Di fronte alla repressione sistematica dei Guardiani della Rivoluzione, le donne iraniane continuano a sfidare il regime. I numeri della Fondazione Mohammadi sono drammatici: oltre 2.000 morti in pochi giorni.
In Iran, la polvere delle strade non si posa mai. È sollevata dal passo ritmato di migliaia di persone, dal fumo dei lacrimogeni e dai proiettili che cadono sull’asfalto. Ma sopra il rumore della violenza, emerge una voce che il regime non riesce a soffocare. È la voce di Samira, una giovane manifestante che, prima di confondersi nel coro delle proteste, ha lasciato un messaggio che oggi risuona come un manifesto: «Se mi dovesse succedere qualcosa, dite che ero in strada per la libertà».
Queste poche parole, raccolte dalla giornalista Greta Privitera per il Corriere della Sera, racchiudono l’essenza di una rivoluzione che ha il volto, il coraggio e il sangue delle donne.
Se le stime ufficiali delle ONG parlano di 538 vittime, la realtà sotterranea appare ben più atroce. La fondazione della Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi — che continua la sua battaglia da una cella del carcere di Evin — lancia l’allarme: i morti sarebbero oltre 2.000, con quasi 11.000 arresti.
Non sono solo numeri. Sono vite spezzate dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, che sparano ad altezza uomo per terrorizzare la folla. La repressione non è una reazione scomposta, ma una strategia sistematica volta a estinguere ogni scintilla di dissenso.
Mentre le strade bruciano, gli ospedali sono diventati trincee di disperazione. Medici e infermieri lavorano sotto assedio, spesso nascondendo i feriti per evitare che vengano prelevati dalle forze di sicurezza direttamente dai letti di degenza.
Un medico, attraverso un appello anonimo e disperato, ha chiesto di rompere il muro del silenzio:
«Fate arrivare il nostro messaggio alla televisione nazionale: non riusciamo a curare tutti, ci mancano chirurghi, ci mancano infermieri. La situazione è fuori controllo».
È un collasso sanitario che riflette il collasso di un sistema che preferisce uccidere i propri figli piuttosto che concedere loro il diritto di esistere.
L’Iran sta cercando di oscurare il mondo spegnendo internet e censurando le testate indipendenti. In questo vuoto informativo, il grido di Samira e delle migliaia di donne che scandiscono #DonnaVitaLibertà rischia di perdersi nel vuoto.
Sostenere la loro protesta non è solo un atto di solidarietà, ma un dovere civile.
Dobbiamo essere noi la loro cassa di risonanza. Raccontare le loro storie, condividere le loro immagini e non permettere che il sacrificio di chi è «in strada per la libertà» diventi solo una nota a piè di pagina nella storia.
La libertà ha un prezzo altissimo in Iran, e Samira lo sapeva. Ora tocca a noi fare in modo che quel prezzo non sia stato pagato invano.



