Leggere un libro che viene incensato dalla critica, ma che poi ti lascia addosso solo una gran voglia di “dare due schiaffi” al protagonista, è un’esperienza irritante.
David Szalay è noto per la sua scrittura chirurgica e fredda, ma in Nella carne, quella freddezza può risultare respingente.
Perché “Nella carne” di David Szalay è un esercizio di vuoto (che può irritare)?
Il mondo letterario sembra aver eletto David Szalay a cronista definitivo della frammentazione moderna. Eppure, leggendo Nella carne, sorge un dubbio: stiamo guardando un ritratto profondo dell’animo umano o stiamo solo assistendo all’ennesima celebrazione dell’evasione emotiva?
Il fulcro del fastidio risiede proprio nel protagonista. La sua comunicazione fatta di monosillabi “ok” non è sintomo di una “profondità inespressa”, ma appare piuttosto come una barriera deliberata per non affrontare la realtà.
È la cifra stilistica dell’uomo evitante: colui che non prende posizione, che non risponde e che si rifugia in un guscio di silenzio per non dover gestire il peso delle relazioni.
Il rapporto con il sesso nel libro è emblematico. Non c’è connessione, non c’è scambio; c’è solo l’ego in primis. Per il protagonista, l’atto sessuale funge da affermazione di sé, un modo meccanico per riempire un vuoto interiore che non ha alcuna intenzione di colmare con la maturità o l’introspezione. È un anestetico, non una cura.
Il rapporto con la figura materna è il vero nervo scoperto. Ma invece di evolvere, il legame rimane invischiato in una staticità irritante. E quando la madre muore, Szalay ci mostra la “soluzione” finale del suo personaggio: la scelta della comodità estrema, vivere da solo.
Invece di un’apertura verso il mondo o di una crescita post-lutto, il protagonista sceglie di vivere solo. Non è una solitudine meditativa, è la fuga definitiva dalle responsabilità. È la vittoria del “comodo” sul “complesso”.
In questo deserto di empatia, l’unico tratto che brilla per autenticità e forza è quello del figliastro. È l’unico momento in cui la narrazione sembra vibrare di una vita che non sia filtrata dal narcisismo del protagonista, offrendo un contrasto necessario (ma purtroppo breve) con il resto della vicenda.
Nella carne è scritto bene? Sì. È un libro che consiglierei a chi cerca evoluzione? Assolutamente no. Se cercate un protagonista per cui fare il tifo, qui troverete solo un uomo che vorreste scuotere per le spalle e prendere a schiaffi.
Szalay ha dipinto un ritratto perfetto dell’apatia, ma è lecito chiedersi se valga la pena di abitare così a lungo nel vuoto di un uomo che sceglie di non vivere.


