Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il prezzo della pace

Un mondo con oltre 130 conflitti continua a investire nella guerra. Ma quanto siamo disposti a pagare per smettere di combattere?

Il prezzo della pace è un concetto fondamentale per comprendere il costo delle guerre in corso.

C’è un modo semplice, quasi brutale, per comprendere lo stato di salute del mondo contemporaneo: contare le guerre.

Ma anche questo esercizio, apparentemente elementare, nasconde una difficoltà. Dipende da cosa intendiamo per guerra.

Analizzare il prezzo della pace ci aiuta a riflettere sulle conseguenze delle scelte politiche di oggi.

L’Uppsala Conflict Data Program ha registrato nel 2025 65 conflitti armati nei quali almeno uno Stato era direttamente coinvolto, il numero più alto dall’inizio delle rilevazioni, nel 1946. Tredici di questi hanno superato la soglia dei mille morti in combattimento nell’anno e sono stati quindi classificati come vere e proprie guerre. Complessivamente, circa 244.600 persone sono morte nel 2025 a causa della violenza organizzata, facendo dell’anno appena trascorso il secondo più sanguinoso dalla tragedia ruandese del 1994.

Investire nel prezzo della pace è indispensabile per garantire un futuro stabile e prospero.

Se però allarghiamo lo sguardo oltre i conflitti tra o con gli Stati e consideriamo guerre civili, insurrezioni, gruppi armati e altre situazioni riconducibili al conflitto armato, il quadro diventa ancora più impressionante.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa conta oggi oltre 130 conflitti armati nel mondo. Sono più del doppio rispetto a quindici anni fa. E oltre venti di queste guerre durano ormai da più di due decenni.

Non siamo quindi semplicemente davanti a un mondo nel quale esistono ancora delle guerre.

Stiamo progressivamente entrando in un mondo che sembra essersi abituato alla guerra.

LA GEOGRAFIA DELLA GUERRA

Alcuni conflitti occupano quotidianamente le prime pagine dei giornali. Altri sembrano quasi scomparsi dall’informazione occidentale.

L’Ucraina continua a rappresentare il principale terreno di confronto militare fra Russia e Occidente e, indirettamente, una delle grandi questioni sulle quali si definirà il futuro dell’architettura di sicurezza europea.

Il Medio Oriente rimane un sistema di crisi comunicanti: Israele e Palestina, Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen e Mar Rosso costituiscono fronti diversi ma sempre più difficili da considerare separatamente.

Il Sudan vive una delle più drammatiche crisi umanitarie contemporanee.

Nella Repubblica Democratica del Congo la competizione per il territorio, la sicurezza e le immense risorse minerarie continua ad alimentare instabilità e violenza.

In Myanmar la guerra civile si è trasformata in un mosaico di eserciti, milizie e gruppi etnici.

Nel Sahel, dal Mali al Burkina Faso fino al Niger, terrorismo jihadista, fragilità istituzionale, colpi di Stato e interessi delle potenze straniere si sovrappongono.

E poi ci sono Somalia, Yemen, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e numerosi altri teatri di crisi.

Conflitti differenti per origine, protagonisti e obiettivi. Eppure accomunati da una caratteristica: diventa sempre più difficile distinguere le guerre locali dalla competizione globale.

Dietro molti conflitti regionali troviamo infatti armi straniere, finanziamenti stranieri, interessi economici, alleanze militari, controllo delle risorse naturali, rotte commerciali e strategie delle grandi potenze.

La guerra locale è sempre meno locale.

UNA GUERRA MONDIALE FRAMMENTATA?

Quando parliamo dei rischi geopolitici contemporanei, la domanda ricorrente è quasi inevitabile: stiamo andando verso una Terza guerra mondiale?

Forse è la domanda sbagliata.

Perché continuiamo a immaginare una guerra mondiale utilizzando le categorie del Novecento: grandi eserciti contrapposti, dichiarazioni di guerra, fronti chiaramente definiti, mobilitazioni generali.

La guerra del XXI secolo potrebbe essere molto diversa.

Potrebbe non esserci un unico fronte.

Potrebbero essercene cento.

