Esistere in un’epoca che consuma ogni slancio vitale sotto il peso di notifiche e algoritmi significa, spesso, rassegnarsi a un’apatia indotta.
Ci siamo trasformati in «animali da divano» che pretendono di cambiare il mondo con un semplice click. Intanto, fuori le cronache narrano di mari che inghiottono sogni e di un’ecologia che resta confinata tra le pagine di un giornale. Tuttavia, questa ecologia è incapace di restituirci l’aria.
In questo contesto di “dipendenza cerebrale”, dove la città assume le sembianze di un alienante «alveare blu», si innesta “Ma ci sei tu”, il debutto discografico di Madda, già vincitrice della sezione interpreti del Concorso Nazionale Premio Giancarlo Bigazzi 2023. Madda ha soli 19 anni e ha una passione immensa nei confronti della musica alla quale si dedica con impegno e determinazione. Ha deciso di non possedere profili social per concentrarsi al meglio e al massimo sulla sua vita in cui la musica e si suoi obiettivi professionali regnano sovrani.
Il singolo Ma ci sei tu, scritto da Marco Falagiani e Valentina Galasso e prodotto da Marco Falagiani e Diego Basso per GB Music parla di amore come ancora di salvezza in un mondo in cui dilaga l’indifferenza e in cui i rapporti umani sono mediati dallo schermo di uno smartphone. Da questo brano emerge che il valore dell’altro e il suo ruolo nella vita devono cibarsi di presenza concreta per fare davvero la differenza.
Il brano racconta una generazione divisa tra la tentazione di fuggire verso orizzonti da cartolina e la necessità di restare per “ammazzare le paure figlie della diffidenza”. In questa intervista accurata la giovane cantautrice Madda ci parla del suo progetto musicale, della sua scelta di non avere profili social. Inoltre, parla del valore dell’amore per la sua generazione.
Come nasce il progetto musicale Madda?
Nasce dallo studio, dalla passione e dal sostegno da parte del Maestro Falagiani, del Maestro Diego Basso, di Valentina Galasso, degli insegnanti di musica e di tutte le persone che hanno creduto in me e che hanno reso possibile la realizzazione di questo sogno.
Madda, come e quando è nata la tua decisione di non possedere profili social?
È stata una scelta abbastanza naturale, più che una decisione drastica presa in un momento preciso. A un certo punto ho sentito il bisogno di proteggere uno spazio mio, sia creativo che personale, che non fosse continuamente esposto o filtrato da uno schermo. Non è una posizione contro i social, anzi: penso siano strumenti molto potenti e, se usati bene, anche molto utili per creare connessioni e condividere il proprio lavoro. Semplicemente, per il tipo di percorso che sto facendo io, ho sentito che rischiavano di influenzarmi troppo, soprattutto nel modo di percepire quello che faccio. Avevo bisogno di ascoltarmi senza rumore intorno, senza il confronto immediato o la ricerca di approvazione. È un equilibrio personale, non una regola universale: ognuno trova il proprio modo di stare dentro o fuori da questi spazi. Per me, oggi, questo è il modo più sincero di restare centrata su quello che voglio esprimere.
Quanto c’è da conquistare con questa scelta secondo te?
Proprio perché viviamo una vita in cui il tempo sembra non bastarci mai, incollarci a un dispositivo ho la sensazione che tolga il tempo a tutto il resto. Da quando ho deciso di allontanarmi dai social ho avuto la sensazione che questo tempo si sia moltiplicato, ho più ore da dedicare alle relazioni, alla musica, alle uscite… È migliorata anche la qualità di questo tempo, che è evidente ad esempio nello studio. Inoltre, è cessato il confronto con le vite degli altri che toglie tante energie, energie che ora reinvesto nella mia di vita.
Cosa si prova ad essere vincitrice del Premio Bigazzi alla tua età?
