Arrivato nelle sale nel lontano 2001, il film di Non ho sonno ha segnato il canto del cigno per il celebre regista che ha rivoluzionato il genere dell’horror in Italia. Di grande impatto visivo, con un racconto intricato ed evocativo, Dario Argento porta al cinema il suo lavoro più completo. L’ultimo degno di nota. Lo trovate in streaming su Netflix e Mediaset Infinity.
Tra gli anni ’70 e ’80 è stato uno dei maestri dell’horror, un genio visionario che ha regalato al genere nuova linfa vitale. Apprezzato solo con il tempo, Dario Argento ha scritto e diretto dei film che oggi sono considerati dei veri e propri capolavori. Non ho sonno è l’ultimo, uno dei più recenti, che ha conservato la poetica più particolare di un regista che ha fatto storia. Prima di lui c’è stato Profondo Rosso, Suspiria, L’uccello dalle piume di cristallo. Dopo una sequela di lavori poco attinenti e che hanno adombrato il suo genere, Non ho sonno, rispetto agli altri, merita di essere visto (e rivisto) proprio perché ha con sé tutte le caratteristiche più tipiche di un film di Dario Argento.
Arrivato nelle sale nel 2001, il suo fascino è rimasto immutato nel tempo, arrivando fino ai giorni nostri e conservando tutto il suo appeal. Amato per una storia thriller dai risvolti quasi esoterici, il regista ha creato un vero e proprio horror italiano dal sapore internazionale, confermando tutte le sue doti da abile narratore. Successo al cinema, di recente è stato inserito nel catalogo di Netflix e di Mediaset Infinity. Ecco perché Non ho sonno è un film che andrebbe visto e rivisto, senza se e senza ma.
Non ho sonno: di cosa parla il film?
Un dramma teso è avvincente, una storia che si inerpica nei labirinti della mente, un audace gioco al gatto con il topo che non lascia scampo. Non ho sonno racconta una serie di efferati omicidi a opera di uno spietato serial killer, conosciuto come il Nano Assassino. Tutto ha inizio quando Giacomo Gallo (Stefano Dionisi) diventa involontariamente testimone dell’uccisione della madre. A indagare sulla morte della donna è Ulisse Moretti (Max von Sydow), che arriva a incastrare il presunto colpevole, Vincenzo de Fabritiis (Luca Fagioli). Questi, però, viene trovato morto suicida e il caso viene archiviato. Passano quasi vent’anni e l’omicidio sospetto di due prostitute fa pensare al ritorno del Nano Assassino, o di qualcuno che voglia emularlo.
Il commissario Manni (Paolo Maria Scalondro), che ora si occupa delle indagini, contatta Moretti sperando in una sua collaborazione, data l’esperienza passata. Nel frattempo gli omicidi non si fermano e, tutte le volte, il killer lascia una figura di animale sul cadavere. Viste le similitudini con i casi precedenti, Giacomo decide di affiancare Moretti e aiutarlo per dare finalmente un nome all’assassino e, forse, fare giustizia anche per sua madre. Quando sembra che i due siano a un passo dalla verità, l’ex commissario ha un infarto e muore sul colpo. Riuscirà il giovane a risolvere l’enigma da solo?
Non ho sonno: perché è l’ultimo film di Dario Argento che merita di essere visto
L’attività registica di Dario Argento rimane ad oggi un mistero, lo sappiamo bene, un’autentica e vertiginosa montagna russa che nell’arco di cinquant’anni (e poco più) ha alternato eclatanti picchi sia in salita che in discesa. Eppure fino al 1990 – anno in cui il regista romano ha diretto in tandem con George A. Romero il riuscitissimo Due occhi diabolici – la filmografia di Argento era riuscita a mantenersi sempre su livelli qualitativi decisamente buoni. Ma a partire dal 1993, con l’uscita di Trauma, ovvero il film che inaugura la collaborazione artistica tra Dario e sua figlia Asia, qualcosa si è spezzato improvvisamente e il regista di Suspiria ha iniziato a collezionare un inciampo dietro l’altro.
Pur se non tutto funziona come dovrebbe e in alcuni momenti l’atmosfera viene spezzata a causa di una recitazione non sempre di primissimo ordine, Non ho sonno si conferma – a venticinque anni dalla sua realizzazione – come un thriller piuttosto solido e avvincente, impreziosito da bellissimi effetti speciali realizzati dal maestro Sergio Stivaletti e che regalano almeno un paio di sequenze che si imprimono nella mente dello spettatore per l’eccessiva crudeltà delle immagini (la sequenza in cui Giacomo ricorda l’omicidio di sua madre è così brutale che difficilmente si riesce a dimenticare).