Non lo manda a dire, Lorenzo Kamel. Lo storico, da sempre voce critica e documentata sulle dinamiche del Medio Oriente, demolisce l’immagine della nuova “Board of Peace”, o presunta tale. L’amministrazione di Donald Trump sta tentando di accreditare questa Board a livello internazionale.
Dietro i proclami di pacificazione, secondo Kamel, si nasconde una realtà ben più cinica. Si tratta di una gestione privatistica del diritto internazionale che trasforma la diplomazia in una gigantesca operazione immobiliare.
Secondo lo storico, l’approccio di Trump alla questione palestinese non è mai stato guidato dalla ricerca di una soluzione equa, ma da una logica transazionale. “Siamo di fronte a una sorta di Onu privata,” spiega Kamel, dove le risoluzioni delle Nazioni Unite e il diritto internazionale vengono sostituiti da accordi tra privati e leader autoritari.
Il cuore della critica è feroce: quello che viene presentato come un piano di pace è, nei fatti, una “speculazione edilizia sulle ossa di un popolo”. Il riferimento è alla spinta incessante verso l’espansione degli insediamenti e alla normalizzazione dell’occupazione. Si tratta di trattare la terra non come un diritto inalienabile di chi la abita, ma come un asset da negoziare sul tavolo dei grandi investitori.
Kamel solleva poi il velo sull’ipocrisia delle cancellerie occidentali, analizzando i doppi standard nelle reazioni internazionali:
In Ucraina: L’invasione russa viene giustamente condannata e sanzionata in nome della sovranità territoriale.
In Palestina: L’occupazione decennale e l’annessione de facto vengono derubricate a “questioni complesse”, evitando accuratamente qualsiasi misura punitiva o pressione reale su Israele.
Questa asimmetria, avverte lo storico, sta distruggendo la credibilità residua delle istituzioni internazionali. Inoltre rende la “legalità” un concetto elastico, applicabile solo quando non disturba gli alleati strategici.
“L’antipalestinianismo viene tollerato come opinione, ma è un crimine”.
La chiusura di Kamel è un atto d’accusa contro il linguaggio politico e mediatico corrente. Lo storico conia (o meglio, rilancia con forza) il termine antipalestinianismo, denunciando come la discriminazione sistematica e la negazione del diritto all’esistenza del popolo palestinese siano diventate accettabili nel dibattito pubblico.
Mentre altre forme di odio sono giustamente perseguite e sanzionate, l’ostilità verso l’identità palestinese viene spesso mascherata da “posizione politica”. Per Kamel, non è così: è un crimine ideologico che prepara il terreno alla cancellazione fisica e culturale di un intero popolo.

