Nelle aule di scuola, Gabriele D’Annunzio viene spesso presentato attraverso le sue azioni più spettacolari o le sue posizioni politiche, col rischio di ridurlo a un’icona del nazionalismo del primo Novecento.
Questo approccio, però, finisce per mettere in ombra l’aspetto più importante: la sua straordinaria sensibilità di scrittore e poeta. Se oggi, come studenti, proviamo a guardare oltre il personaggio pubblico e le successive strumentalizzazioni della dittatura, scopriamo una proposta culturale che non si basa sulla chiusura o sull’aggressività.
Quella di D’Annunzio è un’identità fondata sulla condivisione della bellezza, della lingua e della memoria storica, intese come elementi che uniscono le persone anziché dividerle. Rileggerlo oggi significa confrontare la sua passione per l’arte con i valori della nostra Costituzione e con le crisi del mondo contemporaneo.
Un esempio chiaro di questa visione si trova nell’esperienza di Fiume e nella stesura della Carta del Carnaro (1920). Al di là delle vicende militari dell’epoca, quel testo costituzionale scritto insieme al sindacalista Alceste de Ambris conteneva intuizioni modernissime e sorprendentemente aperte: il suffragio universale effettivo, la totale libertà di pensiero e di culto, l’uguaglianza dei cittadini.
Ma l’elemento davvero rivoluzionario introdotto da D’Annunzio è il ruolo della cultura e dell’arte, poste come fondamenta della vita civile. Questa idea anticipa in modo straordinario lo spirito dell’Articolo 9 della nostra Costituzione, che impegna la Repubblica a promuovere lo sviluppo della cultura e a tutelare il paesaggio e il patrimonio storico. In questa prospettiva, la cultura non è un lusso per pochi privilegiati, ma un diritto di tutti.
Diventa una forma di “resistenza” civile: difendere lo spazio dell’espressione umana e della creatività contro la tendenza a ridurre l’individuo a un semplice ingranaggio economico o produttivo.
Esiste poi un D’Annunzio intimo e riflessivo, molto lontano dal mito del superuomo, che parla da vicino alla nostra sensibilità. È l’autore del Notturno, composto nel 1916 in una condizione di totale oscurità a causa di una grave ferita agli occhi. Costretto all’immobilità, il poeta scrive su strette strisce di carta, concentrandosi sui sensi rimasti, sui ricordi e sul dolore per la perdita degli amici in guerra.
In queste pagine la sua poesia cambia: si fa frammentaria, silenziosa, attenta al limite e alla vulnerabilità umana. Qui il legame con la propria terra e con la propria comunità non è un’esibizione di forza, ma un sentimento di cura e di memoria condivisa.
È un patriottismo dei sentimenti e della memoria, che si sposa con il rispetto per la dignità della persona espresso nell’Articolo 3 della nostra Costituzione. Ci insegna che l’appartenenza a una cultura nasce dalla capacità di ascoltare la sofferenza e di custodire la memoria storica come un patrimonio fragile da proteggere.
Se guardiamo allo scenario internazionale di oggi, segnato dai tragici conflitti in Ucraina e a Gaza, la necessità di liberare l’identità culturale da ogni deriva nazionalista diventa fondamentale.
Le guerre odierne si nutrono spesso di identità rigide, usate come barriere per negare l’altro e giustificare la violenza. La rilettura di D’Annunzio in chiave critica ci offre un punto di vista opposto: la cultura come uno spazio aperto all’incontro.
Persino nell’esperienza di Fiume, lo scrittore cercò il dialogo con i popoli oppressi di tutto il mondo, rifiutando le logiche dei grandi imperi. Oggi, quando la violenza delle armi distrugge intere città, a essere cancellati non sono solo i confini territoriali, ma i musei, i paesaggi, i luoghi della memoria e la vita delle persone.
La difesa della bellezza e della parola, intese come linguaggio universale, diventa l’unico vero argine contro la brutalità della guerra. La vera forza di una comunità non si misura dalla potenza militare, ma dalla sua capacità di produrre pensiero, dialogo e solidarietà.
La proposta di Gabriele D’Annunzio, depurata dalla retorica del tempo, ci invita a non rassegnarsi a una visionaria piatta e puramente materiale della società. Amare il proprio Paese, nell’orizzonte della nostra Costituzione, non significa isolarsi o pretendere una superiorità sugli altri, ma assumersi la responsabilità di proteggerne il patrimonio artistico, la lingua e il paesaggio.
Nello scenario complesso del XXI secolo, la lezione più pulita del poeta è che la cultura è un bene comune essenziale per mantenere l’umanità e la pace, e che fare della propria vita uno spazio di libertà e di rispetto per la bellezza è un compito civile che riguarda ognuno di noi.











