Il progetto della pista sintetica di Sellata-Monte Pierfaone, in Basilicata, riapre una questione che va ben oltre l’abbattimento degli alberi. Nell’epoca del cambiamento climatico, gestire l’ambiente significa conciliare sviluppo, capitale naturale e interesse delle comunità. Ma fino a che punto possiamo modificare un ecosistema per renderlo economicamente utilizzabile?
C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’idea di costruire una pista da sci dove la neve non è più una certezza.
È uno dei paradossi prodotti dal cambiamento climatico: mentre le temperature aumentano e le stagioni invernali diventano progressivamente meno prevedibili, l’uomo cerca di conservare le attività economiche legate alla neve sostituendo ciò che la natura non riesce più a garantire con infrastrutture artificiali.
È quanto sta accadendo nel comprensorio sciistico di Sellata-Monte Pierfaone, in Basilicata, dove un progetto di riqualificazione del valore complessivo di circa 8 milioni di euro prevede, tra gli altri interventi, una pista da sci sintetica di 480 metri, una nuova seggiovia e infrastrutture di servizio. Secondo quanto riportato dalla stampa, 6 milioni proverrebbero dal Programma Operativo Complementare collegato al Fondo europeo di sviluppo regionale.
Il progetto viene presentato dalle istituzioni locali come un investimento capace di destagionalizzare il turismo e offrire nuove opportunità economiche a un territorio montano.
Ma proprio qui cominciano le domande.
951 alberi e una domanda più grande
La questione è esplosa dopo le contestazioni di Legambiente e WWF. Secondo la documentazione richiamata dalle associazioni e dalla stampa, per gli interventi sarebbero interessati dall’abbattimento 951 alberi, prevalentemente faggi e ontani, in un’area di particolare valore naturalistico all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano e prossima alla Zona Speciale di Conservazione “Faggeta di Monte Pierfaone” della rete Natura 2000.
Legambiente ha chiesto al Ministero dell’Ambiente maggiore trasparenza sulle procedure e un riesame della Valutazione di Incidenza Ambientale.
Il Comune di Abriola respinge invece l’idea di una contrapposizione inevitabile tra sviluppo e ambiente. Il sindaco Romano Triunfo ha sostenuto che l’iter è stato sottoposto alle autorità competenti e che sono previsti interventi di compensazione e reimpianto, con un numero di faggi superiore a quello delle piante rimosse. L’obiettivo dichiarato è creare una destinazione turistica capace di funzionare durante tutto l’anno e generare opportunità per alberghi, ristorazione, commercio, guide e imprese locali.
Sono due visioni apparentemente contrapposte.
Eppure limitarsi a scegliere tra le due rischia di farci perdere la questione più interessante.
Il problema non è stabilire semplicemente se sia giusto o sbagliato costruire una pista sintetica.
La domanda è un’altra:
che cosa significa oggi gestire correttamente l’ambiente?
Dalla tutela alla gestione ambientale
Per molto tempo abbiamo interpretato la politica ambientale prevalentemente come conservazione: proteggere un bosco, evitare l’inquinamento, salvaguardare una specie, limitare il consumo del territorio.
Oggi questo approccio non basta più.
La gestione ambientale richiede di considerare contemporaneamente ambiente, economia e società.
Un territorio non è soltanto un insieme di alberi, corsi d’acqua e montagne. È un sistema nel quale convivono ecosistemi, popolazioni, imprese, infrastrutture, turismo e attività economiche.
Proteggere l’ambiente ignorando le esigenze delle comunità che lo abitano può produrre abbandono e spopolamento.
Ma perseguire lo sviluppo economico consumando progressivamente il capitale naturale può produrre il risultato opposto: distruggere proprio la risorsa sulla quale quello sviluppo dovrebbe fondarsi.
È questo equilibrio a costituire il cuore della moderna gestione ambientale.
Il capitale naturale non è gratuito
Un bosco possiede un valore che difficilmente compare nei tradizionali bilanci economici.
Gli alberi assorbono carbonio, contribuiscono alla regolazione delle temperature e delle acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità e costruiscono paesaggio.
Producono quelli che vengono definiti servizi ecosistemici.
Il problema è che questi servizi normalmente non hanno un prezzo.
Una seggiovia, una pista o un parcheggio hanno invece un costo immediatamente misurabile.
Nasce così una curiosa asimmetria: siamo molto bravi a contabilizzare quanto costa costruire qualcosa e molto meno bravi a determinare quanto vale ciò che dobbiamo modificare per costruirla.
La stessa politica europea sta progressivamente spostando l’attenzione dalla semplice protezione alla conservazione e al ripristino del capitale naturale. Il regolamento europeo sul ripristino della natura punta alla ricostituzione di ecosistemi resilienti proprio perché biodiversità, adattamento climatico ed economia non possono più essere considerati compartimenti separati. La Commissione europea stima, più in generale, benefici economici molto superiori ai costi per gli investimenti nel ripristino degli ecosistemi.
Un bosco, dunque, non è semplicemente uno spazio non ancora utilizzato economicamente.
È già un’infrastruttura. Solo che è un’infrastruttura naturale.
Piantare un albero non significa sostituire un bosco
Questo ci porta alla questione delle compensazioni.
Se vengono abbattuti degli alberi e successivamente ne viene piantato un numero uguale o addirittura superiore, possiamo considerare neutralizzato l’impatto?
Non necessariamente.
Un albero giovane piantato oggi non svolge immediatamente le stesse funzioni di un albero adulto. E soprattutto un insieme di alberi non coincide automaticamente con un ecosistema forestale.
