Anno III • Numero 245
9772039198001

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Il richiamo del Colle a Nordio sulla prerogativa della grazia



Il recente intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei confronti del Ministro della Giustizia Carlo Nordio segna un momento di particolare tensione istituzionale, riportando al centro del dibattito politico il delicato equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione.

Al centro della vicenda vi è l’istituto della grazia, strumento di clemenza individuale che il Capo dello Stato ha voluto ribadire essere una sua prerogativa esclusiva, sottraendolo di fatto a qualsiasi tentativo di indebita ingerenza o interpretazione restrittiva da parte dell’esecutivo.

La questione è nata da alcune dichiarazioni e orientamenti emersi in via Arenula, che sembravano voler porre dei paletti o delle condizioni procedurali all’esercizio di un potere che, per sua natura, è espressione della massima sensibilità e discrezionalità del Presidente, garante unico dell’unità nazionale.

La Costituzione, all’articolo 87, è inequivocabile nell’attribuire al Presidente della Repubblica il potere di concedere grazia e commutare le pene, una funzione che va ben oltre la mera ratifica burocratica di atti istruttori. Mattarella, con il suo consueto stile improntato a un rigore istituzionale che non lascia spazio ad ambiguità, ha inteso chiarire che il parere del Ministro della Giustizia, sebbene previsto dall’iter amministrativo, non può trasformarsi in un veto o in una limitazione politica alla decisione presidenziale.

Il fatto che il Presidente abbia sentito l’esigenza di richiamare pubblicamente il guardasigilli non è un dettaglio di poco conto, ma rivela un disagio profondo per un tentativo strisciante di svuotare di significato politico e umanitario un istituto fondamentale per la tenuta del sistema democratico.

La grazia, infatti, non è un atto di benevolenza arbitraria, ma un correttivo di umanità rispetto alla rigidità della legge, da utilizzarsi in casi eccezionali dove la giustizia ordinaria, pur nel suo corretto funzionamento, giunge a esiti che confliggono con il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena.

Nordio, magistrato di lunga esperienza, ha spesso insistito sulla necessità di una riforma profonda del sistema penale, avanzando tesi che in più occasioni hanno sollevato perplessità riguardo alla tenuta dei pesi e contrappesi costituzionali.

L’idea di un Ministero che possa esercitare un controllo politico preventivo sulla clemenza presidenziale appare, agli occhi del Colle, come una pericolosa torsione verso una concezione autoritaria del potere giudiziario.

Il monito di Mattarella suona dunque come una difesa della supremazia della Carta Costituzionale contro le tentazioni di chi vorrebbe riportare il governo in una posizione di supremazia rispetto all’architettura istituzionale repubblicana. In questo scenario, la fermezza del Quirinale funge da argine contro la deriva di una politica che fatica a comprendere i confini delle proprie competenze, specialmente in un ambito così sensibile come quello che attiene alla libertà personale e alla dignità umana, temi sui quali il Presidente ha sempre mantenuto una sensibilità vigile e attenta.

Il richiamo va interpretato come un segnale chiaro al governo: le prerogative del Quirinale non sono oggetto di contrattazione politica né possono essere piegate a logiche di corrente o di maggioranza. La tenuta democratica del Paese dipende proprio dal rispetto rigoroso di questi ruoli, evitando che la ricerca di un protagonismo di parte mini la stabilità delle istituzioni che sono, in ultima analisi, il baluardo dei diritti dei cittadini.

La vicenda si chiude, almeno sul piano formale, con una riconferma delle gerarchie stabilite dai padri costituenti, ma lascia aperta una riflessione su quanto la cultura istituzionale sia ancora solida in una stagione politica segnata da una polarizzazione che spesso tende a dimenticare le regole del gioco democratico. Il Presidente ha parlato con la forza di chi, pur non volendo mai prevaricare, non è disposto a subire alcuna forma di sottrazione di potere.

Resta ora da vedere come Nordio intenderà recepire questo solenne richiamo, se con una correzione di rotta immediata o con il proseguimento di una dialettica che, se protratta, rischierebbe di indebolire ulteriormente il necessario rapporto di collaborazione tra le più alte cariche dello Stato.

La lezione del Colle è dunque pedagogica oltre che politica: ricorda a chi occupa ruoli di governo che le istituzioni non sono espressioni di una fazione, ma monumenti da preservare nella loro integrità, dove ogni potere, anche quello apparentemente formale, possiede un peso specifico che va rispettato con lealtà.