Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

40.000 miliardi di debito: quanto può indebitarsi l’America prima che il dollaro smetta di proteggerla?

Primo piano di Donald Trump con espressione determinata durante un discorso ufficiale, con la bandiera degli Stati Uniti sfocata sullo sfondo

Il debito federale degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40 trilioni di dollari. Una cifra enorme, ma il vero problema non è soltanto quanto deve Washington: è quanto costa quel debito, quanto rapidamente continua a crescere e per quanto tempo il resto del mondo sarà disposto a finanziarlo alle condizioni alle quali gli Stati Uniti sono stati abituati.

Quarantamila miliardi di dollari.

È difficile persino rappresentare mentalmente una cifra del genere. Eppure nell’agosto 2026 il debito federale lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta la soglia dei 40 trilioni di dollari, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro americano. Di questi, circa 32,3 trilioni sono debito detenuto dal pubblico, mentre circa 7,8 trilioni corrispondono a posizioni interne alle amministrazioni federali.

Il dato colpisce soprattutto se osservato nella sua evoluzione. Il debito americano è più che raddoppiato rispetto al 2017. La pandemia ha certamente rappresentato un acceleratore straordinario, ma attribuire tutto al Covid sarebbe fuorviante: dietro la crescita del debito esiste ormai uno squilibrio strutturale tra entrate e spese pubbliche che attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane.

La domanda, allora, non è semplicemente se 40 trilioni siano tanti.

La domanda più interessante è un’altra:

quanto può continuare a indebitarsi il Paese che emette la principale moneta di riserva mondiale prima che il debito stesso cominci a mettere in discussione il privilegio che finora gli ha consentito di accumularlo?

Non tutti i debiti pubblici sono uguali

Confrontare il debito degli Stati Uniti con quello italiano utilizzando soltanto il valore assoluto sarebbe privo di significato.

Il debito pubblico va rapportato alla dimensione dell’economia, alla capacità fiscale dello Stato, alla struttura delle scadenze, al costo medio del finanziamento, alla composizione dei creditori e, soprattutto, alla valuta nella quale è denominato.

Ed è proprio qui che gli Stati Uniti dispongono di un vantaggio che nessun altro grande debitore possiede nella stessa misura.

Washington si indebita nella propria moneta e quella moneta è il dollaro.

Non una valuta qualsiasi, ma il principale strumento utilizzato nelle riserve delle banche centrali, nei commerci internazionali e nei mercati finanziari globali.

I Treasury americani costituiscono inoltre uno degli strumenti finanziari più importanti del pianeta: banche centrali, fondi pensione, assicurazioni, banche, fondi d’investimento e investitori privati li utilizzano come attività liquide e relativamente sicure.

È quello che viene spesso definito il “privilegio esorbitante” del dollaro.

Gli Stati Uniti possono quindi permettersi qualcosa che sarebbe assai più difficile per molti altri Paesi: finanziare enormi deficit collocando quantità altrettanto enormi di titoli sul mercato mondiale.

Ma un privilegio non significa assenza di limiti.

Il problema non sono soltanto i 40 trilioni

Per capire perché la soglia appena raggiunta meriti attenzione bisogna distinguere il debito federale lordo dal debt held by the public, cioè il debito effettivamente detenuto dagli investitori e dalla Federal Reserve.

È soprattutto quest’ultimo a incidere sui mercati finanziari.

Secondo le proiezioni del Congressional Budget Office, nel 2026 il debito detenuto dal pubblico dovrebbe attestarsi intorno al 101% del PIL. Se le politiche attuali rimanessero sostanzialmente invariate, potrebbe raggiungere il 120% del PIL nel 2036 e superare già nel 2030 il precedente massimo storico registrato nel secondo dopoguerra.

Ancora più significativa è la prospettiva di lunghissimo periodo: nelle proiezioni del CBO il rapporto potrebbe arrivare al 175% del PIL alla fine dell’orizzonte trentennale considerato.

Non siamo quindi davanti a una temporanea espansione del debito destinata automaticamente a rientrare.

Siamo davanti a una traiettoria.

Ed è la traiettoria, molto più della fotografia dei 40 trilioni, che dovrebbe preoccupare.

