Mentre Mattarella denuncia le «guerre scellerate» e Leone XIV chiede di sottrarre risorse alla distruzione per restituirle alla vita, l’escalation tra Stati Uniti e Iran pone una domanda che riguarda tutti: fino a che punto una grande potenza può perseguire i propri obiettivi strategici facendo ricadere i costi delle proprie scelte sul resto del mondo, inclusa la guerra?
Ci sono momenti nei quali parole pronunciate in luoghi diversi sembrano improvvisamente comporre un unico discorso.
È accaduto in questi giorni con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e con Papa Leone XIV.
Nel messaggio inviato il 21 agosto al Meeting di Rimini, Mattarella ha descritto con poche parole un tratto inquietante della nostra epoca: «Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate», mentre crescono le disuguaglianze e «ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani». Il Presidente ha contrapposto a questa deriva la necessità di educare alla pace e di rifiutare odio, passività e avversione verso l’altro, proprio mentre la guerra continua a imperversare nel mondo.
Quasi contemporaneamente Leone XIV, nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, ha chiesto che le energie oggi impiegate «in guerra e distruzione» vengano destinate alla vita, alla salute e alla società. Non è un’affermazione isolata. Nei mesi precedenti il Pontefice aveva ripetutamente richiamato la comunità internazionale alla responsabilità del negoziato, affermando, proprio riferendosi alla crisi iraniana, che la pace non si costruisce attraverso minacce reciproche e armi.
Parole che sarebbe facile condividere.
Molto più difficile è domandarsi che cosa significhino quando vengono confrontate con quello che sta accadendo nel mondo.
La guerra che riguarda anche chi non la combatte
Questa guerra, che coinvolge anche chi non la combatte, solleva interrogativi sulle conseguenze del conflitto globale.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è ormai una delle dimostrazioni più evidenti di quanto una guerra del XXI secolo non appartenga soltanto ai Paesi che la combattono.
Washington ha ulteriormente innalzato il livello dello scontro. L’amministrazione Trump ha annunciato quelle che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito le sanzioni più dure mai imposte all’Iran, mentre Teheran ha risposto minacciando una reazione «devastante».
Gli Stati Uniti motivano la propria strategia con esigenze di sicurezza, con la necessità di contrastare l’Iran e con la difesa della libertà di navigazione. L’Iran, dal canto suo, utilizza lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione e ha contribuito con le proprie azioni militari a rendere ancora più pericolosa la situazione.
Le responsabilità, dunque, non possono essere ridotte a una rappresentazione semplicistica nella quale esistano un solo colpevole e una sola vittima.
Ma questo non impedisce di porre una domanda politica.
Fino a che punto una grande potenza può perseguire i propri interessi strategici quando le conseguenze delle sue decisioni finiscono per essere pagate da una parte consistente del pianeta?
È una domanda che oggi riguarda innanzitutto gli Stati Uniti perché sono la maggiore potenza militare occidentale e perché hanno assunto un ruolo diretto nel conflitto iraniano. Ma domani potrebbe riguardare qualsiasi altra grande potenza.
Ed è proprio questo il problema.
Hormuz: un piccolo stretto attraverso il quale passa il mondo
Basta osservare ciò che sta accadendo nello Stretto di Hormuz.
Prima della guerra attraverso questo passaggio transitava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Il 21 agosto i dati Kpler citati da Reuters indicavano appena sette navi commerciali di materie prime transitate nella giornata precedente, contro le quattordici del giorno prima. Nessuna grande petroliera VLCC e nessuna metaniera LNG figuravano tra quei transiti.
Non è più, quindi, una questione che riguarda soltanto Washington e Teheran.
Riguarda l’Europa.
Riguarda la Cina e l’India.
Riguarda le imprese.
Riguarda le famiglie.
Il Brent è tornato sopra i 93 dollari al barile e si avvia verso il secondo rialzo settimanale consecutivo, mentre il mercato comincia a considerare la crisi energetica non più come un’interruzione temporanea, ma come una condizione potenzialmente prolungata.
Ed è qui che la guerra entra silenziosamente nelle nostre case.
