Siamo la prima generazione nella storia dell’umanità a produrre una quantità di dati tale da poter mappare ogni singolo istante della nostra esistenza.
Foto, video, messaggi e documenti: tutto finisce nel “Cloud”, un luogo che percepiamo come etereo e indistruttibile.
Ma, come sottolineato da Sigfrido Ranucci, questa apparente eternità nasconde insidie profonde che riguardano la nostra libertà e la sovranità dei popoli.
La memoria digitale non è scolpita nella pietra. Sebbene sia facile duplicare un file, la tecnologia per leggerlo decade rapidamente. Un rullino fotografico di cent’anni fa è ancora visibile in controluce; un file salvato su un floppy disk o in un formato obsoleto di vent’anni fa è già quasi inaccessibile.
Ma il problema sollevato da Ranucci non è solo tecnico, è politico. La nostra memoria collettiva e individuale non è più nelle nostre mani, ma è ospitata su server privati, spesso situati fuori dai confini nazionali.
Chi governa il nostro passato?
Il patrimonio di dati che racconta chi siamo è oggi governato da pochissimi colossi tecnologici. Questo solleva interrogativi etici urgenti:
Crediamo di possedere i nostri ricordi, ma in realtà paghiamo per l’accesso a piattaforme che possono cambiare algoritmi, costi o termini di servizio in ogni momento.
Chi deciderà cosa conservare tra mille anni? Se i dati non sono redditizi per chi gestisce i server, il rischio di una “amnesia digitale” collettiva è reale.
L’ipotesi più inquietante lanciata da Ranucci riguarda i conflitti di domani. Se un tempo le guerre si combattevano per il territorio o per il petrolio, le guerre di potere future si combatteranno sulle informazioni.
“Chi detiene i dati, detiene il potere di riscrivere la realtà.”
Avere accesso alla vita privata di miliardi di persone (comprese le figure chiave di un governo) significa avere un’arma di ricatto senza precedenti.
La memoria digitale può essere alterata. Attraverso i deepfake e la manipolazione dei database, si può cancellare o modificare il passato per influenzare il presente.
Gli Stati che non possiedono infrastrutture proprie per la conservazione dei dati dei propri cittadini sono, di fatto, colonie digitali di chi ospita quei server.
La riflessione di Ranucci ci invita a non dare per scontata la “nuvola”. La memoria digitale è un bene comune prezioso, ma estremamente vulnerabile. Senza una regolamentazione ferrea e una consapevolezza critica, il rischio è che il racconto della nostra vita e dell’intera umanità diventi la merce di scambio dei conflitti geopolitici del futuro.