Ucraina, Medio Oriente, Africa, Mar Rosso, Indo-Pacifico. A questi si aggiungono cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, guerra economica, sanzioni, controllo delle tecnologie, competizione sulle materie prime.

Droni e intelligenza artificiale stanno inoltre modificando profondamente il modo di combattere. Lo stesso Comitato internazionale della Croce Rossa sottolinea come le linee del fronte si stiano ormai estendendo contemporaneamente nel mondo fisico e in quello digitale.

Potremmo allora trovarci non davanti alla vigilia di una guerra mondiale, ma già all’interno di qualcosa di diverso:

una guerra mondiale frammentata.

Decine di conflitti apparentemente indipendenti che finiscono progressivamente per collegarsi attraverso interessi, alleanze, tecnologie, energia e materie prime.

IL COSTO DELLA GUERRA

Esiste però un altro modo per misurare lo stato del mondo.

Non contare le guerre.

Contare quanto spendiamo per prepararci a combatterle.

Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, nuovo massimo storico secondo il SIPRI.

Significa circa 7,9 miliardi di dollari ogni giorno.

La spesa militare globale è cresciuta per l’undicesimo anno consecutivo e nell’ultimo decennio, dal 2016 al 2025, è aumentata complessivamente del 41 per cento. Stati Uniti, Cina e Russia rappresentano da soli il 51 per cento della spesa militare mondiale.

È un dato che merita di essere osservato senza semplificazioni.

Gli Stati investono nella difesa perché percepiscono minacce reali. E proprio la crescita delle guerre contribuisce ad aumentare la domanda di sicurezza.

Ma qui nasce un paradosso.

Più cresce l’insicurezza, più gli Stati si armano.

Più gli Stati si armano, più gli altri percepiscono insicurezza.

E più aumenta l’insicurezza, più diventa politicamente giustificabile investire ancora nelle armi.

È il meccanismo classico del dilemma della sicurezza: ciò che uno Stato considera necessario per difendersi può essere interpretato dal vicino come preparazione all’aggressione.

Nasce così una spirale difficile da interrompere.

IL COSTO UMANO

Ma esiste un bilancio che non compare nei conti pubblici.

Alla fine del 2025 117,8 milioni di persone nel mondo erano state costrette ad abbandonare la propria casa a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che hanno gravemente compromesso l’ordine pubblico.

Significa più di una persona ogni settanta abitanti del pianeta.

Dietro questo numero non ci sono soltanto profughi.

Ci sono case abbandonate.

Scuole chiuse.

Ospedali distrutti.

Famiglie separate.

Bambini che crescono nei campi profughi.

Intere generazioni che imparano prima a riconoscere il rumore di un drone che quello della campanella di una scuola.

Ed esiste un’altra conseguenza meno immediatamente visibile.

Ogni guerra produce la guerra successiva quando lascia dietro di sé povertà, umiliazione, desiderio di vendetta, istituzioni distrutte e generazioni senza prospettive.

Per questo il vero costo di una guerra non termina quando viene firmato un cessate il fuoco.

Può continuare per decenni.

MA QUANTO COSTA LA PACE?

Ed eccoci alla domanda più difficile.

Perché se conosciamo abbastanza bene il costo della guerra, molto più complicato è stabilire il prezzo della pace.

La pace non è gratuita.

Quasi mai lo è stata.

Richiede compromessi.

Richiede garanzie.

Richiede denaro per ricostruire.

Ma soprattutto richiede qualcosa che per la politica può essere persino più difficile da concedere del denaro:

rinunciare a una parte delle proprie pretese.

Ed è qui che ogni conflitto diventa terribilmente concreto.

Per l’Ucraina parlare di pace significa inevitabilmente affrontare territorio, sovranità e garanzie di sicurezza.

Per Russia e Occidente significa discutere nuovamente dell’architettura di sicurezza europea.

Per israeliani e palestinesi significa affrontare sicurezza, autodeterminazione, confini, insediamenti, Gerusalemme, rifugiati e riconoscimento reciproco.

In Sudan significa rinunciare all’idea che il controllo dello Stato possa essere conquistato definitivamente attraverso le armi.

Nel Congo significa affrontare contemporaneamente sicurezza, confini, risorse minerarie e interessi degli Stati vicini.