Il conto invisibile della guerra
Una guerra non costa soltanto quanto spendono gli eserciti.
Quella è soltanto la prima fattura.
Ci sono poi il petrolio più caro, il gas, i carburanti, i costi delle assicurazioni marittime, i noli, le deviazioni delle rotte commerciali, l’aumento dei costi industriali.
E poi ancora l’inflazione.
La perdita di potere d’acquisto.
La riduzione dei consumi.
Le difficoltà delle imprese.
La minore crescita.
Il conto della guerra si distribuisce progressivamente lungo l’intera economia mondiale fino ad arrivare a persone che forse non saprebbero neppure indicare lo Stretto di Hormuz su una carta geografica.
Persino per gli Stati Uniti il costo sta diventando enorme: le valutazioni disponibili parlano ormai di miliardi di dollari di spesa militare e di rilevanti conseguenze indirette sulle famiglie americane.
Ma il costo economico, per quanto enorme, rimane soltanto una parte del problema.
Esiste un costo umano che nessuna contabilità potrà mai misurare correttamente.
Morti.
Feriti.
Famiglie distrutte.
Militari che non tornano a casa.
Civili che non hanno deciso alcuna guerra e ne diventano le prime vittime.
Lo stesso presidente Trump ha dovuto confrontarsi direttamente con questa dimensione partecipando al rientro delle salme di militari americani caduti nel conflitto.
Ed è allora che le parole di Leone XIV assumono un significato ancora più concreto.
Quante scuole?
Quanti ospedali?
Quanta ricerca?
Quante politiche contro la povertà?
Quanta transizione energetica?
Quanta assistenza alle persone più fragili potrebbero essere finanziate con una parte delle risorse che ogni giorno vengono consumate per distruggere ciò che domani dovrà essere ricostruito?
Dalla sicurezza alla supremazia
C’è però una questione ancora più delicata.
Gli Stati Uniti sostengono di agire per la propria sicurezza e per quella dei propri alleati. È una posizione che deve essere riportata correttamente.
Ma riconoscere le motivazioni dichiarate da Washington non significa rinunciare a interrogarsi sulla strategia che sta emergendo.
Quando una grande potenza utilizza contemporaneamente forza militare, sanzioni economiche, pressione commerciale e controllo delle rotte strategiche per imporre determinate condizioni, il confine tra difesa della sicurezza e politica di potenza diventa inevitabilmente più sottile.
A luglio Trump aveva persino annunciato il ripristino del blocco navale dell’Iran e l’intenzione americana di ottenere una quota del 20% sul valore dei carichi transitati attraverso Hormuz.
Oggi Washington minaccia conseguenze economiche anche per i Paesi che continueranno a sostenere rapporti con Teheran.
È legittimo allora domandarsi dove finisca la tutela dell’interesse nazionale e dove cominci il tentativo di riaffermare una supremazia.
Perché esiste un principio che dovrebbe valere per Washington come per Mosca, Pechino, Teheran o qualsiasi altra capitale:
la forza di una nazione non può trasformarsi automaticamente nel diritto di trasferire agli altri il costo delle proprie ambizioni geopolitiche.
Il vero sconfitto è il multilateralismo
Forse è proprio questo il fenomeno più preoccupante.
Non stiamo assistendo soltanto a una nuova guerra.
Stiamo assistendo alla progressiva perdita di centralità delle istituzioni create proprio per evitare che le relazioni internazionali tornassero a essere regolate esclusivamente dai rapporti di forza.
Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo aveva provato a costruire un sistema nel quale il diritto internazionale, le Nazioni Unite, la diplomazia e le organizzazioni multilaterali potessero contenere la politica di potenza.
Quel sistema è sempre stato imperfetto.
Ma oggi rischia di diventare irrilevante.
Russia in Ucraina, guerre in Medio Oriente, tensioni tra Stati Uniti e Iran, competizione strategica tra Washington e Pechino: cambia la geografia, cambiano i protagonisti, ma ritorna la stessa logica.
Io sono abbastanza forte da poterlo fare.
Ed è probabilmente questa la frase non pronunciata più pericolosa del nostro tempo.
