A Meloni conviene lo scontro con Trump

Trump e Meloni in contrasto

Lo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump sembra segnare la fine di una relazione politica che, fino a pochi mesi fa, appariva fondata sulla vicinanza ideologica e su una forte sintonia personale.

La presidente del Consiglio italiana era stata considerata a lungo una delle interlocutrici europee privilegiate del leader repubblicano. Era stata inoltre l’unica capo di governo dell’Unione europea presente alla cerimonia di insediamento del secondo mandato di Trump, nel gennaio 2025.

Quella stagione sembra oggi definitivamente superata.

Le divergenze sulla guerra in Medio Oriente, sull’utilizzo delle basi italiane, sui rapporti con l’Unione europea e sulle dichiarazioni del presidente americano contro Papa Leone XIV hanno progressivamente deteriorato il rapporto.

La disputa è poi esplosa pubblicamente dopo il vertice del G7, quando Trump ha sostenuto che Meloni gli avrebbe chiesto insistentemente di scattare una fotografia insieme. La premier ha respinto la ricostruzione, definendola completamente inventata e ricordando che né lei né l’Italia sono abituate a supplicare qualcuno.

Il 6 luglio 2026, alla vigilia del vertice NATO in Turchia, Trump ha riacceso nuovamente la polemica pubblicando sui social una fotografia di Meloni accompagnata dalla frase “restraining order needed”, insinuando ironicamente la necessità di un ordine restrittivo nei confronti della premier.

Dietro questo scontro apparentemente personale esiste però un calcolo politico molto più ampio.

Lo scontro con Trump fa crescere il consenso di Meloni

Dal punto di vista della politica interna, prendere le distanze da Donald Trump sembra attualmente conveniente per Giorgia Meloni.

Secondo una rilevazione dell’Istituto Demopolis, dopo i primi attacchi del presidente americano la fiducia degli italiani nella premier è salita di due punti, passando dal 38% al 40%.

Nello stesso sondaggio, la fiducia nei confronti di Trump è precipitata all’11%, dopo essere stata al 42% meno di un anno e mezzo prima. Si tratta di un livello estremamente basso, che rende politicamente poco rischioso per Meloni rispondere con fermezza alle provocazioni provenienti dalla Casa Bianca.

Una successiva rilevazione dell’Istituto Piepoli ha confermato la tendenza. Il 61% degli intervistati ha giudicato corretta la posizione assunta dalla presidente del Consiglio, mentre appena il 9% ha dato ragione a Trump.

Il dato più interessante riguarda la trasversalità del sostegno. La risposta di Meloni è stata approvata dall’85% degli elettori di centrodestra e dal 57% di quelli del centrosinistra. Anche il 52% del campione ha dichiarato che la premier dovrebbe prendere ulteriormente le distanze dal presidente americano.

Il risultato politico è evidente: Meloni riesce a trasformare un attacco esterno in uno strumento di mobilitazione interna.

Dalla destra trumpiana alla destra di governo europea

La presa di distanza da Trump permette alla presidente del Consiglio di modificare progressivamente il proprio posizionamento internazionale.

Quando arrivò a Palazzo Chigi, nel 2022, numerose cancellerie europee guardavano con diffidenza alla leader di Fratelli d’Italia. Le preoccupazioni riguardavano le sue origini politiche, i rapporti con i movimenti nazionalisti e la vicinanza ad alcuni esponenti della destra sovranista internazionale.

Negli anni successivi Meloni ha lavorato per presentarsi come una leader affidabile, atlantista e pienamente inserita nelle istituzioni europee.

Lo scontro con Trump completa in parte questa trasformazione. Consente alla premier di prendere le distanze dalla componente più aggressiva e imprevedibile della destra americana, senza rinnegare la propria identità conservatrice.

Fratelli d’Italia, secondo una rilevazione YouTrend pubblicata nel giugno 2026, rimane il primo partito italiano con il 28,6% delle intenzioni di voto, oltre sette punti davanti al Partito Democratico.

La fermezza nei confronti di Washington può quindi aiutare Meloni a difendere contemporaneamente la propria base elettorale e a conquistare una parte dell’elettorato moderato.

Non si tratta necessariamente di antiamericanismo. È piuttosto il tentativo di costruire un atlantismo meno subordinato, nel quale l’alleanza con gli Stati Uniti non impedisca all’Italia di difendere i propri interessi.

