L’annuncio della creazione di un Board of Peace e lo stanziamento di 5 miliardi di dollari per Gaza riflettono perfettamente l’approccio “business-oriented” di Donald Trump alla politica estera.
Tuttavia, dietro le cifre imponenti e i nomi altisonanti, si celano interrogativi profondi sulla fattibilità e sull’etica dell’operazione.
Il primo grande punto interrogativo riguarda l’autodeterminazione. Mentre si parla di un Comitato Nazionale (NCAG) guidato da tecnocrati, la supervisione resta saldamente nelle mani di un Board internazionale composto da alleati di Trump e potenze regionali.
Che Gaza diventi un protettorato economico gestito dall’esterno, dove la ricostruzione edilizia sostituisce il riconoscimento dei diritti politici.
Si può costruire una pace duratura se i soggetti principali (la popolazione locale) sono percepiti come destinatari passivi di aiuti anziché attori politici?
L’invio di migliaia di soldati (come gli 8.000 ipotizzati dall’Indonesia) sotto l’egida di una “Forza di Stabilizzazione” è un’operazione ad altissimo rischio.
La storia recente (Libano, Somalia, Afghanistan) insegna che le forze multinazionali diventano rapidamente bersagli se non godono di un consenso totale sul terreno.
Trump definisce la smilitarizzazione di Hamas “non negoziabile”. Ma come reagiranno le fazioni locali a una forza che entra con l’obiettivo esplicito di disarmarle? Il rischio di una guerriglia urbana contro l’ISF è concreto.
L’inclusione di figure come Jared Kushner e magnati del real estate solleva dubbi sul conflitto di interessi.
Esiste il timore che i 5 miliardi non siano solo aiuti, ma “investimenti” per trasformare il litorale di Gaza in un asset commerciale.
L’idea di una “Dubai sul Mediterraneo” è affascinante sulla carta, ma potrebbe ignorare le necessità di base della popolazione stremata per favorire speculazioni edilizie.
L’istituzione di un organismo ad hoc come il Board of Peace sembra scavalcare deliberatamente l’ONU e le agenzie umanitarie tradizionali.
Trump prosegue la sua linea di marginalizzazione delle istituzioni multilaterali classiche, preferendo accordi diretti e “club di donatori” privati o semi-privati. Questo frammenta ulteriormente il diritto internazionale.
La pace non è un pacchetto azionario. E non si costruisce in assenza di una parte.