Perché se la forza torna a essere la principale fonte della legittimità internazionale, allora ogni potenza cercherà di diventare ancora più forte.
E la risposta alla guerra sarà altro riarmo.
La risposta alla paura saranno nuovi armamenti.
La risposta all’insicurezza sarà altra insicurezza.
E l’Europa?
In questo scenario colpisce anche la difficoltà dell’Europa a esprimere una propria autonoma capacità politica.
L’Unione europea possiede un mercato di oltre 400 milioni di cittadini, una delle maggiori economie del pianeta, capacità industriali, scientifiche e culturali straordinarie.
Eppure troppo spesso continua ad apparire più come il luogo nel quale arrivano le conseguenze delle crisi internazionali che come uno dei soggetti capaci di determinarne la soluzione.
L’Europa paga l’aumento dell’energia.
Paga le difficoltà commerciali.
Paga l’instabilità alle proprie frontiere.
Paga i flussi migratori prodotti dalle guerre.
Paga il rallentamento economico.
Ma fatica ancora a trasformare il proprio peso economico in peso politico.
Forse proprio la crisi attuale dovrebbe convincerci che autonomia strategica europea non significa prendere le distanze dall’alleanza occidentale, ma acquisire la capacità di avere una voce propria quando gli interessi dell’Europa e quelli degli Stati Uniti non coincidono perfettamente.
Essere alleati non significa rinunciare al diritto di dissentire.
Quando la guerra diventa normale
Ed eccoci nuovamente alle parole di Mattarella.
«Guerre scellerate».
L’aggettivo è importante.
Perché forse il pericolo maggiore non è soltanto che esistano ancora le guerre.
È che abbiamo cominciato ad abituarci.
Ogni mattina leggiamo di bombardamenti, missili, droni, vittime, ultimatum, sanzioni.
Controlliamo il prezzo del petrolio.
Guardiamo le Borse.
Calcoliamo l’impatto sul PIL.
E continuiamo la nostra giornata.
La guerra rischia così di trasformarsi da tragedia eccezionale in una variabile ordinaria dello scenario economico internazionale.
Ed è probabilmente proprio contro questa assuefazione che parlano, da posizioni istituzionali profondamente differenti, Mattarella e Leone XIV.
Il Presidente della Repubblica richiama la responsabilità della politica.
Il Papa richiama la responsabilità dell’uomo.
Entrambi ci ricordano che la pace non nasce spontaneamente.
Deve essere costruita.
Chi pagherà il conto?
Rimane allora una domanda.
Possiamo davvero accettare che il destino economico ed energetico di miliardi di persone dipenda dalla decisione di pochi governi?
Possiamo considerare normale che uno stretto largo poche decine di chilometri tenga in ostaggio una parte dell’economia mondiale?
Possiamo continuare a destinare immense risorse alla distruzione e poi dichiarare di non avere abbastanza denaro per sanità, scuola, ambiente, cooperazione internazionale e lotta alla povertà?
E soprattutto: chi ha conferito alle grandi potenze il diritto di far pagare al mondo il prezzo delle proprie strategie?
Non si tratta di essere antiamericani.
Non significa essere filoiraniani.
E certamente non significa ignorare le responsabilità del regime di Teheran.
Significa difendere un principio molto più semplice: nessuna nazione, per quanto potente, dovrebbe poter considerare il resto dell’umanità un danno collaterale dei propri obiettivi geopolitici.
Forse è questo che rende oggi così importanti le parole pronunciate da Mattarella e da Leone XIV.
Perché mentre la politica discute di deterrenza, supremazia, sanzioni, blocchi navali e sfere d’influenza, entrambi riportano al centro una parola che rischiamo paradossalmente di considerare ingenua.
Pace.
Ma la pace non è ingenuità.
Non è resa.
Non è debolezza.
È probabilmente la più difficile delle costruzioni politiche.
E soprattutto è l’unica nella quale il denaro speso oggi non servirà domani a ricostruire ciò che abbiamo distrutto ieri.
Il problema è capire quante altre vite, quanta altra ricchezza e quanto altro futuro dovremo bruciare prima di ricordarcene.