Anno III • Numero 245
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Trump fa un passo indietro su Hormuz, ma i raid Usa sull’Iran continuano

Trump davanti allo Stretto di Hormuz con petroliera e raid americani contro l’Iran

Donald Trump fa un passo indietro sullo Stretto di Hormuz, ma non sull’offensiva militare contro l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha abbandonato il progetto di imporre una commissione del 20 per cento sulle merci trasportate attraverso uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo. Al suo posto, Washington punta ora a nuovi accordi commerciali e di investimento con i Paesi del Golfo.

La rinuncia al pedaggio, tuttavia, non rappresenta una svolta verso la distensione. Gli Stati Uniti hanno infatti ripristinato il blocco navale dei porti iraniani e intensificato i bombardamenti contro obiettivi militari, sistemi missilistici e difese costiere della Repubblica islamica.

La tensione nel Golfo Persico resta quindi altissima. Lo Stretto di Hormuz continua a essere il centro di una crisi che minaccia la sicurezza regionale, il commercio marittimo e l’approvvigionamento energetico mondiale.

Trump ritira il pedaggio del 20 per cento su Hormuz

La proposta di Donald Trump era durata appena un giorno. Il presidente statunitense aveva inizialmente annunciato una commissione del 20 per cento sui carichi commerciali che avessero attraversato in sicurezza lo Stretto di Hormuz sotto la protezione americana.

Il provvedimento avrebbe dovuto compensare gli Stati Uniti per i costi sostenuti nel garantire la navigazione lungo la rotta. Il progetto aveva però sollevato dubbi politici, economici e giuridici, oltre a provocare preoccupazione tra i Paesi del Golfo e gli operatori del trasporto marittimo.

Il 14 luglio 2026 Trump ha quindi ritirato la proposta. Ha dichiarato che la commissione verrà sostituita da accordi commerciali e investimenti provenienti dai Paesi del Golfo. Il presidente non ha però fornito dettagli sugli importi, sui tempi o sugli Stati direttamente coinvolti nei nuovi accordi.

Il cambio di rotta modifica lo strumento economico scelto dalla Casa Bianca, ma non riduce la pressione su Teheran.

Attacchi su Hormuz tensione alle stelle.

Ripristinato il blocco dei porti iraniani

Contestualmente alla rinuncia al pedaggio, gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco navale contro i porti iraniani. Il provvedimento riguarda le navi dirette verso l’Iran o provenienti dai suoi scali, mentre non equivale formalmente alla chiusura completa dello Stretto di Hormuz.

Nelle ore precedenti all’entrata in vigore del blocco, diverse imbarcazioni legate al commercio iraniano hanno accelerato il passaggio attraverso lo stretto. Secondo i dati sulle rotte navali citati da Reuters, nove delle undici navi transitate il 14 luglio seguivano rotte commerciali iraniane.

Tra queste figuravano petroliere vuote dirette verso i terminal iraniani e navi in uscita con petrolio greggio, prodotti raffinati, gas di petrolio liquefatto, metanolo e minerali.

La strategia statunitense appare chiara: mantenere aperto il passaggio per le esportazioni degli alleati del Golfo e, allo stesso tempo, limitare la capacità commerciale ed energetica dell’Iran.

Due petroliere emiratine colpite da missili iraniani

La nuova escalation è stata alimentata dagli attacchi contro due grandi petroliere riconducibili agli Emirati Arabi Uniti.

Le navi Mombasa B e Al Bahyah, appartenenti alla categoria delle grandi petroliere per il trasporto di greggio, sono state colpite da missili da crociera iraniani mentre attraversavano la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz, in acque territoriali omanite.

Secondo il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, un membro indiano dell’equipaggio è morto e altre otto persone sono rimaste ferite. Quattro dei feriti versavano in condizioni gravi. Gli incendi scoppiati a bordo sono stati successivamente portati sotto controllo, ma entrambe le imbarcazioni hanno riportato danni significativi.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima ha inoltre segnalato un’altra petroliera raggiunta da un proiettile vicino alle coste dell’Oman. Non è stato però possibile stabilire con certezza se si trattasse di un terzo attacco distinto oppure di uno degli episodi già comunicati dalle autorità emiratine.

I Guardiani della rivoluzione iraniana hanno rivendicato di aver colpito due superpetroliere, accusandole di avere ignorato gli avvertimenti e di avere percorso una rotta considerata illegale da Teheran.

