Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il posto in banca: da sogno di una generazione a scelta da ripensare?

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Per decenni entrare in banca ha significato conquistare stabilità, prestigio e futuro. Oggi digitalizzazione, pressioni commerciali, riorganizzazioni e intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente quel mestiere. Il posto può essere ancora sicuro. Ma siamo altrettanto sicuri che lo sia la professione?

C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui una frase bastava a tranquillizzare un’intera famiglia: «È entrato in banca».

Non significava semplicemente aver trovato un lavoro. Significava essersi sistemati.

Nell’Italia del dopoguerra e poi in quella del boom economico, fino agli ultimi decenni del Novecento, il bancario ha rappresentato uno dei simboli della crescita della classe media. Uno stipendio regolare, un contratto solido, prospettive di carriera, condizioni previdenziali favorevoli, accesso più semplice al credito. Ma anche qualcosa di meno misurabile: il prestigio.

Il direttore di banca, soprattutto nei piccoli centri, apparteneva a quella ristretta categoria di persone alle quali ci si rivolgeva per un consiglio. Conosceva le famiglie, gli imprenditori, i commercianti. Conosceva spesso la storia che stava dietro ai numeri.

Per questo, per generazioni di genitori, vedere un figlio entrare in banca significava poter pensare che il suo futuro fosse, in qualche modo, assicurato.

Ma quel mestiere esiste ancora?

Quando il bancario aveva un mestiere

La nostalgia rischia sempre di rendere migliore il passato di quanto realmente fosse. Anche la banca di ieri aveva gerarchie rigide, pressioni commerciali, burocrazia e contraddizioni.

Eppure esisteva un elemento che oggi appare progressivamente più raro: l’autonomia professionale.

Il bancario possedeva un sapere.

Sapeva leggere un bilancio, ma sapeva anche leggere un cliente. Conosceva la capacità di pagamento di un’impresa, ma anche la sua storia. Un direttore poteva sapere che dietro un numero momentaneamente negativo c’era un imprenditore affidabile che conosceva da vent’anni.

Naturalmente anche allora esistevano regole e procedure. Ma dentro quelle regole rimaneva uno spazio significativo per il giudizio.

La relazione era parte integrante del credito.

Poi qualcosa è cambiato.

Dalla relazione alla procedura

Negli ultimi trent’anni il sistema bancario ha attraversato probabilmente la trasformazione più profonda della propria storia recente.

Fusioni e acquisizioni hanno creato gruppi sempre più grandi. Molti centri decisionali si sono allontanati dai territori. Migliaia di sportelli sono stati chiusi. Una parte enorme dell’operatività quotidiana è passata dall’impiegato allo smartphone.

Nel frattempo sono aumentate regolamentazione, compliance, controlli, modelli di rating e sistemi automatizzati di valutazione.

Molti di questi cambiamenti erano necessari. Una banca moderna non potrebbe essere amministrata con gli strumenti di quarant’anni fa.

Ma ogni trasformazione produce anche conseguenze meno evidenti.

Progressivamente il bancario ha rischiato di trasformarsi da decisore in esecutore di processi.

Il credito ne è forse l’esempio più evidente.

Il giudizio umano non è scomparso, ma deve convivere con rating, scoring, parametri prudenziali, policy interne, algoritmi e livelli autorizzativi spesso lontani dalla filiale.

Il paradosso è evidente: mentre aumentano le informazioni disponibili, può diminuire lo spazio nel quale il professionista utilizza quelle informazioni per esercitare il proprio giudizio.

Più responsabilità, meno autonomia

È probabilmente una delle contraddizioni meno raccontate del lavoro bancario contemporaneo.

Le responsabilità individuali sono aumentate.

Normativa antiriciclaggio, trasparenza, tutela del consumatore, privacy, appropriatezza degli investimenti, controlli interni: il bancario opera dentro un sistema regolamentare enormemente più complesso rispetto al passato.

Ed è giusto che sia così. La banca gestisce risparmio, credito e informazioni sensibili e deve essere sottoposta a regole rigorose.

Ma contemporaneamente può accadere che all’aumento della responsabilità non corrisponda un aumento dell’autonomia.

Anzi.

Procedure informatiche, workflow autorizzativi e sistemi di controllo definiscono sempre più precisamente ciò che può essere fatto e come deve essere fatto.

