Per il mondo esterno restiamo Marco o Giulia, ma tra le mura domestiche e nelle cerchie sociali che ruotano attorno ai figli, quel nome scompare. Diventiamo, semplicemente e assolutamente, Mamma e Papà.
Non è solo una questione di comodità. Essere chiamati “Mamma” dai propri figli è naturale, ma il fenomeno si estende: ci chiama così il pediatra, l’insegnante, persino gli altri genitori ai giardinetti. “Chiedi alla mamma di Sofia”, “Senti cosa dice il papà di Luca”.
In questa transizione, il nostro nome proprio, quello che i nostri genitori hanno scelto con cura per noi, viene messo in pausa. È il segno tangibile di una “metamorfosi”: non siamo più il centro del nostro universo; il baricentro si è spostato fuori di noi.
Questa “perdita del nome” è la prima grande lezione di altruismo che la genitorialità ci impone. Cambiare nome significa cambiare sostanza. Diventiamo “un’altra cosa” rispetto a ciò che i compagni di scuola o i vecchi amici ricordano:
Non siamo più noi l’oggetto delle nostre attenzioni, ma lo è chi ha bisogno di noi.
Essere “Mamma” o “Papà” non è un titolo onorifico, è una condizione dell’essere. È l’accettazione del fatto che la nostra vita ora serve a nutrire, proteggere e far crescere un altro essere umano.
“Perdere il proprio nome per diventare quello di un altro è l’atto di generosità più silenzioso e quotidiano che esista.”
Diventare un nuovo essere umano,
cercare di “fare del proprio meglio” in questo nuovo abito non è facile. Si ha spesso la sensazione di scomparire, di essere solo una funzione. Eppure, in quel nuovo nome che ci viene urlato dieci, cento, mille volte al giorno, risiede una potenza nuova.
Non siamo meno di prima perché non ci chiamano più per nome; siamo di più. Siamo il porto sicuro di qualcun altro. La sfida resta quella di non dimenticare del tutto chi era quella persona con quel nome di battesimo, portando però con orgoglio questa nuova pelle che profuma di futuro.