Il deficit è diventato strutturale

C’è poi un secondo elemento.

Gli Stati Uniti continuano a produrre deficit molto elevati anche in assenza di una recessione profonda.

Per l’anno fiscale 2026 il CBO prevede 7,4 trilioni di dollari di spesa federale, a fronte di circa 5,6 trilioni di entrate, con un deficit nell’ordine di 1,9 trilioni, pari a circa il 5,8% del PIL.

È un livello particolarmente significativo perché negli ultimi cinquant’anni il deficit federale americano è stato mediamente intorno al 3,8% del PIL.

E il CBO non prevede una vera inversione.

Nel 2036 il deficit potrebbe raggiungere 3,1 trilioni di dollari, pari al 6,7% del PIL.

Questo significa che il debito non cresce soltanto durante guerre, pandemie o recessioni.

Cresce anche in condizioni economiche relativamente normali.

È probabilmente questo il cambiamento più importante.

Quando il debito comincia a produrre altro debito

Esiste poi un meccanismo particolarmente insidioso.

Gli interessi.

Finché i tassi rimangono molto bassi, uno Stato può sostenere un grande stock di debito senza subirne immediatamente tutte le conseguenze.

Ma quando i titoli in scadenza devono essere rifinanziati a rendimenti sensibilmente superiori, la situazione cambia.

Nel 2025 gli interessi netti sul debito federale americano erano già arrivati a circa 970 miliardi di dollari. Per il 2026 il CBO prevede che superino 1.000 miliardi di dollari.

Significa che gli Stati Uniti spendono ormai per gli interessi una cifra paragonabile alle maggiori funzioni del bilancio federale.

E il fenomeno tende ad autoalimentarsi:

più debito → maggiori interessi → maggiore deficit → nuovo debito → nuovi interessi.

Il CBO prevede infatti che gli interessi netti salgano dal 3,3% del PIL nel 2026 al 4,6% nel 2036. Questa potrebbe essere la vera soglia critica americana.

Non necessariamente il momento nel quale il debito raggiunge 40, 45 o 50 trilioni, ma quello nel quale il costo del debito comincia a sottrarre una quota crescente delle risorse disponibili alle altre politiche pubbliche.

I mercati stanno già mandando qualche segnale

Negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che merita attenzione.

I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza sono saliti sensibilmente: il trentennale americano ha superato il 5,2%, raggiungendo livelli che non si vedevano da molti anni. Gli investitori non hanno smesso di comprare debito americano, ma stanno chiedendo rendimenti più elevati per farlo.

È una distinzione fondamentale.

Non siamo davanti, almeno per ora, a una fuga dai Treasury.

Siamo davanti a un mercato che sembra dire:

“Continuiamo a prestarvi denaro, ma vogliamo essere pagati di più.”

Il 20 agosto il Tesoro americano si è mosso per aumentare le operazioni di riacquisto dei titoli a lunga scadenza, raddoppiando da 2 ad almeno 4 miliardi di dollari alcune operazioni sui Treasury decennali, ventennali e trentennali. La misura ha temporaneamente ridotto la pressione sui rendimenti, senza naturalmente risolvere il problema strutturale dei deficit.

Ed è forse proprio qui che i 40 trilioni cessano di essere soltanto una curiosità statistica.

Quando il debito pubblico arriva nelle tasche delle famiglie

L’aumento dei rendimenti dei Treasury non riguarda soltanto Washington.

I titoli pubblici americani rappresentano il punto di riferimento per una parte enorme del sistema finanziario.

Se aumenta il rendimento richiesto al debitore considerato più importante del mondo, tende ad aumentare anche il costo del denaro per gli altri.

Mutui.

Prestiti.

Obbligazioni societarie.

Finanziamenti alle imprese.

Operazioni immobiliari.

Valutazioni delle società quotate.

Il problema del debito federale può quindi trasformarsi progressivamente in un problema di costo del capitale per l’intera economia americana.

Ed è qui che può emergere un altro circolo vizioso: maggiori rendimenti rallentano investimenti e crescita; una crescita più debole rende più difficile stabilizzare il rapporto debito/PIL; un rapporto debito/PIL crescente può richiedere rendimenti ancora maggiori.

