Dagli attacchi missilistici alle conseguenze economiche: cosa sta succedendo negli EAU dopo mesi di conflitto
Da fine febbraio 2026 il Medio Oriente è teatro di un conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Israele da una parte, Iran e le milizie a esso collegate (Hezbollah, Houthi, gruppi filo-iraniani in Iraq) dall’altra. Un conflitto che, nonostante gli Emirati Arabi Uniti non ne siano protagonisti diretti, li ha coinvolti pesantemente sul piano della sicurezza, dell’economia e della vita quotidiana di residenti e turisti — compresa la nutrita comunità italiana presente nel Paese.
Gli attacchi sul territorio emiratino
Gli EAU sono stati bersaglio diretto di attacchi in più occasioni. A marzo 2026 un attacco con drone ha colpito le vicinanze dell’aeroporto internazionale di Dubai, causando la sospensione temporanea delle operazioni; nello stesso periodo le difese aeree emiratine hanno intercettato oltre mille droni e centinaia di missili balistici e da crociera diretti verso il Paese. Più recentemente, il 18 agosto, due missili balistici lanciati dall’Iran sono caduti in mare vicino alle coste degli Emirati — uno all’interno delle acque territoriali, l’altro all’esterno — spingendo Abu Dhabi a sospendere in via precauzionale scambi commerciali e finanziari con Teheran. Secondo i bilanci riportati dalle fonti internazionali, il conflitto ha causato negli Emirati vittime tra militari e civili, oltre a centinaia di feriti.
Gli effetti su viaggi e aviazione
Il settore aereo è tra i più colpiti. Diverse compagnie hanno cancellato o modificato le rotte verso Bahrain, Kuwait e Arabia Saudita, mentre lo spazio aereo del Golfo resta soggetto a restrizioni intermittenti legate alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Gli analisti del settore prevedono che le tariffe aeree da e per gli Emirati resteranno superiori del 5-10% rispetto alle attese pre-conflitto per gran parte del 2026, anche in caso di tregua duratura, a causa dei maggiori costi del carburante e delle rotte più lunghe. Diversi governi occidentali, tra cui quello australiano, hanno alzato il livello di allerta di viaggio per gli Emirati, consigliando di “riconsiderare la necessità di viaggiare” nel Paese.
Turismo e consumi sotto pressione
Il comparto turistico, pilastro dell’economia di Dubai, ha accusato il colpo: secondo stime del settore alberghiero, il Medio Oriente rischia un crollo dei flussi turistici rispetto all’anno precedente, con perdite economiche stimate in centinaia di milioni di euro al giorno per l’intera regione. A livello locale, ristoratori e operatori dell’ospitalità di Dubai hanno segnalato cali significativi nelle prenotazioni e previsto rincari a doppia cifra in diversi settori. Anche l’inflazione ha risentito della crisi: a marzo 2026 le imprese emiratine hanno aumentato i prezzi al ritmo più veloce degli ultimi undici anni, complice l’interruzione delle catene di approvvigionamento legata alle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Il mercato immobiliare e gli equilibri economici
Anche il settore immobiliare di Dubai, cresciuto rapidamente negli ultimi anni, ha risentito della crisi: nel primo trimestre 2026 i valori residenziali sono scesi del 3,8% trimestre su trimestre (marzo -5,9% su base mensile), la prima flessione trimestrale dal 2020, per poi mostrare segnali di ripresa in aprile. Le stime degli analisti per l’intero 2026 restano molto divergenti — da circa +1% secondo Knight Frank fino a -7% o peggio secondo S&P — segno dell’incertezza legata all’evoluzione del conflitto. Ancora prima dello scoppio delle ostilità, Fitch aveva previsto una correzione dei prezzi del 15% tra luglio 2025 e fine 2026, dopo il rally del +60% registrato tra il 2022 e l’inizio del 2025.
Un tema ricorrente tra gli operatori del settore è se un eventuale calo dei prezzi possa mettere in difficoltà il sistema bancario, sul modello di quanto accaduto negli Stati Uniti nel 2008. Gli immobili fungono effettivamente da garanzia per una parte dei finanziamenti bancari, ma la forza di questo meccanismo dipende dal livello di leva finanziaria del mercato — ed è qui che Dubai si discosta parecchio dagli Stati Uniti pre-2008. Circa l’80% delle transazioni immobiliari a Dubai avviene in contanti, non tramite mutuo, e negli ultimi anni le banche hanno ridotto l’esposizione ai prestiti immobiliari dal 20% a circa il 14% del totale dei prestiti, proprio per limitare il rischio sistemico. I mutui retail pesano solo circa il 10% del totale dei prestiti bancari; secondo Fitch, il vero punto di attenzione sono i prestiti corporate legati al real estate (circa il 13% del totale), spesso strutturati con pagamenti finali a saldo (“balloon payment”): se il conflitto regionale dovesse protrarsi, potrebbero diventare la principale fonte di crediti deteriorati. Al momento, però, la stessa Fitch non rileva una pressione significativa sulla qualità degli attivi del sistema bancario emiratino.
La maggior parte degli analisti — tra cui S&P, Fitch e diverse case di consulenza locali — concorda quindi che un crollo in stile 2008 sia improbabile per ragioni strutturali: prima del 2008 Dubai aveva regole di prestito molto più permissive, mentre oggi sono in vigore tetti al rapporto prestito/valore (LTV), maggiore sorveglianza sugli sviluppatori e fondi vincolati in escrow per gli acquisti off-plan. Questo non esclude comunque una correzione: una flessione moderata, nell’ordine del 10-15% in segmenti specifici — in particolare nel mid-market, dove è concentrata la nuova offerta — resta considerata plausibile e in parte già in corso, pur restando uno scenario ben diverso da un crollo sistemico paragonabile a quello americano di quasi vent’anni fa.
Riposizionamento geopolitico
La crisi ha inoltre accelerato alcune scelte strategiche di Abu Dhabi. A maggio gli Emirati hanno lasciato l’OPEC dopo quasi sei decenni di appartenenza, un passo che ha sorpreso l’Arabia Saudita nel pieno della crisi energetica. Sul piano diplomatico, gli EAU si sono avvicinati alle posizioni di Stati Uniti e Israele, mentre Riad ha preferito mantenere un profilo più cauto, mettendo in luce divergenze crescenti tra le due potenze del Golfo. Non sono mancati, tuttavia, anche segnali di distensione: a giugno funzionari emiratini e iraniani si sono incontrati faccia a faccia per la prima volta dall’inizio della guerra, e a fine giugno sono ripresi i voli commerciali diretti tra Iran ed Emirati.
Uno scenario ancora in evoluzione
A quasi sei mesi dall’inizio delle ostilità, la situazione resta fluida: un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran è scaduto nei giorni scorsi, e le trattative diplomatiche proseguono in parallelo a nuovi episodi di tensione. Per gli Emirati — e per la comunità italiana che vi risiede o vi fa affari — il quadro resta quindi di cauta vigilanza: un’economia con fondamentali solidi (crescita del PIL, diversificazione, forti riserve) che però sconta, mese dopo mese, i costi diretti e indiretti di un conflitto regionale ancora lontano da una soluzione stabile.
Articolo aggiornato al 21 agosto 2026, sulla base delle fonti disponibili a quella data. La situazione è in rapida evoluzione: si consiglia di verificare sempre gli ultimi aggiornamenti prima di viaggiare o pianificare attività nella regione.