Il vantaggio politico non cancella i rischi economici

Se dal punto di vista elettorale lo scontro appare conveniente, sul piano economico la situazione è più complessa.

Gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati più importanti per le imprese italiane. Nel 2025, le esportazioni italiane verso il mercato americano hanno raggiunto i 69,6 miliardi di euro, con un incremento del 7,2% rispetto all’anno precedente.

Una parte consistente della crescita è stata però determinata dall’aumento delle esportazioni farmaceutiche e dall’anticipo delle consegne prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi. Al netto di questi fattori, numerosi comparti manifatturieri hanno registrato una contrazione.

Circa il 10,8% delle esportazioni italiane è diretto negli Stati Uniti. Macchinari, farmaceutica, mezzi di trasporto, moda, alimentare e arredamento sono tra i settori maggiormente esposti.

I dazi del 15% applicati dalla Casa Bianca su una parte rilevante dei prodotti europei rappresentano quindi un problema concreto per un sistema economico come quello italiano, fortemente dipendente dalle esportazioni.

Secondo le analisi riportate da Reuters, la persistenza delle barriere commerciali potrebbe determinare perdite superiori a 16 miliardi di euro l’anno per l’export italiano e mettere a rischio migliaia di posti di lavoro.

Prendere le distanze da Trump rassicura davvero i mercati?

Una maggiore sintonia con l’Unione europea può rafforzare la percezione di stabilità dell’Italia. Gli investitori preferiscono governi prevedibili, inseriti in alleanze consolidate e capaci di mantenere una linea coerente sulle politiche fiscali e commerciali.

Da questo punto di vista, la distanza dalle iniziative più imprevedibili di Trump può aiutare Meloni a consolidare il proprio profilo europeo.

Non è però corretto sostenere che lo scontro con il presidente americano possa automaticamente proteggere lo spread o attirare capitali.

I mercati valutano soprattutto crescita economica, debito pubblico, stabilità del governo, politica fiscale e capacità di rispettare gli impegni europei. Il rapporto personale tra due leader rappresenta soltanto uno degli elementi del quadro.

Inoltre, un deterioramento concreto delle relazioni tra Roma e Washington potrebbe produrre l’effetto opposto. Nuovi dazi, ostacoli commerciali o tensioni sulla cooperazione energetica e militare aumenterebbero l’incertezza per le imprese italiane.

Ad aprile 2026, l’Istat ha registrato una riduzione congiunturale delle esportazioni italiane del 2,2%, con un calo del 2,4% verso i Paesi extra Unione europea. Il dato trimestrale rimaneva positivo, ma confermava la volatilità del commercio internazionale.

Meloni deve distinguere Trump dagli Stati Uniti

La strategia più conveniente per Palazzo Chigi consiste nel separare il confronto personale con Donald Trump dal rapporto strutturale con gli Stati Uniti.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ribadito proprio questo concetto dopo l’ultima provocazione del presidente americano: i leader cambiano, mentre le relazioni tra Paesi rimangono.

Lo stesso governo italiano ha chiarito che il botta e risposta tra i due presidenti non deve compromettere la collaborazione tra Roma e Washington, soprattutto nei settori della difesa, dell’energia e delle materie prime strategiche.

È una distinzione fondamentale.

Meloni può ottenere consenso difendendo la dignità nazionale dagli attacchi di Trump, ma non può permettersi di trasformare una disputa personale in una crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti.

Lo scontro conviene, ma soltanto entro certi limiti

Nel breve periodo, lo scontro con Trump conviene politicamente a Giorgia Meloni.

Il presidente americano è fortemente impopolare in Italia e la risposta della premier ha raccolto un consenso che supera i confini della maggioranza. La rottura le consente inoltre di rafforzare il proprio profilo di leader europea, autonoma e istituzionalmente affidabile.

Il vantaggio, tuttavia, esiste soltanto fino a quando il confronto rimane sul piano politico e comunicativo.

Se la disputa dovesse tradursi in ritorsioni commerciali, minore cooperazione strategica o ulteriori dazi contro i prodotti italiani, il beneficio elettorale potrebbe essere rapidamente superato dal danno economico.

La vera abilità di Meloni non consisterà quindi nel prolungare lo scontro, ma nel controllarlo.

Dovrà mostrarsi ferma senza rompere l’alleanza, europea senza diventare antiamericana, autonoma senza isolare l’Italia.

Perché rispondere a Trump oggi porta consenso. Governare le conseguenze di quella risposta sarà molto più difficile.