Ma allora perché l’America non è l’Italia?

La domanda è inevitabile.

Se un rapporto debito/PIL superiore al 100% viene spesso considerato problematico per Paesi come l’Italia, perché gli Stati Uniti possono superarlo senza provocare immediatamente una crisi?

Perché le condizioni sono profondamente diverse.

L’Italia utilizza l’euro ma non controlla autonomamente la moneta nella quale è denominato il proprio debito.

Gli Stati Uniti, invece, emettono dollari e Treasury all’interno di un sistema finanziario costruito in larga parte proprio intorno al dollaro.

C’è inoltre una differenza nelle prospettive di crescita, nella profondità dei mercati finanziari e nella capacità degli Stati Uniti di attrarre capitali internazionali.

Ma questo non significa che il debito americano sia innocuo.

Significa semplicemente che la soglia di tolleranza è molto più elevata.

E il Giappone?

Il caso giapponese rende il confronto ancora più interessante.

Il Giappone convive da anni con un rapporto debito/PIL molto superiore a quello americano senza essere precipitato in una crisi sovrana.

Una parte della spiegazione risiede nella particolare struttura del risparmio e del mercato finanziario giapponese, nella forte presenza di investitori domestici e nel ruolo svolto dalla Bank of Japan.

La lezione è importante:

non esiste una percentuale universale oltre la quale uno Stato automaticamente fallisce.

Un rapporto debito/PIL del 120% può produrre conseguenze molto diverse in due economie differenti.

Conta la credibilità.

Conta la moneta.

Conta chi possiede il debito.

Conta il tasso di interesse.

Conta la crescita nominale dell’economia.

E conta la capacità politica di correggere gli squilibri quando diventano insostenibili.

Il vero rischio: r > g

Alla fine la sostenibilità del debito può essere ricondotta a una relazione relativamente semplice.

Se nel lungo periodo il tasso medio pagato sul debito (r) rimane inferiore alla crescita nominale dell’economia (g), anche un debito elevato può risultare gestibile.

Se invece:

r > g

e contemporaneamente lo Stato continua a produrre consistenti deficit primari, il rapporto debito/PIL tende a crescere.

È questo, più che il numero assoluto dei 40 trilioni, il dato da osservare nei prossimi anni.

Gli Stati Uniti hanno bisogno che l’economia continui a crescere abbastanza velocemente, che l’inflazione rimanga sotto controllo e che i mercati continuino ad acquistare Treasury a condizioni sostenibili.

Se una di queste condizioni viene meno, il margine di manovra si riduce.

Il dollaro può perdere il suo privilegio?

Qui arriviamo alla domanda più delicata.

Il dollaro non rischia realisticamente di essere sostituito da un giorno all’altro.

Non esiste oggi un concorrente capace di replicare contemporaneamente la profondità dei mercati finanziari americani, la liquidità dei Treasury, la libertà di movimento dei capitali e il ruolo geopolitico degli Stati Uniti.

L’euro dispone di un’economia comparabile, ma non di un unico mercato del debito sovrano federale delle dimensioni di quello americano.

La Cina possiede dimensioni economiche enormi, ma il renminbi resta condizionato dai controlli sui movimenti di capitale.

Le criptovalute non costituiscono, almeno oggi, un’alternativa sistemica alle riserve valutarie tradizionali.

La questione quindi non è necessariamente la sostituzione del dollaro.

È la sua possibile erosione progressiva.

Se banche centrali, fondi sovrani e grandi investitori decidessero nel tempo di diversificare maggiormente le proprie riserve, la domanda strutturale di Treasury potrebbe diminuire.

Gli Stati Uniti continuerebbero probabilmente a finanziarsi.

Ma potrebbero essere costretti a farlo a un prezzo maggiore.

Ed è proprio questo il punto.

Il privilegio del dollaro non deve necessariamente scomparire per diventare meno conveniente.

Può davvero fallire l’America?

Tecnicamente sì. Economicamente è molto più complicato.

Gli Stati Uniti non sono un debitore normale perché il loro debito è denominato nella valuta che essi stessi emettono.

