Anno III • Numero 245
9772039198001

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La lettera di Manfredi Borsellino al padre: il ricordo più intimo nell’ultimo giorno di Paolo

Manfredi Borsellino autore della lettera in ricordo del padre Paolo

Il 19 luglio 1992 non morì soltanto un magistrato. In via D’Amelio, insieme a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, venne colpita una famiglia che da tempo conviveva con la paura e con la consapevolezza di un destino sempre più vicino.

A raccontare la dimensione privata di quei giorni è Manfredi Borsellino, figlio del giudice e dirigente della Polizia di Stato. La sua lettera al padre attraversa i 57 giorni compresi tra la strage di Capaci e l’attentato di via D’Amelio. Non è soltanto una testimonianza familiare: è il ritratto di un uomo che aveva intuito il pericolo, ma aveva scelto di non sottrarsi al proprio dovere.

Il giorno in cui Paolo Borsellino perse Giovanni Falcone

Il racconto comincia il 23 maggio 1992. Manfredi si trovava nella casa dei genitori e studiava per l’esame di diritto commerciale. Paolo Borsellino era uscito per andare dal barbiere quando ricevette la telefonata che annunciava l’attentato sull’autostrada tra Palermo e Punta Raisi.

Il magistrato tornò a casa con ancora sul viso alcune tracce di schiuma da barba. Davanti alla televisione, il figlio lo vide sconvolto e incapace di pronunciare una parola.

Borsellino si cambiò rapidamente e raggiunse l’ospedale. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo morirono poco dopo. Per la famiglia Borsellino, quello fu un punto di non ritorno.

Manfredi descrive il cambiamento progressivo del padre. L’uomo ironico, capace di non prendersi mai troppo sul serio, lasciò spazio a una persona più distante e assorbita dalle preoccupazioni.

Soltanto dopo la morte del magistrato, il figlio comprese che quel distacco era stato almeno in parte consapevole. Paolo Borsellino avrebbe cercato di abituare gradualmente i figli alla propria assenza, quasi volesse prepararli alla possibilità di condividere il destino dell’amico Giovanni Falcone.

Paolo Borsellino nello studio Storico

I 57 giorni prima di via D’Amelio

Nella lettera, Manfredi ricorda gli incubi che lo accompagnarono tra maggio e luglio. Sognava attentati e scene di guerra nella sua Palermo, ma ogni mattina cercava di allontanare quelle immagini.

La vita quotidiana continuava. Gli esami universitari, gli impegni familiari e le giornate estive sembravano difendere una normalità ormai fragile. Intanto Paolo Borsellino lavorava senza sosta, protetto da un apparato di sicurezza che limitava inevitabilmente anche la libertà della moglie Agnese e dei figli Lucia, Manfredi e Fiammetta.

Non era la prima estate segnata dalle minacce. Nel 1985, dopo gli omicidi dei poliziotti Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, Falcone e Borsellino erano stati trasferiti con le rispettive famiglie all’Asinara per preparare l’istruttoria del maxiprocesso.

Nel 1992, però, la situazione era diversa. Dopo Capaci, il pericolo era diventato immediato e concreto.

L’ultima domenica di Paolo Borsellino

La mattina del 19 luglio Paolo Borsellino raggiunse Villagrazia di Carini, dove la famiglia avrebbe trascorso alcune ore insieme. Manfredi ricorda una giornata apparentemente serena, il mare, il pranzo palermitano e le immagini del Tour de France trasmesse dalla televisione.

Borsellino fece anche il suo ultimo bagno. Sulla spiaggia, gli agenti della scorta continuavano a seguirlo con lo sguardo mentre provavano a godersi qualche momento di tranquillità.

Dopo pranzo il magistrato si ritirò in una stanza per riposare. In realtà, non riuscì a dormire. Il portacenere pieno di sigarette rivelò alla famiglia tutta la sua inquietudine.

Nel pomeriggio raccolse i propri effetti personali. Con lui portò anche l’agenda rossa, destinata a diventare uno dei più dolorosi misteri della strage. Quell’agenda, nella quale annotava riflessioni e informazioni legate alle sue indagini, scomparve dopo l’esplosione.

Manfredi accompagnò il padre fino all’automobile portandogli la borsa. I due si scambiarono un sorriso, convinti che si sarebbero rivisti poche ore dopo nella casa di Palermo.

Fu il loro ultimo saluto.

L’attentato e la corsa verso Palermo

Paolo Borsellino doveva raggiungere la madre in via D’Amelio per accompagnarla dal cardiologo. Alle 16:58, una Fiat 126 imbottita di esplosivo venne fatta detonare davanti al civico 19.

Con il magistrato morirono gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo fu l’unico componente della scorta a sopravvivere.

Manfredi apprese dell’attentato mentre giocava a ping-pong. Fu il volto sconvolto della cugina Silvia, che aveva ascoltato la notizia alla radio, a fargli capire che era accaduto qualcosa di irreparabile.

Raggiunse via D’Amelio in motocicletta insieme a un amico, ma non poté vedere il padre. Venne accompagnato al centro di Medicina legale, dove arrivarono anche la madre e la nonna paterna.

La sorella Lucia affrontò invece il momento più terribile. Volle ricomporre e vestire il corpo del padre. Sotto i baffi segnati dalla fuliggine, raccontò di avere riconosciuto il suo sorriso. Da quell’ultima immagine riuscì a ricavare la forza di un estremo saluto.

Un cognome mai utilizzato come privilegio

La parte più profonda della lettera riguarda ciò che accadde dopo. Manfredi, le sorelle e la madre decisero di non vivere soltanto come familiari di una vittima della mafia.

Sapevano che Paolo Borsellino avrebbe voluto vederli studiare, lavorare e costruire autonomamente le proprie famiglie. Per questo scelsero di non usare il loro cognome per ottenere incarichi, riconoscimenti o vantaggi.

Manfredi è diventato dirigente della Polizia di Stato, seguendo una strada fondata sul servizio alle istituzioni. Nel suo percorso ha conservato uno degli insegnamenti più rigorosi del padre: chiedere favori e raccomandazioni significa rinunciare a una parte della propria libertà, perché ogni favore può trasformarsi in un debito.

È questo il cuore morale della testimonianza. Paolo Borsellino non viene ricordato soltanto per il coraggio mostrato davanti alla mafia, ma per il modo in cui insegnò ai figli a vivere senza scorciatoie e senza dipendere dal potere degli altri.

La lettera si chiude con un ringraziamento semplice e definitivo: «Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande».

A 34 anni dalla strage, quelle parole ricordano che l’eredità di Paolo Borsellino non appartiene soltanto alla storia giudiziaria italiana. Vive nelle scelte quotidiane di chi rifiuta i favori, difende la propria libertà e considera il servizio allo Stato un dovere, non uno strumento di prestigio.

La lettera integrale di Manfredi Borsellino è pubblicata sul sito della Polizia di Stato. La testimonianza chiude il libro Era d’estate, curato da Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi.