Anno III • Numero 245
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Firenze, presunta maxi truffa sulle criptovalute: 18 milioni spariti e 39 indagati

Indagine a Firenze sulla presunta truffa crypto da 18 milioni di euro

L’inchiesta della Procura coinvolge oltre 150 risparmiatori tra Toscana e Umbria. Promessi rendimenti fino al 10% al mese attraverso un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe funzionato come uno schema Ponzi

Una presunta truffa finanziaria da oltre 18 milioni di euro, costruita intorno agli investimenti in criptovalute, è al centro di un’inchiesta coordinata dalla Procura di Firenze. Sono 39 le persone indagate, mentre gli investitori coinvolti sarebbero più di 150, principalmente residenti tra Toscana e Umbria.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, i risparmiatori sarebbero stati attirati dalla promessa di rendimenti mensili fino al 10%. Dietro la presentazione di un progetto finanziario innovativo si sarebbe però nascosto un meccanismo riconducibile a uno schema Ponzi.

I guadagni riconosciuti ai primi partecipanti non sarebbero quindi derivati da investimenti realmente redditizi. Il denaro sarebbe arrivato, almeno in parte, dai versamenti effettuati dai nuovi aderenti.

La notizia dell’inchiesta è stata pubblicata il 19 luglio dal quotidiano La Nazione. Le contestazioni si trovano ancora nella fase delle indagini preliminari. Le responsabilità delle persone coinvolte dovranno pertanto essere accertate nel corso dell’eventuale procedimento giudiziario.

L’inchiesta della Procura di Firenze

L’indagine è coordinata dal pubblico ministero Sandro Cutrignelli. Tra i reati ipotizzati figura anche quello di associazione per delinquere.

Al centro dell’organizzazione, secondo la ricostruzione investigativa, ci sarebbero quattro persone residenti nella provincia di Arezzo. Il gruppo avrebbe avuto collegamenti internazionali con società e conti attivi in Slovenia, Malta e Regno Unito.

L’Italia centrale avrebbe rappresentato il principale territorio per il reclutamento degli investitori. La rete si sarebbe sviluppata attraverso rapporti personali, presentazioni pubbliche e un sistema di promozione multilivello.

Non si trattava quindi soltanto di acquistare criptovalute o sottoscrivere un prodotto finanziario. Gli aderenti sarebbero stati incoraggiati a coinvolgere amici, parenti e conoscenti, ampliando continuamente il numero delle persone disposte a versare denaro.

Digital Coin Management e le convention negli hotel

Il sistema ruotava attorno alla Digital Coin Management, indicata con la sigla Dcm. La società organizzava periodicamente convention in alberghi di lusso, durante le quali venivano illustrate le presunte opportunità offerte dal mercato delle criptovalute.

Gli incontri, secondo quanto emerso, si sarebbero svolti ogni due mesi. I promotori mostravano uno stile di vita caratterizzato da viaggi, automobili costose e disponibilità economica, presentando questi risultati come la conseguenza degli investimenti proposti.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costruire un’immagine di successo e affidabilità. Ai partecipanti venivano prospettati rendimenti mensili che potevano arrivare al 10%, una percentuale estremamente elevata rispetto a quella normalmente riconosciuta dagli investimenti regolamentati.

Uno degli slogan utilizzati era “Porta un amico”. Il reclutamento di nuove persone avrebbe garantito bonus e provvigioni agli aderenti già presenti nella rete.

È proprio questo meccanismo, basato sulla continua entrata di nuovo capitale, ad aver fatto ipotizzare agli investigatori l’esistenza di uno schema Ponzi.

I primi rendimenti e la crescita della fiducia

Nella fase iniziale, alcuni investitori avrebbero ricevuto regolarmente i rendimenti promessi. Questa circostanza avrebbe rafforzato la credibilità dell’operazione e convinto altri risparmiatori a partecipare.

Molti aderenti avrebbero inoltre deciso di non incassare quanto apparentemente guadagnato. Capitale e interessi sarebbero stati reinvestiti per ottenere profitti ancora più elevati.

Il pagamento dei primi rendimenti rappresenta una delle caratteristiche ricorrenti degli schemi Ponzi. Il sistema riesce a mantenersi finché i versamenti dei nuovi partecipanti permettono di soddisfare le richieste dei precedenti investitori.

Quando il flusso di nuovo denaro rallenta o aumentano le richieste di rimborso, la struttura non è più in grado di reggersi. A quel punto, i pagamenti vengono sospesi e una parte consistente dei risparmiatori rischia di perdere il capitale.

I bonifici in Slovenia e i portafogli digitali

Inizialmente, i versamenti sarebbero stati effettuati attraverso bonifici diretti verso conti correnti bancari aperti in Slovenia.

In una fase successiva, gli investitori sarebbero stati indirizzati sulla piattaforma di scambio di criptovalute The Rock Trading. Per ciascun aderente veniva creato un portafoglio digitale, comunemente chiamato wallet.

Secondo l’ipotesi investigativa, le chiavi necessarie per controllare questi portafogli non sarebbero rimaste nella piena disponibilità dei titolari. Sarebbero state invece gestite dagli organizzatori, limitando così la possibilità degli investitori di accedere autonomamente ai propri fondi.

Il gruppo avrebbe utilizzato anche un linguaggio tecnico per descrivere il sistema. Termini inglesi come “lender”, “bonus”, “pack” e “cash out” indicavano rispettivamente investimenti, pacchetti finanziari, interessi e richieste di pagamento.

L’impiego di parole legate alla tecnologia e alla finanza internazionale avrebbe contribuito a trasmettere l’immagine di un’attività altamente specializzata.

L’operazione sul Bitcoin e il crollo del sistema

Gli investigatori stanno valutando anche le conseguenze di una presunta operazione ad alto rischio sul Bitcoin. L’investimento avrebbe prodotto perdite ingenti, contribuendo ad accelerare la crisi dell’intero sistema.

Per gli inquirenti, tuttavia, il collasso sarebbe stato inevitabile anche in assenza di quella specifica operazione. Rendimenti mensili fino al 10% non sarebbero stati sostenibili attraverso una normale strategia finanziaria.

Un guadagno del 10% ogni mese, se reinvestito, produrrebbe infatti un rendimento annuo superiore al 200%. Percentuali di questa portata rappresentano un evidente segnale di rischio, soprattutto quando vengono presentate come costanti o garantite.

Sulla Digital Coin Management aveva acceso i riflettori anche la Commissione nazionale per le società e la Borsa, l’autorità italiana incaricata della vigilanza sui mercati finanziari e della tutela degli investitori.

Le presunte pressioni sui risparmiatori

Alcune delle persone coinvolte sostengono di aver ricevuto pressioni affinché non denunciassero quanto accaduto. In alcuni casi sarebbero state riferite anche minacce, circostanze che dovranno essere verificate dall’autorità giudiziaria.

Più di sessanta risparmiatori hanno formato un comitato con l’obiettivo di tutelare i propri interessi. Gli aderenti chiedono di ricostruire i movimenti del denaro e di ottenere il risarcimento delle somme perdute.

La Procura di Firenze ha notificato agli indagati gli avvisi di conclusione delle indagini. Si tratta dell’atto con il quale viene comunicato che l’attività investigativa preliminare è terminata.

Le difese potranno ora presentare memorie, produrre documenti e chiedere che gli indagati vengano interrogati. Successivamente, la Procura dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione delle singole posizioni.

Come riconoscere una possibile truffa finanziaria

Il caso riporta l’attenzione sui rischi degli investimenti presentati attraverso reti personali e piattaforme non sempre trasparenti. Le criptovalute sono strumenti legittimi, ma la loro complessità può essere utilizzata per rendere credibili proposte finanziarie prive di reali garanzie.

Tra i principali segnali d’allarme figurano:

  • rendimenti molto elevati descritti come sicuri o costanti;
  • pressione a investire rapidamente;
  • bonus per chi porta nuovi aderenti;
  • difficoltà nel ritirare il capitale;
  • gestione delle chiavi del portafoglio digitale da parte di soggetti terzi;
  • assenza di informazioni chiare sulle autorizzazioni;
  • utilizzo di eventi lussuosi per dimostrare il presunto successo dell’investimento.

Prima di versare denaro è necessario verificare l’identità dell’operatore e consultare gli elenchi pubblicati dalla Consob. Bisogna inoltre evitare di affidare a terzi le chiavi private del proprio portafoglio digitale.

Nessun investimento può garantire rendimenti elevati senza rischi. Quando il guadagno promesso appare eccezionale e il sistema dipende dal reclutamento di nuovi partecipanti, la prudenza non è soltanto consigliabile: è indispensabile.