Ogni pace richiede quindi un prezzo.

Il problema è stabilire chi debba pagarlo.


PACE NON SIGNIFICA RESA

Esiste tuttavia un pericolo opposto.

Trasformare la parola “pace” in una formula astratta.

Non ogni cessazione delle ostilità produce una pace giusta e duratura.

Una pace imposta senza sicurezza può diventare semplicemente l’intervallo precedente alla guerra successiva.

La storia europea lo ha già dimostrato.

La pace non può quindi coincidere necessariamente con la resa del più debole né con la semplice accettazione del fatto compiuto.

Deve contenere almeno tre elementi:

sicurezza, sostenibilità e riconoscimento reciproco.

Senza sicurezza, la pace genera paura.

Senza sostenibilità economica, genera instabilità.

Senza riconoscimento dell’altro, conserva intatte le ragioni della guerra.

Ed è probabilmente questo il punto nel quale oggi la diplomazia internazionale mostra le sue maggiori difficoltà.

Perché negoziare non significa semplicemente convincere due eserciti a smettere di sparare.

Significa costruire condizioni nelle quali entrambi possano ritenere più conveniente continuare a non sparare.

IL PARADOSSO DEL NOSTRO TEMPO

Arriviamo così al grande paradosso.

L’umanità possiede oggi una capacità tecnologica, scientifica ed economica mai raggiunta nella propria storia.

Possiamo comunicare istantaneamente da una parte all’altra del pianeta.

Possiamo modificare il codice genetico.

Possiamo utilizzare sistemi di intelligenza artificiale capaci di elaborare quantità immense di informazioni.

Stiamo progettando missioni verso altri pianeti.

Eppure continuiamo a risolvere molte delle nostre controversie utilizzando uno degli strumenti più antichi inventati dall’uomo:

la violenza.

Forse perché la guerra possiede una caratteristica che la pace non ha.

La guerra semplifica.

Crea un nemico.

Divide il mondo fra noi e loro.

Trasforma problemi complessi in obiettivi militari.

La pace, invece, complica.

Obbliga a riconoscere le ragioni dell’altro.

Impone compromessi.

Costringe a spiegare alla propria opinione pubblica perché qualcosa che ieri era considerato irrinunciabile oggi può diventare negoziabile.

Ed è per questo che spesso un leader politico riesce più facilmente a giustificare nuovi miliardi destinati alle armi che una concessione fatta al nemico.


CHI HA IL CORAGGIO DELLA PACE?

Forse dovremmo allora modificare anche il nostro concetto di coraggio.

Per secoli abbiamo associato il coraggio alla guerra.

Il soldato che avanza.

Il comandante che non arretra.

Il popolo che resiste.

Tutte immagini che conservano una loro dignità quando si tratta di difendere la propria vita e la propria libertà.

Ma esiste anche un altro coraggio, molto meno celebrato.

Quello di chi decide di negoziare quando potrebbe continuare a combattere.

Quello di chi accetta un compromesso sapendo che una parte della propria opinione pubblica lo chiamerà traditore.

Quello di chi rinuncia alla vendetta.

Quello di chi comprende che vincere una guerra non significa necessariamente costruire la pace.

Nel 2025 il mondo ha destinato alla spesa militare quasi 2.900 miliardi di dollari.

Contemporaneamente, il Comitato internazionale della Croce Rossa descrive un pianeta attraversato da oltre 130 conflitti armati.

E 117,8 milioni di esseri umani continuano a vivere lontano dalla propria casa.

Forse questi tre numeri dovrebbero essere letti insieme.

Perché raccontano qualcosa che va oltre la geopolitica.

Raccontano una contraddizione.

Siamo diventati straordinariamente efficienti nel finanziare la guerra e terribilmente prudenti quando dobbiamo investire politicamente nella pace.

E allora la domanda finale non è quanto costi la pace.

È un’altra.

Quanto siamo disposti a rinunciare per ottenerla?

Territorio. Potere. Prestigio. Vendetta. Ambizioni geopolitiche. L’illusione della vittoria totale.

Perché la guerra presenta sempre il conto alla fine.

La pace, invece, chiede di pagare prima.

Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, continuiamo a considerarla troppo cara.