabori e li interiorizzi.
Il pericolo insito in questa assimilazione è la rinuncia alla nostra identità. La nostra umanità è intrinsecamente legata alla consapevolezza e all’autoconsapevolezza, alla capacità di riflettere su noi stessi, sui nostri pensieri e sui nostri sentimenti causati dall’influenza dell’intelligenza artificiale.
Identificarci con un flusso impersonale di dati e immagini, come potrebbe indurci una fruizione acritica dell’IA, porterebbe inevitabilmente alla perdita della coscienza di sé, a una dissoluzione del nostro io in un mare di informazioni esterne.
