A 88 anni, una delle più grandi scrittrici americane si racconta senza difese: il lutto, la scelta di non diventare madre, la scrittura e lo sguardo inquieto sull’America contemporanea
Esiste un momento in cui anche la carriera più straordinaria smette di essere misurata attraverso i premi, le classifiche e il numero dei libri pubblicati.
Per Joyce Carol Oates quel momento coincide con una confessione semplice e dolorosa. Di fronte alla possibilità di ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, il riconoscimento che da anni molti critici considerano quasi inevitabile, la scrittrice americana non ha indicato il premio come il desiderio più importante della propria vita.
Preferirebbe riavere accanto suo marito.
È una risposta che sposta improvvisamente il discorso dalla letteratura alla vita. Ridimensiona il prestigio pubblico e riporta tutto alla misura privata degli affetti, delle assenze e delle giornate condivise.
Joyce Carol Oates ha compiuto 88 anni il 16 giugno 2026. È una delle autrici più prolifiche e riconosciute della letteratura americana contemporanea. Ha scritto più di sessanta romanzi, oltre a numerose raccolte di racconti, opere teatrali, poesie, saggi, testi autobiografici e libri di critica letteraria. Nel corso della sua carriera ha ricevuto il National Book Award, è stata più volte finalista al Premio Pulitzer e ha ottenuto alcuni dei maggiori riconoscimenti culturali statunitensi.
Eppure, quando parla della perdita, la sua bibliografia smisurata sembra diventare improvvisamente secondaria.
Joyce Carol Oates oltre il mito della scrittrice instancabile
Per decenni Joyce Carol Oates è stata raccontata come una macchina della scrittura.
La sua capacità produttiva ha alimentato una sorta di leggenda: romanzi pubblicati con regolarità impressionante, racconti, saggi, recensioni, lezioni universitarie e interventi pubblici. La sua opera attraversa generi molto differenti, dalla narrativa realista al gotico, dal thriller psicologico alla riflessione politica.
Ridurre Oates alla quantità sarebbe però un errore.
La sua letteratura ha esplorato le zone più oscure della società americana: la violenza domestica, le disuguaglianze sociali, il razzismo, l’ossessione per il successo, il potere, la sessualità, la famiglia e la fragilità dell’identità.
L’autrice è cresciuta in una famiglia operaia e rurale nello Stato di New York. Nata a Lockport nel 1938, fu la prima della sua famiglia a completare gli studi superiori e riuscì a frequentare la Syracuse University grazie a una borsa di studio. Si laureò come migliore studentessa del proprio corso e proseguì poi la formazione all’Università del Wisconsin.
Quell’origine modesta è rimasta presente nella sua narrativa. Anche quando racconta personaggi ricchi o apparentemente privilegiati, Oates osserva le fratture che attraversano la società statunitense e le conseguenze psicologiche della competizione, della violenza e della paura.
Una carriera costruita osservando le contraddizioni dell’America
Oates ha vissuto e insegnato a Detroit durante gli anni delle tensioni razziali che precedettero e accompagnarono le rivolte del 1967. Quel periodo contribuì a modellare il suo interesse per il conflitto sociale e per le forme di violenza, spesso sotterranee, presenti nella vita americana.
Opere come them, Black Water e Blonde hanno mostrato la sua capacità di unire la cronaca alla finzione, la psicologia individuale alle grandi trasformazioni collettive.
Anche nei testi apparentemente più intimi, l’individuo non è mai completamente separato dalla società. Le scelte personali sono condizionate dalla classe sociale, dal genere, dal potere economico e dalle aspettative imposte dall’ambiente.
È forse per questa ragione che la recente confessione sul marito appare così potente. Dietro la scrittrice capace di raccontare intere generazioni emerge una donna costretta a confrontarsi con una perdita che nessuna analisi può davvero neutralizzare.
Il Nobel e il peso della perdita privata
Il Premio Nobel per la Letteratura rappresenta il massimo riconoscimento simbolico per uno scrittore.
Il nome di Joyce Carol Oates compare da molti anni nelle discussioni che precedono l’annuncio dell’Accademia svedese. Ogni autunno, critici e lettori tornano a chiedersi se sia finalmente arrivato il momento della sua consacrazione definitiva.
Oates, però, guarda la questione da una prospettiva differente.
Nell’intervista pubblicata dal Guardian nel giugno 2026 ha spiegato che ricevere il Nobel sarebbe in qualche modo triste, perché nessun premio potrebbe compensare la perdita delle persone amate. Alla gloria letteraria preferirebbe la possibilità impossibile di riavere il marito accanto a sé.
Non si tratta di falsa modestia.
La scrittrice conosce perfettamente il valore della propria opera. Non ha bisogno di fingere indifferenza verso il successo. Il punto è un altro: con l’età, la distanza tra ciò che il mondo considera importante e ciò che una persona sente davvero essenziale diventa più evidente.
I premi appartengono alla dimensione pubblica. Il lutto appartiene alla vita quotidiana.
Un riconoscimento può entrare in una biografia ufficiale, ma non può ricostruire una conversazione, una cena, un’abitudine o il semplice conforto della presenza.
La morte di Raymond Smith e il racconto del dolore
Joyce Carol Oates sposò Raymond J. Smith nel 1961. I due condivisero per quasi mezzo secolo la vita privata e quella culturale, collaborando anche alla rivista letteraria Ontario Review.
Smith morì improvvisamente nel 2008 a causa di complicazioni legate a una polmonite. Dopo la sua scomparsa, Oates affrontò il lutto nel libro autobiografico A Widow’s Story, pubblicato nel 2011.
In quel testo raccontò la disorientante trasformazione di una donna in vedova, descrivendo il dolore non come un percorso lineare, ma come uno stato ossessivo e imprevedibile.
