Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Quando l’America cambia i tassi, il mondo presenta il conto

Donald Trump davanti alla Federal Reserve

Lo scontro tra Trump e la Federal Reserve va oltre la politica americana. Dollaro, tassi, commercio e mercati finanziari trasformano le decisioni di Washington in un fenomeno globale. E l’indipendenza delle banche centrali torna al centro della scena.

di Eugenio Alaio

Quando il Presidente degli Stati Uniti chiede alla Federal Reserve di abbassare i tassi d’interesse non sta discutendo soltanto del costo dei mutui americani o delle condizioni di finanziamento delle imprese statunitensi. Sta intervenendo, indirettamente, su uno dei principali meccanismi attraverso i quali viene determinato il costo del denaro nel mondo.

Ed è per questo che l’ultima offensiva di Donald Trump nei confronti della Fed merita di essere osservata ben oltre i confini americani.

Il 4 settembre il Presidente ha alzato ulteriormente il livello dello scontro con la banca centrale: se la Federal Reserve non ridurrà i tassi, ha minacciato, gli Stati Uniti potrebbero interrompere gli scambi con i Paesi nei confronti dei quali registrano un deficit commerciale. Trump sostiene inoltre che gli USA dovrebbero avere i tassi più bassi del mondo e ha chiamato in causa persino il “patriottismo” della banca centrale.

Il problema è che proprio mentre la politica chiede di abbassare il costo del denaro, l’economia sta inviando alla Fed un messaggio differente.

Il paradosso americano

Ad agosto l’economia statunitense ha creato 162.000 posti di lavoro, quasi tre volte i circa 56.000 previsti dagli analisti, mentre la disoccupazione è rimasta al 4,1%. Dati che mostrano una capacità di tenuta dell’economia americana superiore alle attese.

La reazione dei mercati è stata immediata: sono aumentate le aspettative di un possibile rialzo dei tassi da parte della Fed, sono saliti i rendimenti dei Treasury e si è rafforzato il dollaro.

Ed emerge così una contraddizione.

Trump considera i tassi elevati uno svantaggio competitivo per gli Stati Uniti e vorrebbe ridurli. La Federal Reserve deve invece valutare se la forza dell’economia e un’inflazione ancora problematica consentano realmente di farlo.

È la differenza fondamentale tra politica e banca centrale.

La politica guarda alla crescita, alla competitività, al consenso e, sempre più spesso, agli equilibri geopolitici. Una banca centrale deve invece preservare la stabilità monetaria e impedire che l’inflazione sfugga al controllo.

Ed è proprio questa tensione a rendere la vicenda americana interessante per il resto del mondo.

Perché un tasso deciso a Washington riguarda anche noi

Gli Stati Uniti non sono semplicemente la maggiore economia occidentale. Sono il centro del principale sistema monetario e finanziario internazionale.

La ragione ha un nome: dollaro.

Ancora nel 2026 la Federal Reserve definisce il dollaro la valuta dominante nelle riserve ufficiali, nelle operazioni sui cambi, nei pagamenti internazionali e nella denominazione dei prestiti e dei titoli di debito internazionali.

Questa centralità produce una conseguenza fondamentale: la politica monetaria americana tende a propagarsi oltre gli Stati Uniti.

Quando la Fed aumenta i tassi, i titoli del Tesoro americano diventano più remunerativi. Gli investitori internazionali possono quindi trovare più conveniente spostare capitali verso gli Stati Uniti.

Ma per attirare gli stessi capitali, altri Paesi, banche e imprese devono offrire rendimenti adeguati.

Il costo del denaro americano finisce così per esercitare una pressione sul costo del capitale mondiale.

È una sorta di gigantesca catena di trasmissione finanziaria:

Fed → Treasury → dollaro → flussi di capitale → mercati obbligazionari → banche → imprese → famiglie.

Una decisione apparentemente americana può quindi arrivare molto lontano da Washington.

Il dollaro come moltiplicatore

C’è poi una seconda caratteristica che rende particolare l’economia statunitense.

Il dollaro viene utilizzato molto più di quanto suggerirebbe il semplice peso degli Stati Uniti sul PIL mondiale. I dati raccolti dalla stessa Federal Reserve mostrano quanto la valuta americana continui a dominare la fatturazione del commercio internazionale e una parte rilevantissima dei pagamenti transfrontalieri.

Petrolio, materie prime, debiti internazionali e una parte considerevole degli scambi mondiali continuano a gravitare intorno alla valuta americana.

Se i tassi USA salgono e il dollaro si rafforza, per un’impresa o per uno Stato indebitato in dollari il servizio del debito può diventare più oneroso.

Per un Paese importatore di energia o materie prime, inoltre, un dollaro forte può significare importazioni più costose.

