Il grande gelo energetico sembra essersi sciolto, ma non nel modo in cui Bruxelles aveva sperato.
Dopo oltre tre mesi di silenzio e incertezze, l’oleodotto Druzhba è tornato a pulsare, pompando nuovamente il greggio siberiano verso il cuore dell’Europa.
Il ripristino delle forniture verso l’Ungheria e la Slovacchia non è solo una notizia tecnica, ma un terremoto geopolitico che dimostra quanto sia fragile l’architettura delle sanzioni comunitarie.
Mentre gran parte del continente ha cercato di recidere i legami con Mosca, l’infrastruttura dell’”Amicizia” questo il significato del nome Druzhba torna a essere il canale privilegiato per un petrolio che non solo costa meno, ma che rappresenta un’arma di pressione psicologica senza precedenti.
Il paradosso è tutto nelle pieghe dei regolamenti europei: mentre il greggio trasportato via mare è bandito, quello che corre lungo i tubi di terra gode di deroghe strategiche studiate per non affossare le economie prive di sbocchi marittimi. Ma questo “lusso” concesso a Budapest e Bratislava sta creando un cortocircuito insostenibile all’interno dell’Unione.
La Germania, che ha fatto della rinuncia al petrolio russo una bandiera della propria transizione etica e politica, si ritrova ora in una posizione di estrema vulnerabilità.
Le raffinerie tedesche, costrette a rifornirsi con soluzioni alternative costose e logisticamente complesse, guardano con crescente nervosismo ai vicini che, grazie al ritorno del flusso russo, beneficiano di costi di produzione nettamente inferiori.
Mosca, dal canto suo, gioca una partita a scacchi magistrale. Riaprendo i rubinetti del Druzhba, il Cremlino non si limita a incassare preziosa valuta estera, ma invia un segnale di “divide et impera” alla leadership tedesca.
Il messaggio è sottile ma brutale: finché la Germania resterà ferma sulla linea dura, dovrà accettare uno svantaggio competitivo rispetto ai partner europei che invece hanno scelto di mantenere il dialogo energetico con la Russia.
È un ricatto energetico travestito da opportunità commerciale, una mossa che mina la coesione europea proprio nel momento in cui Berlino deve affrontare una crisi industriale interna già profonda.
La ripresa dei flussi non è dunque solo una boccata d’ossigeno per le raffinerie dell’Europa centrale, ma il simbolo di una dipendenza che non si può cancellare con un tratto di penna, lasciando l’Europa sospesa tra la necessità di una coerenza politica e il crudo pragmatismo dei mercati.