La scrittura divenne uno strumento per osservare la perdita, ma non una cura capace di cancellarla.
Oates si risposò nel 2009 con il neuroscienziato Charles Gross, morto nel 2019. Anche questa seconda perdita ha inevitabilmente rafforzato la sua consapevolezza della precarietà degli affetti.
Quando oggi afferma che preferirebbe riavere suo marito piuttosto che vincere il Nobel, non sta pronunciando una frase costruita per impressionare. Sta parlando da una vita attraversata due volte dal lutto.
La scelta di non diventare madre
Accanto al tema della perdita, Joyce Carol Oates ha affrontato con naturalezza anche la decisione di non avere figli.
La scrittrice ha spiegato di non aver mai sentito un forte desiderio di maternità. Non si è trattato di una rinuncia dolorosa né di una scelta vissuta come un conflitto.
Semplicemente, la maternità non apparteneva al suo progetto di vita.
Per una donna nata nel 1938, una simile posizione possiede un significato particolare. Oates è cresciuta in un’epoca in cui l’identità femminile veniva ancora collegata quasi automaticamente al matrimonio, alla famiglia e alla nascita dei figli.
Scegliere una vita diversa poteva essere interpretato come egoismo, incompletezza o rifiuto delle aspettative sociali.
Oates racconta invece di non essersi sentita particolarmente giudicata. La scrittura ha occupato una parte enorme della sua vita, ma l’autrice non presenta il lavoro come una giustificazione necessaria.
Non dice di non aver avuto figli perché la letteratura glielo impediva. Rivendica piuttosto il diritto di non desiderare la maternità.
I modelli delle grandi autrici senza figli
Oates ha ricordato che molte delle scrittrici che ammirava non erano madri: Virginia Woolf, Jane Austen, George Eliot e le sorelle Brontë.
Queste figure dimostravano che una donna poteva costruire un’esistenza intellettuale piena senza necessariamente passare attraverso l’esperienza materna.
Il riferimento non crea una contrapposizione tra maternità e scrittura. Indica piuttosto l’esistenza di modelli femminili differenti.
Nel corso della propria opera, Oates ha raccontato spesso la famiglia come un luogo fondamentale dell’identità. Ha definito il nucleo familiare come uno dei principali centri delle emozioni e delle relazioni umane. Questo interesse letterario non richiedeva, però, che la sua vita personale aderisse a una struttura familiare tradizionale.
La libertà rivendicata da Oates consiste proprio nel poter osservare e raccontare la maternità senza essere obbligata a viverla.
Scrivere a 88 anni senza temere il tempo
L’età non sembra aver rallentato la sua attività.
Joyce Carol Oates continua a pubblicare, a partecipare al dibattito culturale e a osservare il presente con la stessa attenzione mostrata nei decenni precedenti.
La scrittura, per lei, non è mai stata soltanto una professione. È il modo attraverso cui organizza l’esperienza, esamina le paure e trasforma la realtà in una forma comprensibile.
Non sembra temere il foglio bianco. Il problema, semmai, è la quantità di storie ancora possibili.
Il suo archivio narrativo continua a essere alimentato dall’America contemporanea, una società che Oates considera attraversata da profonde tensioni: polarizzazione politica, disuguaglianze, violenza, razzismo, crisi delle istituzioni e dominio della comunicazione digitale.
Lo sguardo su Donald Trump e sull’America divisa
Negli ultimi anni la scrittrice ha espresso più volte posizioni critiche nei confronti di Donald Trump.
La figura del presidente rappresenta per Oates non soltanto un fenomeno politico, ma il sintomo di una trasformazione culturale più profonda. Nei suoi interventi ha riflettuto sulla personalizzazione estrema del potere, sulla rabbia sociale e sulla capacità della politica di trasformarsi in spettacolo.
Già in precedenti interviste si era dichiarata politicamente molto più vicina a Bernie Sanders che a Trump, osservando come gli Stati Uniti fossero attratti da poli ideologici estremamente distanti.
La sua critica non nasce da una posizione distaccata. Oates continua a sentirsi parte dell’America che racconta.
La osserva con severità proprio perché ne conosce la storia, le speranze e le contraddizioni.
Non ha rinunciato al Paese e non si è ritirata in una dimensione esclusivamente letteraria. Continua a utilizzare la propria voce per partecipare alla discussione pubblica, anche quando le sue opinioni provocano reazioni forti.
La vulnerabilità nascosta dietro il genio
La grandezza di Joyce Carol Oates non risiede soltanto nella vastità della sua produzione.
Sta nella capacità di attraversare generi, epoche e trasformazioni sociali senza smettere di interrogare la fragilità dell’essere umano.
A 88 anni, la scrittrice appare lontana dalla figura monumentale e inaccessibile che potrebbe suggerire la sua bibliografia. Parla del dolore, del matrimonio, della maternità e della vecchiaia con una chiarezza che non cerca effetti teatrali.
La sua vulnerabilità non riduce il genio. Lo rende più comprensibile.
Dietro i romanzi, i premi e le candidature esiste una persona che ha amato, perso e continuato a scrivere. Una donna consapevole che la letteratura può dare forma al dolore, ma non può riportare indietro chi non c’è più.
Il Nobel potrebbe ancora arrivare. Sarebbe il riconoscimento di una carriera straordinaria e di un’opera che ha raccontato l’America per più di sessant’anni.
Ma le parole di Oates ricordano una verità che spesso la società del successo preferisce ignorare: nessun premio possiede lo stesso valore di una presenza amata.
Alla fine, anche per una delle più grandi scrittrici viventi, il vero centro dell’esistenza non è la fama.
È ciò che resta quando il rumore degli applausi si spegne.







