“Sentirsi a casa” è il luogo in cui non dobbiamo più recitare. Intervista allo scrittore Thomas Leoncini

Ci sono letture che sono in grado di connetterci con la parte più profonda del nostro essere perché risvegliano consapevolezze e verità che ci riguardano in quanto esseri umani.

Il nuovo libro dello psicologo, psicoterapeuta Thomas Leoncini dal titolo “La ragazza che ascoltava i gatti“, edito da Sperling & Kupfer è uno di dei romanzi che rimangono impressi per molto tempo nel cuore dei lettori.  Una storia emozionate e coinvolgente in cui il viaggio diventa occasione per intraprendere un vero e proprio percorso di evoluzione per abbracciare a pieno il tanto agognato cambiamento in cui il silenzio e la connessione con l’anima regnano sovrane.

 Mondo occidentale e cultura orientale si fondono per dar vita ad una dimensione inedita in cui la saggezza e la spiritualità diventano i capisaldi della conoscenza del autentico, tutto da esplorare e nel quale immergersi a pieno senza remore, paure e pregiudizi. Una scrittura intimistica quella di Leoncini che si riconferma un grande conoscitore dell’animo umano.

Di com’è nata l’ispirazione per questo primo romanzo dopo una serie di saggi psicologici, dei suoi personaggi emblematici e memorabili e, della sua passione nei confronti della filosofia giapponese conversiamo con Thomas Leoncini in questa ispiratoria intervista.

Partiamo dall’origine, com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo che parla della riscoperta del proprio sé autentico?

 L’idea è nata quando ho sentito che le parole della saggistica non bastavano più per raccontare la verità umana che vedevo ogni giorno. Avevo bisogno di far respirare le emozioni, di incarnarle in un personaggio. La ragazza che ascoltava i gatti è nata così: dal desiderio di dare voce a quella parte di noi che non urla ma sussurra, e che può essere ascoltata solo se impariamo a stare zitti dentro. 

Dalla saggistica al romanzo. C’è stata qualche difficoltà nel cambiare genere di scrittura?

La difficoltà è stata soprattutto psicologica: passare dal concetto al respiro, dal ragionamento alla vita. Nella saggistica l’analisi guida la parola, nel romanzo è la parola che guida l’anima. Ho dovuto disimparare molto di ciò che sapevo per poter scrivere come si sogna: con verità, ma senza rete.

Quanto è importante per l’evoluzione di un individuo, come succede ad Anna Midori, il personaggio femminile del suo romanzo, ripartire dall’origine per abbracciare il tanto agognato cambiamento?

Ripartire dall’origine è un atto di coraggio e di resa insieme. Anna Midori scopre che non si cambia diventando altro, ma ritornando a sé, spogliandosi dei ruoli, delle aspettative, dei doveri che hanno coperto la voce interiore. Il cambiamento autentico non è una conquista, ma un ritorno. 

Dal suo libro si evince una passione intensa nei confronti della filosofia orientale. Com’è nato questo interesse da parte sua?

È nato dall’incontro tra la mia formazione occidentale e il bisogno di silenzio che la psicologia, a volte, dimentica. L’Oriente mi ha insegnato a contemplare, non solo a capire. Nella filosofia giapponese ho trovato la stessa cosa che cerco come psicologo: la delicatezza con cui la fragilità può diventare forma di bellezza. 

Mondo orientale e mondo occidentale nel suo romanzo vengono messi a confronto. È davvero possibile un dialogo tra due culture così diverse?

Sì, se rinunciamo a volerci comprendere e cominciamo a volerci ascoltare. L’Occidente è il mondo del fare, l’Oriente quello dell’essere. Quando queste due dimensioni si incontrano, nasce un’armonia che non è fusione ma rispetto. Il dialogo è possibile solo se smettiamo di voler convincere e iniziamo a lasciarci contaminare. 

Lei affronta la tematica dei luoghi del cuore dove sperimentare finalmente la “dimensione del sentirsi a casa”. Come la si potrebbe definire questa inedita dimensione?

È il luogo dove non dobbiamo più recitare. “Sentirsi a casa” non è trovare un posto nel mondo, ma smettere di essere in esilio da sé stessi. È quello spazio interiore in cui possiamo respirare senza paura di non essere abbastanza. 

La ricerca della verità è qualcosa di salvifico?

Lo è, ma solo se non diventa ossessione. La verità non si conquista, si accoglie. È salvifica quando la riconosciamo non come certezza, ma come ferita che illumina.

C’è un personaggio al quale è particolarmente legato e perché?

Sono legato ad Anna come a Leo, così come ad Akiko, ma anche a chi parla poco ma sa tutto dell’anima, come il maestro anziano del villaggio che ristruttura i tetti di paglia come forma d’arte. In lui ho messo la parte più silenziosa, quella che osserva e lascia che la vita compia il suo corso senza opporsi. È un personaggio che rappresenta la saggezza che si impara solo dopo aver sofferto. 

A chi consiglia la lettura de La ragazza che ascoltava i gatti?

A chi sente che il rumore del mondo ha coperto la propria voce. A chi ha smesso di credere nei sogni ma continua, senza dirlo a nessuno, a cercare un segno di speranza. È un romanzo per chi vuole guarire tornando ad ascoltare ciò che lo ha reso vivo la prima volta.