I bombardamenti americani sull’Iran continueranno

Il passo indietro economico di Trump non si è tradotto in una riduzione delle operazioni militari. Le forze statunitensi hanno condotto nuove ondate di bombardamenti contro installazioni iraniane, proseguendo gli attacchi sia durante la notte sia nelle ore diurne.

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha riferito di avere colpito decine di obiettivi in diverse aree dell’Iran. Tra i bersagli figurano sistemi di difesa costiera, postazioni missilistiche, strutture navali, installazioni militari e infrastrutture utilizzate dalle forze armate iraniane.

Gli attacchi hanno interessato anche Bandar Abbas, Qeshm, Bushehr, Ahvaz, Khormuj, Kuh-e Stak e l’isola di Grande Tunb, punto strategico vicino allo Stretto di Hormuz.

Secondo le autorità iraniane, i raid più recenti avrebbero provocato decine di morti e centinaia di feriti. Questi bilanci provengono da fonti governative iraniane e non risultano verificati in modo indipendente.

L’ultimatum di Trump a Teheran

Donald Trump ha ribadito che gli attacchi continueranno se l’Iran non tornerà al tavolo dei negoziati. Il presidente ha minacciato di estendere le operazioni anche a centrali elettriche, ponti e altre infrastrutture strategiche.

Il messaggio della Casa Bianca è diretto: Teheran deve accettare un nuovo accordo e rinunciare alle proprie ambizioni nucleari e militari, oppure affrontare una campagna di bombardamenti ancora più vasta.

La minaccia contro infrastrutture che potrebbero avere anche una funzione civile solleva però forti interrogativi sul piano umanitario e del diritto internazionale. Ogni operazione dovrà distinguere chiaramente tra obiettivi militari e strutture indispensabili alla popolazione.

Trump continua comunque a presentare la pressione militare come uno strumento necessario per costringere la leadership iraniana a negoziare.

L’Iran minaccia tutte le esportazioni energetiche del Golfo

La risposta iraniana non si limita agli attacchi contro le navi. I Guardiani della rivoluzione hanno minacciato di impedire le esportazioni di petrolio e gas dell’intera regione nel caso in cui il blocco statunitense impedisse all’Iran di commerciare.

La formula utilizzata da Teheran è netta: l’energia del Golfo dovrà essere esportata da tutti oppure da nessuno.

La minaccia coinvolge direttamente Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e gli altri produttori che dipendono dalle rotte marittime regionali. Un’estensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche o alle navi degli Stati arabi potrebbe trasformare lo scontro tra Washington e Teheran in una guerra regionale molto più ampia.

Perché lo Stretto di Hormuz è decisivo

Prima dell’inizio del conflitto, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale. La rotta collega i principali produttori del Golfo ai mercati asiatici, europei e internazionali.

Anche una chiusura parziale può provocare un aumento del prezzo del petrolio, dei costi di trasporto e dei premi assicurativi applicati alle navi. Gli armatori possono inoltre decidere di sospendere i viaggi, rallentare le partenze o chiedere tariffe più elevate per compensare il rischio.

Il traffico commerciale nello stretto ha già registrato una forte contrazione. La riduzione del numero di navi in transito dimostra che, pur non essendo formalmente chiuso, Hormuz è diventato un passaggio estremamente pericoloso e costoso.

Il 15 luglio il petrolio Brent è tornato sopra gli 85 dollari al barile. Il prezzo risultava superiore di oltre il 15 per cento rispetto ai livelli precedenti all’inizio della guerra, pur restando lontano dai massimi raggiunti durante le fasi più acute della crisi.

Una retromarcia economica, non militare

Il ritiro del pedaggio del 20 per cento può essere interpretato come una retromarcia politica e commerciale. Trump ha probabilmente scelto di evitare una misura difficile da applicare, contestata sul piano internazionale e potenzialmente dannosa per gli stessi alleati degli Stati Uniti.

Sul piano militare, però, la linea americana non cambia. Il blocco dei porti iraniani, i raid contro le installazioni militari e le minacce contro nuove infrastrutture mostrano una strategia fondata sulla massima pressione.

Washington vuole garantire la navigazione commerciale degli alleati, ridurre le entrate energetiche iraniane e costringere Teheran a riprendere i negoziati. L’Iran, al contrario, tenta di dimostrare che nessuna esportazione del Golfo può essere considerata sicura mentre i suoi porti e le sue navi vengono bloccati.

Il passo indietro di Trump su Hormuz non apre quindi una fase di pace. Cambia soltanto uno degli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti. I bombardamenti continuano, il blocco navale è tornato operativo e il rischio di un conflitto regionale resta più concreto che mai.