Il silenzio che avvolge il Malecon al tramonto non è quello della pace, ma quello della paralisi. Cuba sta scivolando in un’agonia che ricorda i giorni più bui del Periodo Especial degli anni Novanta, ma con un’aggravante inedita: questa volta, anche gli storici “fratelli” russi stanno facendo le valigie.
Il colpo di grazia all’industria del turismo, polmone vitale di un’economia già asfittica, è arrivato dal cielo. Da pochi giorni, le principali compagnie aeree canadesi , Air Canada, WestJet e Air Transat , hanno sospeso i voli verso l’isola. Il motivo è brutale nella sua semplicità: negli aeroporti cubani non c’è più carburante.
Le autorità dell’Avana hanno emesso un Notam (avviso ai naviganti) che conferma l’impossibilità di rifornire i velivoli fino a metà marzo.
A sorpresa, anche la russa Rossiya (gruppo Aeroflot) ha iniziato a evacuare i propri connazionali, cancellando i collegamenti programmati.
Se persino Mosca, che negli ultimi anni aveva raddoppiato gli investimenti e il flusso di visitatori per sfidare l’influenza americana, decide di ritirarsi, significa che la tenuta del sistema è arrivata al punto di rottura.
Mentre i turisti fuggono, chi resta deve fare i conti con un’oscurità quasi perenne.
I blackout colpiscono ormai due terzi delle utenze nazionali. La zona orientale, da Holguín a Santiago, è rimasta isolata dalla rete per giorni a causa di guasti strutturali che il governo non riesce a riparare per mancanza di pezzi di ricambio e, soprattutto, di greggio.
L’Avana ha adottato misure straordinarie di risparmio energetico: ospedali che operano solo per le emergenze, trasporti pubblici ridotti al lumicino e uffici statali chiusi. La causa scatenante è il nuovo, durissimo embargo imposto dall’amministrazione di Donald Trump, che ha interrotto le forniture di petrolio dal Venezuela.
Un tempo Cuba poteva contare su una rete di solidarietà regionale. Oggi, quel fronte appare sgretolato. Messico, Nicaragua e Venezuela, spaventati dalle minacce di ritorsioni economiche e dazi punitivi promessi dalla Casa Bianca, hanno drasticamente ridotto il sostegno.
“Il pericolo non è mai stato così vicino”, ha dichiarato Fidel Castro Smirnov, nipote del Líder Máximo, in un raro momento di candore familiare. “Non siamo solo di fronte a una crisi economica, ma a una minaccia esistenziale per la nazione”.
Il paradosso: è il momento di investire?
Nonostante il quadro apocalittico, tra le crepe di un sistema che crolla, c’è chi vede un’opportunità. Con le casse dello Stato estinte e il PIL in contrazione del 5%, il governo di Miguel Díaz-Canel è costretto a una svendita senza precedenti di asset nazionali.
Mentre il popolo soffre la fame e la mancanza di luce, investitori stranieri meno cauti (o più lungimiranti) guardano alle infrastrutture turistiche e ai terreni agricoli con prezzi che, in termini di valuta forte, sono ai minimi storici.
Resta da capire se il “rischio Cuba” sia diventato un azzardo calcolato o un salto nel vuoto, in un’isola che aspetta solo di capire chi sarà l’ultimo a spegnere la luce.