Stento ancora a crederci, per me già essere arrivata in finale è stata una vittoria. È una sensazione difficile da spiegare, perché da una parte c’è tanta gioia e gratitudine, dall’altra anche un forte senso di responsabilità. Ricevere un riconoscimento così importante alla mia età mi fa sentire vista, capita, come se il lavoro che sto facendo avesse davvero un valore. Allo stesso tempo, però, non lo vivo come un punto di arrivo, ma come uno stimolo. È come se mi dicesse: “ok, sei sulla strada giusta, continua a cercare, a crescere, a metterti in discussione”. Forse la cosa più bella è proprio questa: sentirsi incoraggiata a continuare, senza perdere la leggerezza e la curiosità con cui ho iniziato.
L’amore non passa mai di moda come viene espresso in Ma ci sei tu? Che ruolo ha questo sentimento in quest’epoca di relazioni instabili?
L’amore è qualcosa che non si spiega ma che si vive: sono momenti, sguardi, ascolto, prendersi cura, qualcosa a cui ci si educa quotidianamente e che non si smette mai di imparare. Non credo che l’amore possa passare di moda, perché è qualcosa di profondamente umano, quasi inevitabile.
Quello che cambia, semmai, sono i modi in cui lo viviamo e lo raccontiamo. Oggi siamo in un’epoca di relazioni più veloci, più esposte, a volte più fragili, e questo può dare l’impressione che i sentimenti siano meno profondi. In realtà penso che siano semplicemente più complessi.
L’amore, oggi, ha un ruolo ancora più delicato: è meno legato alle convenzioni e più alla scelta. Proprio per questo richiede più consapevolezza, più coraggio. Non è più qualcosa che “succede e basta”, ma qualcosa che va costruito, difeso, e anche messo in discussione. Forse è diventato più instabile, sì, ma anche più autentico, perché nasce da una libertà maggiore.
E in mezzo a tutta questa instabilità, resta comunque uno dei pochi punti fermi che abbiamo: il bisogno di sentirci visti, capiti, e non soli.Cosa pensi del cantautorato odierno in Italia?
Penso che il cantautorato odierno in Italia sia in una fase molto interessante, anche se diversa rispetto al passato. Non esiste più una scena unica e riconoscibile come ai tempi di Fabrizio De André o Lucio Battisti, ma c’è una grande varietà di linguaggi e influenze.
Oggi molti cantautori mescolano la tradizione con sonorità contemporanee, dall’indie al pop fino all’urban, rendendo il genere più accessibile ma a volte anche più leggero nei contenuti. Allo stesso tempo, però, esistono artisti che continuano a portare avanti una scrittura profonda e personale, dimostrando che il cantautorato non è affatto scomparso, ma si è semplicemente evoluto.
Credo che la vera differenza stia nel contesto: oggi la musica è più veloce, più legata ai social e al mercato, quindi anche il cantautorato deve adattarsi. Nonostante questo, chi ha davvero qualcosa da dire riesce ancora a emergere e a creare connessioni autentiche con il pubblico. Sono una grandissima fan, ad esempio, di Levante e MadameCosa significa per te ricercare una voce propria e come raggiungere questo obiettivo?
Per me ricercare una voce propria significa, prima di tutto, fare un lavoro di onestà. Non è solo una questione di timbro o stile, ma di identità: capire cosa si ha davvero da dire e trovare il modo più autentico per dirlo, senza inseguire modelli o aspettative esterne. È un processo lungo, fatto anche di imitazione all’inizio, perché inevitabilmente si parte da ciò che si ama. Ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di togliere, di lasciare andare le influenze più evidenti e restare con qualcosa che è davvero personale, anche se magari è imperfetto o meno immediato. Penso che non si raggiunga mai del tutto questo obiettivo, è una ricerca continua. Però ci si avvicina quando quello che fai suona riconoscibile, non perché è simile a qualcosa, ma perché è tuo. Importante è anche continuare a studiare musica, senza però snaturarsi
A chi consigli l’ascolto di Ma ci sei tu?
Mi piace pensare che possa essere ascoltato da una persona molto giovane come da qualcuno con più esperienza, e che ognuno ci trovi dentro qualcosa di diverso ma allo stesso tempo familiare. In fondo, quando una canzone funziona davvero, non ha un pubblico preciso: trova semplicemente le persone giuste.
Progetti futuri…
Continuare a studiare e lavorare con la musica.