Anno III • Numero 245
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Il Capitano vola nel mito: addio a Varenne, l’invincibile re del trotto

Varenne durante una gara in primo piano

Varenne è morto all’età di 31 anni dopo una lunghissima carriera di successi nel trotto. Una morte che ha lasciato un vuoto incolmabile nello sport

Varenne non è stato soltanto un cavallo da corsa: è stato l’incarnazione di un’epoca e un fenomeno di costume capace di travalicare i confini del trotto per entrare nel mito collettivo. La notizia della sua scomparsa giunge come un colpo al cuore per chiunque abbia amato il motorsport a trazione animale, lasciando un vuoto incolmabile nell’ippica mondiale e nel ricordo di un’intera nazione. Tra le corsie degli ippodromi di tutto il mondo, il suo nome evocava un rispetto quasi reverenziale, una sensazione di invincibilità che pochissimi atleti nella storia dello sport sono riusciti a trasmettere con tanta naturalezza.

Per comprendere appieno la portata della sua figura, occorre riavvolgere il nastro della memoria fino agli anni in cui il Capitano, soprannome guadagnato sul campo per la sua leadership indiscutibile, dominava le piste di ogni latitudine. Nato nel maggio del 1995 negli allevamenti di Zenzalino, in provincia di Ferrara, il figlio di Waikiki Lb e Ialmaz non sembrava destinato fin da subito a riscrivere la storia. Un leggero difetto anatomico al posteriore ne fece oscillare il valore iniziale, rendendo la sua ascesa un romanzo ancor più affascinante. Ma bastò poco perché il suo talento cristallino venisse alla luce grazie alla dedizione del guidatore Giampaolo Minnucci e all’intuizione del suo allenatore, il finlandese Jori Turja, oltre che alla visione dell’allevatore e dei suoi proprietari.

La carriera agonistica di Varenne rappresenta un monumento di continuità, potenza e intelligenza tattica. Tra il 1998 e il 2002 Varenne ha collezionato un rullino di marcia spaventoso, vincendo 62 gare su 73 disputate e accumulando il montepremi più alto mai conquistato da un trottatore. Non si trattava semplicemente di vincere, ma del modo in cui spazzava via gli avversari, con una progressione devastante che lasciava gli altri concorrenti a lottare soltanto per i piazzamenti d’onore. Ogni sua corsa diventava un evento televisivo, un appuntamento imperdibile capace di incollare alle schermate milioni di italiani che, fino a quel momento, non avevano mai seguito un Gran Premio di trotto.

Tra i successi che ne hanno scolpito la leggenda, spicca in modo indelebile il trionfo al Prix d’Amérique di Parigi, la gara più prestigiosa ed esigente del trottato mondiale. Vincere sul tracciato in salita di Vincennes è un’impresa riservata a pochissimi eletti, ma dominare la corsa per due anni consecutivi, nel 2001 e nel 2002, ha trasformato Varenne in un monarca incontrastato. A quella doppietta transalpina si aggiungono le tre vittorie consecutive nel Gran Premio Lotteria di Agnano, le storiche affermazioni nell’Elitloppet di Stoccolma e l’impresa leggendaria negli Stati Uniti, dove al Meadowlands Racetrack stabilì il record del mondo sul miglio fermando il cronometro a un tempo strabiliante. Nessun altro trottatore ha mai saputo imporsi con la stessa schiacciante superiorità nei tempio dell’ippica europea e americana nello stesso ciclo agonistico.

Ma oltre le cifre, i record e la quantità industriale di trofei collezionati, il vero segreto del Capitano risiedeva nella sua straordinaria intelligenza e nella connessione simbiotica con il suo guidatore. Varenne non era solo un atleta con un motore polmonare fuori dal comune, ma un cavallo dotato di una comprensione della gara quasi umana. Sapeva quando dosare le energie, capiva il momento esatto in cui sferrare l’attacco decisivo e non mostrava mai segni di panico nei momenti di massimo sforzo. Il suo passo era una sinfonia di eleganza e potenza, un’azione meccanicamente perfetta che sembrava non faticare mai, anche quando le lancette del cronometro registravano tempi fino ad allora ritenuti impossibili.

Nel momento in cui appende i ferri al chiodo nell’autunno del 2002, Varenne lascia dietro di sé una scia di entusiasmo che l’ippica italiana non avrebbe mai più riprovato con pari intensità. Il suo ritiro dalle gare non ha però spento i riflettori sulla sua figura. Diventato uno stallone di altissimo valore, ha continuato a trasmettere la sua eredità genetica a generazioni di campioni, rimanendo un’icona vivente, visitato da tifosi, appassionati e curiosi nella sua tenuta. Ognuno voleva accarezzare quella criniera scura, guardare negli occhi quell’atleta straordinario e ringraziarlo per le emozioni regalate durante gli anni d’oro della sua carriera.

Oggi, di fronte alla notizia della sua scomparsa, il sentimento dominante non è soltanto la tristezza per il tramonto definitivo di una leggenda, ma un profondo senso di gratitudine. Varenne ha rappresentato l’Italia migliore, quella capace di eccellere sui palcoscenici internazionali con classe, grinta e uno spirito indomabile. In un’epoca spesso povera di simboli puliti in cui identificarsi, questo imponente baio è riuscito a unire un intero Paese sotto un’unica bandiera di orgoglio sportivo, regalando momenti di pura estasi collettiva a chiunque abbia visto la sua sagoma tagliare per prima il traguardo.

Il ricordo del suo trotto impetuoso, della sua falcata inconfondibile e del suo sguardo fiero rimarrà impresso nella memoria degli sportivi per sempre. Varenne non è stato un semplice campione d’ippica, ma una favola a quattro zampe che ha dimostrato fino a che punto possa spingersi la perfezione atletica quando si unisce a un cuore generoso. Con la sua morte si chiude il capitolo più glorioso della storia del trotto, ma la leggenda del Capitano continuerà a correre in eterno nel galassia dei più grandi dello sport.