A questo si aggiunge la pressione commerciale.

Budget, campagne, obiettivi, indicatori di performance, appuntamenti programmati e monitoraggio dei risultati fanno ormai parte della quotidianità di molte reti.

Il rischio è che il professionista si trovi stretto fra due pressioni apparentemente opposte: da una parte deve rispettare procedure sempre più rigorose, dall’altra deve produrre risultati commerciali sempre più misurabili.

Ed è proprio dentro questa tensione che può nascere il disengagement.

La gabbia d’oro

Il recente dibattito sul disagio dei lavoratori bancari introduce un concetto particolarmente interessante: quello della “gabbia d’oro”.

Perché chi è insoddisfatto non se ne va?

La risposta può sembrare semplice.

Perché, nonostante tutto, lavorare in banca continua a offrire condizioni economiche e contrattuali mediamente interessanti: stabilità, welfare aziendale, previdenza complementare, assistenza sanitaria, ferie, tutele e una retribuzione spesso difficilmente replicabile, soprattutto dopo molti anni di carriera.

Ed è proprio qui che nasce la gabbia.

Si può essere sufficientemente insoddisfatti da desiderare di andare via ma sufficientemente tutelati da non potersi permettere di farlo.

Più aumenta l’anzianità, più la porta d’uscita diventa stretta.

Un cinquantenne o un sessantenne con decenni di esperienza bancaria difficilmente trova sul mercato un’alternativa capace di riconoscergli lo stesso trattamento economico e contrattuale.

La stabilità, da straordinario valore, può così trasformarsi psicologicamente in immobilità.

Ma per un giovane il problema è diverso

Ed è qui che il ragionamento cambia completamente.

Chi entra oggi nel mercato del lavoro non ha ancora nulla da perdere.

Non possiede vent’anni di anzianità, una posizione consolidata, un livello retributivo costruito nel tempo o un sistema di welfare al quale rinunciare.

Può scegliere.

E allora la domanda non è più:

«Quanto è fortunato un giovane che riesce a entrare in banca?»

La domanda diventa:

«Perché un giovane particolarmente preparato dovrebbe scegliere proprio una banca?»

Un laureato brillante in economia, matematica, ingegneria, informatica o data science può guardare verso consulenza, fintech, tecnologia, asset management, grandi imprese internazionali, startup o esperienze all’estero.

La banca non compete più soltanto con le altre banche.

Compete con un mercato del lavoro enormemente più ampio.

E questo cambia radicalmente il problema.

Il posto sicuro e il mestiere sicuro

Per anni abbiamo utilizzato quasi come sinonimi due concetti che invece sono profondamente diversi: posto di lavoro sicuro e professione sicura.

Il posto può essere relativamente protetto mentre il mestiere cambia completamente.

È ciò che sta accadendo oggi.

Le attività più semplici e ripetitive sono state progressivamente automatizzate. Bonifici, pagamenti, estratti conto, trasferimenti, richieste informative e una quantità crescente di operazioni vengono ormai effettuati senza entrare in filiale.

L’intelligenza artificiale accelererà ulteriormente questo processo.

E non riguarderà soltanto le attività esecutive.

L’AI sarà capace di analizzare documenti, sintetizzare bilanci, preparare report, individuare anomalie, assistere nella valutazione del rischio, proporre prodotti e supportare la relazione commerciale.

Molte attività che fino a pochi anni fa richiedevano ore potranno essere svolte in pochi minuti.

Questo non significa necessariamente che scomparirà il bancario.

Significa qualcosa di più interessante:

potrebbe scomparire il bancario come lo abbiamo conosciuto.

Il grande paradosso dell’intelligenza artificiale

Ed è proprio qui che la trasformazione assume una dimensione quasi paradossale.

Più le macchine saranno capaci di svolgere operazioni, analizzare dati e produrre informazioni, più dovrebbe aumentare il valore di ciò che le macchine fanno peggio.

Comprendere le persone.

Interpretare situazioni ambigue.

Costruire fiducia.

Conoscere un territorio.

Capire un’impresa oltre il suo rating.

Accompagnare un imprenditore nelle decisioni.

Gestire una famiglia nelle scelte patrimoniali di lungo periodo.

In altre parole, la tecnologia potrebbe restituire centralità proprio alla componente più umana del mestiere bancario.

Ma perché ciò accada occorre una condizione.

