Non è un periodo di bonaccia per Palazzo Chigi. Nonostante la solidità della maggioranza, due nubi distinte iniziano a oscurare l’orizzonte di Giorgia Meloni: una diplomatica, già manifesta nelle fredde cronache di Bonn e Berlino, e l’altra interna, ancora allo stato embrionale ma potenzialmente dirompente.
Per settimane, la diplomazia italiana ha lavorato sottotraccia per costruire un asse privilegiato tra Roma e la Germania di Friedrich Merz.
L’obiettivo della Premier era ambizioso: accreditarsi come il “ponte naturale” tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’universo conservatore americano guidato da Donald Trump.
Meloni aveva investito capitale politico nel rapporto personale con il Cancelliere tedesco, convinta che un pragmatismo condiviso potesse blindare gli interessi italiani in Europa.
Tuttavia, il recente discorso di Merz ha agito come una doccia gelata. Le sue parole nette contro il movimento MAGA e contro le derive identitarie del conservatorismo non sono state solo una critica ideologica, ma un segnale di distanziamento strategico.
Il punto critico: per la Premier, perdere la sponda tedesca proprio sul terreno dei rapporti con Washington significa veder sbiadire quel ruolo di “interlocutrice privilegiata” su cui aveva costruito la sua narrativa internazionale.
Se Berlino agita il presente, il futuro prossimo riserva un’insidia che porta il nome di Nicola Gratteri. L’ipotesi di una discesa in campo del magistrato antimafia non è più solo un sussurro nei corridoi del potere, ma una variabile che Palazzo Chigi osserva con estrema attenzione.
Perché Gratteri fa paura al governo? La risposta risiede nella natura del suo consenso:
gode di una popolarità che scavalca i recinti dei partiti.
incarna quel rigore e quella richiesta di legalità che costituiscono lo zoccolo duro dell’elettorato di destra.
Parla direttamente alla “pancia” del Paese, un terreno che Meloni ha finora presidiato quasi senza rivali.
Se Gratteri dovesse decidere di tradurre il suo prestigio mediatico e giudiziario in impegno politico, non eroderebbe consensi all’opposizione, ma andrebbe a pescare proprio nel bacino elettorale di Fratelli d’Italia e della Lega.
La sfida per Giorgia Meloni sarà ora quella di ricalibrare la strategia europea senza apparire troppo isolata dai partner storici, cercando al contempo di blindare il proprio elettorato interno da possibili “incursioni” esterne provenienti dal mondo della magistratura.