Il problema monetario americano diventa così inflazione importata altrove.

E la BCE?

Qui la questione arriva direttamente in Europa.

Formalmente la Banca centrale europea decide autonomamente la propria politica monetaria. Francoforte non deve seguire Washington.

Ma indipendenza istituzionale non significa isolamento economico.

Immaginiamo che la Fed mantenga tassi elevati mentre la BCE decida di ridurli sensibilmente. Una maggiore differenza tra i rendimenti americani ed europei potrebbe rendere più appetibili gli investimenti denominati in dollari.

I capitali potrebbero spostarsi verso gli Stati Uniti e l’euro potrebbe subire pressioni al ribasso.

Un euro più debole renderebbe più costose alcune importazioni, comprese quelle energetiche, alimentando potenzialmente nuova inflazione europea.

La BCE potrebbe quindi trovarsi davanti a un dilemma: sostenere un’economia debole attraverso tassi più bassi oppure preoccuparsi delle conseguenze sul cambio e sull’inflazione.

È uno degli esempi più chiari di come le banche centrali possano essere indipendenti giuridicamente senza essere economicamente indipendenti l’una dall’altra.

Dalla politica monetaria alla geopolitica monetaria

Ma la dichiarazione di Trump aggiunge un elemento ancora più delicato.

Il Presidente americano sta collegando esplicitamente tassi d’interesse e politica commerciale.

È un passaggio importante.

Per decenni abbiamo considerato la politica monetaria, quella fiscale e quella commerciale come strumenti distinti, affidati anche a istituzioni differenti.

La nuova competizione internazionale tende invece a sovrapporli.

Dazi, restrizioni commerciali, controllo delle tecnologie, materie prime strategiche, valute e tassi d’interesse diventano progressivamente parti della stessa partita.

Ed è qui che nasce quella che potremmo definire geopolitica monetaria.

Il costo del denaro non riguarda più soltanto inflazione e crescita. Diventa anche elemento della competitività internazionale.

Trump sostiene, in sostanza, che tassi americani troppo elevati rappresentino uno svantaggio rispetto ai concorrenti.

Ma proprio questa impostazione apre una questione istituzionale enorme: fino a che punto una banca centrale può essere chiamata a sostenere gli obiettivi strategici di un governo senza perdere la propria indipendenza?

Il rischio del boomerang

Esiste infine un paradosso ancora più interessante.

Trump minaccia restrizioni commerciali per ottenere tassi più bassi.

Ma restrizioni alle importazioni possono rendere più costosi prodotti, componenti e materie prime utilizzati dalle imprese americane. Misure molto drastiche potrebbero inoltre danneggiare le stesse aziende e i consumatori statunitensi che dipendono dalle catene internazionali di approvvigionamento. Anche sul piano giuridico, la recente decisione della Corte Suprema non ha riconosciuto alla Casa Bianca un potere generale e illimitato di interrompere gli scambi commerciali.

Ed ecco il cortocircuito.

Se la pressione commerciale producesse nuovi aumenti dei prezzi, l’inflazione potrebbe tornare a crescere.

Se l’inflazione aumentasse, la Federal Reserve avrebbe ancora meno spazio per ridurre i tassi.

La misura utilizzata per convincere la Fed ad abbassare il costo del denaro rischierebbe quindi di produrre esattamente le condizioni economiche che impediscono alla Fed di farlo.

Quando l’America cambia rotta

È forse questo il punto che la vicenda Trump-Fed dovrebbe farci comprendere.

Viviamo in un sistema economico profondamente interconnesso, ma non perfettamente simmetrico.

Alcune economie hanno una capacità di influenzare le altre molto maggiore.

Gli Stati Uniti possiedono contemporaneamente una delle maggiori economie del pianeta, il mercato finanziario più profondo, il principale mercato mondiale dei titoli pubblici e soprattutto la valuta che continua a rappresentare il perno del sistema monetario internazionale.

Per questo quando l’America cresce, rallenta, aumenta i tassi o li riduce, il resto del mondo non rimane semplicemente a guardare.

Ne subisce gli effetti attraverso i cambi, i mercati finanziari, il commercio, il prezzo delle materie prime e il costo del credito.

La vera questione sollevata dallo scontro tra Trump e la Federal Reserve, allora, supera persino il rapporto tra un Presidente e una banca centrale.

La domanda è più ampia.

Che cosa accade all’economia mondiale quando la politica monetaria della principale potenza finanziaria diventa parte della sua strategia commerciale e geopolitica?

Perché nell’economia globale esiste una realtà difficile da ignorare: le decisioni della Federal Reserve vengono prese a Washington, ma il conto può arrivare ovunque.