Bisogna restituire valore al professionista.

Non avrebbe molto senso investire miliardi nell’intelligenza artificiale per liberare il bancario dalle attività ripetitive e poi utilizzare il tempo liberato semplicemente per aumentare il numero di prodotti da collocare.

La vera rivoluzione sarebbe un’altra: utilizzare la tecnologia per trasformare nuovamente il bancario in un consulente.

Due banche dentro la stessa banca

Probabilmente il futuro non sarà uguale per tutti.

Già oggi convivono all’interno dello stesso settore mestieri molto differenti.

Private banking, wealth management, corporate finance, risk management, cybersecurity, data science, compliance specialistica e finanza strutturata possono offrire percorsi professionali di elevato contenuto.

Più delicata appare invece la trasformazione del retail tradizionale.

È proprio qui che digitalizzazione, riduzione degli sportelli e automazione stanno modificando maggiormente ruoli e competenze.

La domanda, quindi, non è semplicemente se convenga lavorare in banca.

È troppo generica.

Bisognerebbe chiedersi quale lavoro si andrà a svolgere in banca e quali competenze quel lavoro consentirà di sviluppare nei prossimi dieci o vent’anni.

Per un giovane questa distinzione è decisiva.

Quando una professione privilegiata può diventare una scelta sbagliata

Ed eccoci al punto più provocatorio.

Entrare in banca può oggi essere una scelta sbagliata?

Sì, può esserlo.

Ma non perché la banca sia improvvisamente diventata un cattivo datore di lavoro.

Può esserlo se viene scelta per le ragioni per cui la sceglievano le generazioni precedenti.

Se la motivazione principale è il posto fisso.

Se si immagina una carriera automaticamente crescente.

Se si pensa che le competenze acquisite oggi rimarranno sufficienti per trent’anni.

Se si considera l’assunzione come il punto d’arrivo anziché come l’inizio di un percorso professionale continuamente da reinventare.

In questo senso il cambiamento culturale è enorme.

I nostri genitori potevano dirci: «Entra in banca e sei sistemato».

Oggi forse dovremmo dire a un giovane:

«Entra in banca soltanto se lì puoi continuare a crescere».

La vera sfida riguarda le banche

Ma sarebbe troppo facile scaricare tutta la responsabilità sui lavoratori.

Il problema riguarda soprattutto le aziende.

Se le banche vogliono attrarre giovani altamente qualificati devono offrire qualcosa che vada oltre la sicurezza.

Devono offrire senso professionale.

Formazione continua, possibilità di cambiare ruolo, autonomia, utilizzo intelligente della tecnologia, valorizzazione delle competenze, percorsi di carriera credibili.

E soprattutto devono evitare un errore: trasformare persone sempre più qualificate in semplici terminali di procedure sempre più sofisticate.

Perché un’organizzazione può automatizzare un processo.

Può automatizzare un controllo.

Può automatizzare persino una parte della decisione.

Ma difficilmente può automatizzare completamente la fiducia.

E la banca, nonostante tutto ciò che è cambiato, continua a vivere di fiducia.

Una domanda che si è capovolta

Per generazioni abbiamo guardato alla banca dalla parte di chi cercava lavoro.

Il problema era riuscire a entrarci.

I concorsi attiravano migliaia di candidati. Una raccomandazione per entrare in banca poteva essere considerata uno dei favori più importanti da chiedere. L’assunzione veniva festeggiata come l’inizio di una vita professionale finalmente al riparo dall’incertezza.

Quel mondo sta scomparendo.

Non perché la banca abbia cessato di essere un luogo nel quale costruire una carriera importante.

Ma perché la sicurezza da sola potrebbe non essere più sufficiente.

Le nuove generazioni possono attribuire maggiore importanza alla crescita professionale, alla qualità del lavoro, alla possibilità di acquisire competenze trasferibili e all’equilibrio fra vita e professione.

Ed ecco allora il vero rovesciamento.

Per cinquant’anni ci siamo chiesti se un giovane fosse abbastanza fortunato da riuscire a entrare in banca.

Forse nei prossimi cinquant’anni saranno le banche a doversi chiedere se sono ancora abbastanza attrattive da convincere i giovani migliori a entrarci.

E potrebbe essere questa, molto più dell’intelligenza artificiale, la trasformazione destinata a cambiare davvero il mestiere del bancario.