L’odore del pane e il salto quantico

Deve avere il passo del mattino, l’odore, come di pane appena venuto al mondo, un cenno lieve, un’impronta di sale e lievito che non invade come un profumo, ma abita lo spazio tra il respiro e la soglia.

È una traccia sottile, quella della pelle, che si mescola alla luce che entra lenta.


Andare incontro al giorno è un salto quantico, l’incertezza della particella che si fa destino, un collasso di mondi dove il qui svanisce per farsi altrove.

Eppure è anche metallo, carlinga che trema, un aereo da guerra lanciato contro il nero per il solo gusto di perdere la rotta, di sfarinarsi in altezze dove l’ossigeno è un lusso.

Poi scendere di nuovo. La notte, tra le luci acide, nei locali che masticano ore tutte uguali, cerca nelle strade buie una risposta che non sia il riflesso di un bicchiere.

Mescolarsi al rumore, al coro delle voci storte, diventare anonimi tra la folla che spinge, mentre il cuore batte un codice morse che nessuno sa decifrare.

E in quel tumulto di volti e di nebbie, sentire l’urgenza di una penna, di un segno, la voglia assoluta di scrivere: non per dire dove si è, ma perché si sappia che, in questo buio, c’è un’unica coordinata rimasta accesa.

Tutto questo si muove tra le atmosfere ossessive del piano di Philip Glass, un loop ipnotico che accompagna il volo cieco delle falene contro i vetri, quel loro sbattere frenetico e polveroso contro la luce al neon, e il lavoro silenzioso dei ragni negli angoli, che tessono trame invisibili per catturare il tempo.

Poi, d’improvviso, la tensione si spezza: il bordo di un foglio taglia la pelle. Un taglio netto come di coltello. Il dolore è un brivido che arriva insieme alla musica di Miles Davis, mentre il sangue inizia a scorrere, vivo e denso, sporcando la quiete della stanza.

È come un attimo appena, appoggiare la mano, guardarsi la ferita, togliersi la benda, mentre il respiro rallenta.

Per il momento niente sangue .

Dalla raccolta “Appunti di notte”.