Un bosco è fatto di suolo, microorganismi, radici, fauna, vegetazione, acqua e relazioni ecologiche sviluppatesi nel corso del tempo.
La gestione ambientale introduce quindi un principio importante: la compensazione dovrebbe essere l’ultima soluzione, non la prima.
La cosiddetta mitigation hierarchy segue infatti una sequenza precisa: prima evitare l’impatto; quando non è possibile, minimizzarlo; successivamente ripristinare ciò che è stato compromesso; soltanto per gli impatti residui ricorrere alla compensazione.
È una differenza apparentemente tecnica che cambia completamente la domanda.
Non basta chiedersi:
Quanti alberi pianteremo dopo?
Bisognerebbe chiedersi prima:
Era possibile realizzare diversamente l’intervento riducendo gli alberi da abbattere?
E, ancora prima:
Era questa la migliore forma di investimento possibile per quel territorio?
La sostenibilità deve entrare nella valutazione degli investimenti
Qui la gestione ambientale incontra inevitabilmente l’economia.
Otto milioni di euro rappresentano un investimento importante per un territorio montano.
Valutarne la sostenibilità significa quindi considerare almeno tre dimensioni: economica, sociale e ambientale.
Sul piano economico occorre domandarsi quanti visitatori potrà realmente attrarre l’infrastruttura, quali saranno i costi di gestione e manutenzione, quali ricavi diretti e indiretti potrà generare e quale sarà la sua vita utile.
Sul piano sociale bisogna valutare occupazione, sviluppo delle imprese locali, contrasto allo spopolamento e qualità della vita delle comunità.
Sul piano ambientale occorre invece considerare consumo di suolo, biodiversità, paesaggio, materiali utilizzati, mobilità generata, manutenzione e resilienza climatica.
Solo mettendo insieme queste variabili possiamo parlare seriamente di sostenibilità.
Ed è significativo che, nella stessa controversia sulla Sellata, siano state avanzate domande non soltanto sull’impatto ambientale ma anche sulla fattibilità economica, sui costi di gestione e sugli effetti occupazionali dell’investimento.
Il paradosso dell’adattamento climatico
Esiste poi una contraddizione ancora più profonda.
La pista sintetica nasce proprio dalla necessità di rendere il turismo montano meno dipendente dalla neve.
In altre parole, è anche una forma di adattamento a un clima che cambia.
Ma cosa accade quando l’adattamento al cambiamento climatico produce a sua volta una pressione sull’ecosistema?
È uno dei grandi problemi che dovremo affrontare nei prossimi decenni.
Non tutte le soluzioni climatiche sono automaticamente sostenibili.
Possiamo costruire infrastrutture per difenderci dall’innalzamento del mare modificando le coste. Possiamo installare impianti energetici rinnovabili occupando aree naturali. Possiamo realizzare bacini artificiali per contrastare la siccità alterando ecosistemi esistenti.
Ogni scelta produce benefici e costi.
Per questo la Commissione europea insiste sulla necessità di considerare congiuntamente politiche climatiche e biodiversità e di valutare preventivamente i possibili conflitti con le aree Natura 2000.
La transizione ecologica, dunque, non consiste nel sostituire automaticamente una tecnologia con un’altra.
Consiste soprattutto nell’imparare a scegliere.
Quale turismo per la montagna senza neve?
Ed è forse questa la domanda che il caso della Sellata dovrebbe suggerire.
Se il cambiamento climatico renderà progressivamente più difficile lo sci tradizionale in molte località appenniniche, dobbiamo necessariamente cercare di riprodurlo artificialmente?
Oppure possiamo immaginare una diversa economia della montagna?
Trekking, cicloturismo, sentieri naturalistici, sport outdoor, educazione ambientale, turismo lento, osservazione della biodiversità, enogastronomia, valorizzazione dei borghi e delle produzioni locali possono costituire forme differenti di destagionalizzazione.
Non significa che una pista sintetica sia necessariamente incompatibile con questo modello.
Significa però che dovrebbe essere confrontata con le alternative.
La vera analisi ambientale ed economica non dovrebbe infatti limitarsi a chiedere se un progetto sia realizzabile.
Dovrebbe chiedere se, tra tutti i progetti possibili, sia quello capace di produrre il maggiore valore complessivo con il minore consumo di capitale naturale.
Gestire significa scegliere
Il caso Sellata-Monte Pierfaone, allora, è molto più interessante dei suoi 480 metri di pista sintetica.
Perché ci mette davanti a una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo.
Vogliamo proteggere l’ambiente, ma vogliamo anche utilizzare il territorio.
Vogliamo contrastare lo spopolamento delle aree interne, ma dobbiamo preservarne gli ecosistemi.
Vogliamo adattarci al cambiamento climatico, ma alcune strategie di adattamento rischiano di produrre nuovi impatti ambientali.
Non esistono sempre soluzioni prive di conseguenze.
Per questo gestione ambientale non significa impedire ogni trasformazione del territorio.
Significa stabilire quali trasformazioni siano davvero necessarie, misurarne costi e benefici, verificare le alternative, ridurre gli impatti e soprattutto riconoscere un valore economico anche a ciò che decidiamo di non trasformare.
Forse è proprio questo il punto che la vicenda lucana ci obbliga ad affrontare.
Davanti a una montagna che perde progressivamente la neve possiamo tentare di ricostruire artificialmente le condizioni che il clima non garantisce più.
Oppure possiamo chiederci se quella montagna possa avere un futuro economico proprio grazie a ciò che è già.
Perché talvolta innovare significa costruire.
Altre volte significa comprendere che la natura non è lo spazio vuoto sul quale realizzare un investimento: è parte dell’investimento stesso.