Il Governo percettivo: La nuova architettura del consenso

L’Attacco Hacker alla Regione Lazio ripropone la questione della tutela dei dati.



Oggi non siamo governati solo attraverso le leggi o la forza, ma attraverso una gestione sistematica della nostra percezione.

È nato quello che potremmo definire un governo percettivo, un sistema che non mira a convincerci di un’idea, ma a strutturare l’ambiente in cui le nostre idee prendono forma.


Il potere contemporaneo si regge su tre pilastri tecnologici e psicologici:


L’economia dell’attenzione trasforma il nostro sguardo in una risorsa da estrarre.

Attraverso algoritmi di intermittent reinforcement (rinforzo intermittente), i nostri dispositivi sono progettati per creare una dipendenza biochimica, mantenendo la mente in uno stato di allerta costante.

Quando il volume di informazioni supera la nostra capacità di elaborazione, la mente entra in uno stato di paralisi critica. La saturazione non serve a informarci meglio, ma a renderci incapaci di distinguere il rumore dal segnale, portandoci a delegare il giudizio a “scorciatoie” algoritmiche.

Lo scorrimento infinito (infinite scroll) e la personalizzazione estrema dei feed creano bolle di realtà che funzionano come stati ipnotici. In queste camere d’eco, la reazione emotiva precede sempre la riflessione logica, favorendo una sorta di trance collettiva dove l’identità di gruppo prevale sulla verità dei fatti.

Il dato più inquietante di questa transizione è la “natura del potere” che la guida. Stiamo delegando la formazione delle nostre menti, la gestione dei nostri ricordi e la struttura dei nostri desideri a un ristretto gruppo di imprenditori della Silicon Valley.

Questi attori operano senza alcun mandato democratico. Eppure, le loro decisioni di design influenzano la salute mentale di intere generazioni e la stabilità delle democrazie globali. Il loro interesse è strutturalmente orientato alla rimozione di ogni limite: limite al tempo speso online, limite alla privacy, limite alla complessità del pensiero.

Per una piattaforma, un utente che riflette profondamente è un utente che “non produce dati”; un utente reattivo, arrabbiato o ipnotizzato è, al contrario, una miniera d’oro.

Di fronte a questo scenario, la tentazione più forte è quella di rifugiarsi in un atteggiamento apocalittico. È facile invocare un ritorno a un passato pre-digitale idealizzato o condannare ogni innovazione come uno strumento del demonio tecnologico. Ma l’apocalisse è, in fondo, una forma di pigrizia: se la fine del mondo è certa, non occorre fare nulla.

La sfida oggi è diversa. Dobbiamo passare dalla lamentela alla critica politica. Essere “politicamente adulti” rispetto alle tecnologie significa:

La tecnologia non è un destino ineluttabile, ma il risultato di scelte umane e capitali. Come tale, può essere regolata, smontata e riprogettata.

Dobbiamo pretendere un design che rispetti i limiti della mente umana anziché sfruttarli. Questo include battaglie per la trasparenza algoritmica e per il diritto alla disconnessione.

Mantenere la capacità di leggere un libro lungo, di seguire un ragionamento complesso o di ascoltare chi la pensa diversamente diventa un atto di resistenza civile.

La critica non è il nemico del progresso, ma la sua condizione essenziale. Solo attraverso uno sguardo lucido e severo possiamo sperare di trasformare queste macchine da strumenti di governo percettivo a strumenti di emancipazione umana. Non abbiamo bisogno di meno tecnologia, ma di una tecnologia che risponda finalmente a un mandato umano e democratico.