Il mercato energetico globale torna a vivere ore di estrema tensione, trascinato verso l’alto dal deterioramento del quadro geopolitico in Medio Oriente e dalla paralisi dei canali diplomatici.
Nella sessione odierna, le quotazioni del Brent hanno superato con decisione la soglia psicologica dei 105 dollari al barile, mentre il Wti (West Texas Intermediate) ha messo a segno un balzo significativo del 4,06%, riflettendo il timore crescente degli investitori per una possibile interruzione prolungata delle forniture.
Al centro della tempesta si trova il fallimento degli ultimi tentativi di mediazione tra Washington e Teheran: l’assenza di progressi concreti nel dialogo internazionale ha spento le speranze di una rapida de-escalation, lasciando irrisolto il nodo critico dello Stretto di Hormuz.
Con il transito di circa un quinto della produzione mondiale di greggio a rischio, il cosiddetto “premio per il rischio” è tornato a dominare i listini.
L’amministrazione guidata da Donald Trump mantiene una linea di massima pressione, mentre l’Iran non accenna a concessioni sulla sicurezza delle rotte navali, creando un vuoto diplomatico che i mercati interpretano come un segnale di instabilità persistente.
Gli analisti avvertono che, in mancanza di una svolta negoziale o di un intervento coordinato sui livelli di produzione globale, la pressione rialzista potrebbe alimentare ulteriormente l’inflazione, gravando sui costi industriali e sui consumi delle famiglie in una fase già delicata per l’economia internazionale.