Questo rende estremamente improbabile un’insolvenza dovuta alla semplice impossibilità materiale di procurarsi dollari.

Esiste tuttavia un rischio particolare: il debt ceiling, il limite legale all’indebitamento stabilito dal Congresso. Una crisi politica che impedisse temporaneamente al Tesoro di rispettare alcune obbligazioni potrebbe provocare un default tecnico.

Ma il rischio economico più realistico è diverso.

Gli Stati Uniti potrebbero non “fallire” formalmente e tuttavia pagare un prezzo molto elevato attraverso:

  • tassi d’interesse più alti;
  • maggiore pressione fiscale;
  • riduzione della spesa pubblica;
  • minori investimenti;
  • inflazione;
  • indebolimento del dollaro;
  • rallentamento della crescita.

Il vero default americano potrebbe quindi non assumere la forma spettacolare di uno Stato che dichiara di non poter pagare i propri creditori.

Potrebbe assumere la forma molto più lenta di una progressiva perdita di libertà fiscale.

Dal “whatever it takes” fiscale al problema delle scelte

Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto finanziare guerre, crisi economiche, riduzioni fiscali, programmi sociali e interventi straordinari facendo affidamento sulla profondità del proprio mercato finanziario.

Ma ogni dollaro destinato agli interessi è un dollaro che non può essere destinato ad altro senza aumentare ulteriormente il deficit.

Difesa, infrastrutture, sanità, istruzione, transizione energetica, ricerca e politiche sociali cominciano quindi a competere non soltanto tra loro, ma con una voce sempre più ingombrante:

il costo delle decisioni prese nel passato.

È questo uno degli effetti meno visibili dell’eccesso di debito.

Il debito non sottrae necessariamente sovranità quando viene emesso.

Può sottrarla molti anni dopo, quando bisogna pagarne gli interessi.

I 40 trilioni sono allora una soglia critica?

Probabilmente no.

Non esiste nulla di economicamente magico nel passaggio da 39.999 a 40.000 miliardi.

Gli Stati Uniti non diventano improvvisamente insolventi.

I Treasury non cessano di essere acquistati.

Il dollaro non perde improvvisamente il proprio ruolo internazionale.

Ma la soglia dei 40 trilioni ha un enorme valore simbolico perché costringe a osservare una tendenza che diventa sempre più difficile ignorare.

Nel 2026 il CBO prevede un deficit del 5,8% del PIL. Nel 2036 lo vede ancora più alto, al 6,7%. Il debito detenuto dal pubblico passerebbe dal 101% al 120% del PIL e gli interessi netti dal 3,3% al 4,6%. Non è la fotografia di un’emergenza temporanea.

È quella di uno squilibrio strutturale.

Il paradosso americano

Ed eccoci al paradosso.

Gli Stati Uniti possono sostenere un debito enorme perché il mondo ha fiducia negli Stati Uniti.

Ma proprio la possibilità di indebitarsi così facilmente può ridurre l’incentivo politico ad affrontare il problema.

Finché i Treasury vengono comprati, il deficit può continuare.

Finché il dollaro rimane la principale valuta internazionale, il finanziamento resta relativamente agevole.

Finché l’economia americana cresce, il peso del debito appare gestibile.

Il sistema funziona.

Fino al momento in cui potrebbe cominciare a funzionare meno bene.

E nei mercati finanziari i cambiamenti più importanti raramente avvengono quando tutti si accorgono contemporaneamente che una soglia matematica è stata superata. Avvengono quando cambia lentamente la percezione del rischio.

I recenti rendimenti dei Treasury sono, sotto questo profilo, un segnale da non sottovalutare: gli investitori continuano a finanziare Washington, ma chiedono una remunerazione crescente. La domanda da porsi, allora, non è quando falliranno gli Stati Uniti.

È probabilmente una domanda sbagliata.

Quella corretta è:

quanto può aumentare il prezzo che il mondo chiede agli Stati Uniti per continuare a finanziare il loro debito prima che quel prezzo cominci a modificare profondamente l’economia americana?

I 40.000 miliardi non rappresentano necessariamente il limite.

Ma potrebbero essere il punto dal quale abbiamo cominciato a chiederci seriamente dove quel limite si trovi.