Esiste una soglia invisibile, un “limite del respiro”, dove la biologia incontra la volontà.
È il punto esatto in cui smettiamo di essere trascinati dal flusso meccanico dell’esistenza e iniziamo, finalmente, a esercitare l’artifizio.
L’unico atto di resistenza possibile non è correre più forte, ma imparare a costruire una “parentesi” nello spazio.
Siamo programmati per la rotazione: un ciclo incessante di apparizione e sparizione, un’alternanza di luce e buio che ci attraversa come un foglio disteso al sole.
Spesso, però, in questo movimento perdiamo la misura del rigo, perdiamo cioè la capacità di incidere la nostra presenza sulla superficie della realtà.
Bisogna seguire il limite del respiro. Non è un invito ad arrendersi, ma una strategia di sopravvivenza. Il “risparmio insito tra le costole” è la nostra riserva di senso.
Quando il mondo accelera fino a diventare un rumore bianco, fermarsi a prendere fiato non è una resa, è l’inizio della creazione. Solo nella pausa, infatti, si può praticare l’artifizio: la capacità umana di dare “forma al vuoto”. Creare, scrivere, fare un’opera d’arte o diventarlo.
Il concetto di “tempo artificiale” è forse il cuore più profondo di questa riflessione. Il presente puro, nella sua immediatezza fisica, è inafferrabile: nel momento in cui lo nominiamo, è già passato. Per questo abbiamo bisogno dell’artificio.
Abbiamo bisogno di “costruire una parentesi” fatta di memoria e linguaggio per poter dire, con cognizione di causa, di abitare il presente essendone consapevoli.
Questo tempo non è artificio e dunque “finto”, ma “fatto”.
È un tempo edificato con la forza e la dolcezza di chi sa imprimere le mani “sulle pareti interne della memoria”. Non è un rifugio nel passato, ma l’uso del ricordo come impalcatura per sorreggere il crollo.
Quando la realtà si spezza, sono le “resistenti colorazioni” dei nostri vissuti a tenerci in piedi, a renderci più vivi in un presente che altrimenti ci scivolerebbe tra le dita come sabbia.
Abitare questo “tempo artificiale” significa smettere di “immaginare un punto”. La vita non è una sequenza di traguardi da tagliare, ma un legame continuo di verbi, un’azione che non deve conoscere strozzature.
Dobbiamo imparare a trattare la materia d’aria del nostro tempo con la maestria di chi sa che tutto è destinato a cadere, ma che proprio in quella caduta, se assecondata con il ritmo giusto del respiro, risiede la nostra unica, inarrivabile bellezza.
