Negli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute e ai Servizi Umani, ha annunciato pubblicamente la possibilità di vietare ai ricercatori federali di pubblicare su alcune delle principali riviste scientifiche internazionali. Tra queste, ci sono The Lancet, JAMA e New England Journal of Medicine (https://www.politico.com/news/2025/05/27/rfk-jr-nih-scientists-medical-journals-jama-lancet-nejm-00371349).
Kennedy ha motivato questa intenzione sostenendo che tali riviste sarebbero corrotte e compromesse dall’influenza dell’industria farmaceutica. Ha suggerito che la ricerca finanziata con fondi pubblici dovrebbe essere veicolata attraverso pubblicazioni controllate direttamente dal governo o da agenzie federali.
Anche se il divieto non è stato ancora formalizzato, il messaggio politico è inequivocabile: mettere in discussione la legittimità dei principali canali di diffusione della scienza internazionale. Il divieto minaccia di isolare la ricerca statunitense dal circuito della revisione tra pari.
Questo annuncio arriva mentre la stessa amministrazione ha già rimosso le raccomandazioni federali sulle vaccinazioni per bambini e donne incinte. Inoltre, ha tagliato drasticamente i finanziamenti alla ricerca biomedica e licenziato migliaia di scienziati, creando un clima di incertezza e sospetto generalizzato all’interno della comunità scientifica americana.
Quando un personaggio come Robert F. Kennedy Jr. arriva a proporre pubblicamente che i ricercatori federali americani vengano esclusi dalle principali riviste scientifiche internazionali, non ci troviamo più di fronte alla solita polemica contro l’establishment editoriale. Non si tratta nemmeno del tradizionale lamento sui limiti – veri e profondi – dell’industria delle riviste accademiche. Quello che si rivela è una mentalità che concepisce la scienza come una minaccia da disciplinare, una voce da spegnere. Si vede la scienza come un esercizio che deve piegarsi al controllo e alla sorveglianza ossessiva di una cupola politica e ideologica che detesta qualsiasi cosa sfugga alla propria presa.
Kennedy e la schiera che lo circonda non sono animati da un desiderio di trasparenza o di riforma. Invece, sono vittime di un’ossessione paranoica, cresciuta all’ombra di teorie cospirazioniste e del culto per il “controllo pubblico” che in realtà è solo controllo politico.
Non è un caso che la stessa amministrazione, mentre minaccia il divieto di pubblicare su The Lancet o su NEJM, smantella le raccomandazioni sulla vaccinazione. Essa licenzia decine di migliaia di operatori e taglia miliardi alla ricerca. Si tratta di un disegno coerente, in cui la scienza che pensa con la propria testa va prima delegittimata, poi isolata, infine svuotata.
E il modo in cui si cerca di giustificare questo delirio autoritario è tanto semplice quanto pericoloso: si attribuiscono alle grandi riviste tutte le colpe possibili, senza distinzioni. Ciò inventa un sistema monolitico di corruzione, un nemico perfetto da abbattere per raccogliere consensi presso una base già avvelenata dal sospetto.
In questo clima, qualsiasi contestazione fondata viene spazzata via: non si discute di riformare i processi di revisione. Non si parla di aumentare la trasparenza, di promuovere pluralismo e competizione tra riviste, come sarebbe sensato fare. Si getta tutto alle ortiche e si propone un modello di controllo diretto. In questo modello, il ministero pubblica, il ministero giudica, il ministero assolve o condanna.
È esattamente ciò che la scienza non può tollerare, pena la sua stessa dissoluzione.
Se questo piano anche solo cominciasse a prendere forma, il danno non si limiterebbe agli scienziati americani. Essi sarebbero condannati all’irrilevanza e a una carriera senza futuro fuori dagli USA. Inoltre, questo piano investirebbe l’intera architettura della ricerca biomedica mondiale.
Le riviste internazionali non sono né santuari né tribunali infallibili, ma sono ancora oggi il crocevia dove dati, idee e ipotesi vengono messi a nudo. Tali riviste confrontano idee senza guardare al passaporto o alla fedeltà politica. Sottrarre la ricerca federale americana a questo circuito significa creare due mondi separati: da una parte, la scienza che continua a esporsi alla verifica collettiva. Dall’altra, una scienza blindata, autoreferenziale, costretta a riflettersi solo nello specchio delle proprie narrazioni.
C’è di peggio: la logica paranoide di Kennedy e dei suoi seguaci non conosce confini. Una volta che avrai vietato di pubblicare sulle riviste “corrotte”, quanto tempo passerà prima che venga chiesto di non leggerle più? Di non citarle, di non collaborare con i “contaminati”? Quando si imbocca la strada del sospetto come regola, il cerchio si chiude sempre più stretto e la scienza si riduce a una liturgia gestita dal potere.
In questa gabbia non si può più nemmeno sbagliare pubblicamente, e la correzione degli errori – vero motore del progresso – viene sacrificata per far spazio alla verità ufficiale.
Questo non è un paese che si corregge, è un paese che si amputerebbe la lingua per paura di dire la verità.
Lasciare spazio a questa follia significa accettare la distruzione programmata della scienza libera, e con essa della società informata. Nessuno si illuda: chi sogna una scienza piegata al sospetto, all’isolamento e al controllo, è semplicemente il peggior nemico della scienza stessa.
E come tutti i nemici della conoscenza, Kennedy e i suoi saranno ricordati non per quello che avranno cambiato. Saranno ricordati per il danno che avranno inferto a generazioni di ricercatori, di medici e di cittadini privati del diritto di sapere e di discutere, senza filtri e senza permessi ministeriali.



