La nuova fattispecie di femminicidio punisce con l’ergastolo chi uccide una donna per odio, possesso, dominio o per la sua volontà di interrompere una relazione. Ma la domanda resta: può il diritto penale fermare una violenza che nasce molto prima del reato?
C’è qualcosa di particolarmente inquietante nella sequenza di femminicidi che ha attraversato l’estate italiana del 2026. Otto donne uccise in poche settimane hanno riportato il fenomeno al centro della cronaca nazionale.
Di fronte a una successione così ravvicinata, la prima impressione è quella di un fenomeno ormai fuori controllo, quasi di una crescita esponenziale.
I numeri, tuttavia, richiedono maggiore cautela. E proprio la cautela rende forse il problema ancora più inquietante.
Non siamo necessariamente davanti a un’esplosione statistica. Siamo davanti alla persistenza di un fenomeno che la società italiana non riesce a ridurre in maniera strutturale.
Nel 2024, secondo l’Istat, in Italia sono state uccise 116 donne. Sessantadue sono state assassinate dal partner o dall’ex partner e l’Istat stima complessivamente 106 femminicidi su 116 omicidi con vittime femminili. Un dato particolarmente significativo è che, mentre dagli anni Novanta gli omicidi degli uomini sono diminuiti fortemente, quelli delle donne hanno mostrato una resistenza molto maggiore alla discesa.
Il Ministero dell’Interno continua nel 2026 a monitorare trimestralmente omicidi volontari e violenza di genere e, dal primo trimestre di quest’anno, rileva specificamente anche il nuovo reato di femminicidio.
È dunque necessario distinguere tra l’emozione provocata dalla concentrazione temporale degli ultimi casi e la lettura statistica del fenomeno.
Ma questa distinzione non tranquillizza.
Al contrario, pone una domanda ancora più difficile: perché, mentre una parte rilevante della violenza omicida è diminuita nel corso dei decenni, continuiamo a trovare così tante donne uccise proprio all’interno delle relazioni affettive e familiari?
Una nuova legge
L’Italia ha compiuto recentemente una scelta giuridica importante.
La legge approvata nel 2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 577-bis, trasformando il femminicidio in una fattispecie autonoma di reato.
La norma punisce con l’ergastolo chi cagiona la morte di una donna quando l’omicidio costituisca un atto di odio, discriminazione o prevaricazione oppure sia espressione di controllo, possesso o dominio in quanto donna. La stessa disposizione comprende l’uccisione collegata al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo e quella finalizzata a limitarne le libertà individuali.
Non si tratta soltanto di aumentare una pena.
Il legislatore ha voluto riconoscere qualcosa che per molto tempo era rimasto affidato soprattutto all’interpretazione sociale e criminologica del fenomeno: alcune donne vengono uccise proprio perché qualcuno non riconosce loro il diritto di scegliere liberamente della propria vita.
È un passaggio culturalmente significativo.
Ma sarà efficace?
L’ergastolo può fermare un femminicidio?
Il diritto penale è indispensabile.
Uno Stato deve punire, proteggere, intervenire rapidamente quando emergono minacce, stalking e violenza domestica. Deve rendere effettivi gli strumenti di protezione e impedire, per quanto possibile, che una denuncia rimanga semplicemente un documento depositato in qualche ufficio.
Ma esiste un limite che sarebbe sbagliato ignorare.
La pena interviene soprattutto dopo il reato. La deterrenza dovrebbe invece agire prima.
Ed è lecito domandarsi quanto possa essere realmente deterrente la minaccia dell’ergastolo nei confronti di chi arriva a uccidere la propria compagna o ex compagna e, non di rado, tenta successivamente di togliersi la vita.
Nel 2024, infatti, nei femminicidi commessi all’interno della coppia o della famiglia l’autore si è suicidato dopo l’assassinio in poco meno di un terzo dei casi; considerando soltanto gli omicidi nella coppia, la percentuale sale al 34%.
È un elemento che dovrebbe farci riflettere sulla capacità deterrente della sola pena.
Chi è disposto a distruggere contemporaneamente la vita della donna e la propria difficilmente, negli ultimi minuti prima del delitto, sta facendo un calcolo razionale sulla differenza tra una lunga pena detentiva e l’ergastolo.
Questo non significa che la nuova legge sia inutile.
Significa semplicemente che la legge è necessaria, ma non può essere sufficiente.
Il femminicidio comincia molto prima dell’omicidio
Forse continuiamo a guardare il fenomeno troppo vicino alla sua conclusione.
Vediamo l’omicidio.
Vediamo l’arresto.
Vediamo il processo.
Discutiamo della pena.
Ma la storia è spesso cominciata molto tempo prima.
Può essere iniziata quando qualcuno ha cominciato a controllare il telefono della propria compagna.
Quando ha preteso di sapere continuamente dove fosse e con chi.
Quando ha cercato di allontanarla dagli amici.
Quando una manifestazione di gelosia è stata interpretata come una prova d’amore.
Quando un insulto è stato minimizzato.
Quando il controllo economico è diventato uno strumento di dipendenza.
Quando un «non voglio più stare con te» è stato percepito non come una scelta dell’altra persona, ma come un affronto.
È qui che si trova probabilmente uno dei nodi culturali del femminicidio.
La trasformazione dell’amore in possesso.
Il diritto di essere lasciati non esiste
Nessuno possiede un’altra persona.
È un’affermazione talmente ovvia da sembrare inutile.
Eppure una parte della violenza nelle relazioni nasce esattamente dalla mancata accettazione di questo principio.
Possiamo essere amati e poi non esserlo più.
Possiamo essere scelti e successivamente lasciati.
Possiamo desiderare qualcuno che non ci desidera.
Possiamo soffrire terribilmente per la fine di una relazione.
Ma nulla di tutto questo genera un diritto sull’altra persona.
Il problema nasce quando alla frase:
«Non vuole più stare con me»
si sostituisce:
«Mi sta facendo qualcosa».
È un passaggio psicologico enorme.
La libertà dell’altro viene interpretata come un’aggressione nei nostri confronti.
La separazione diventa umiliazione.
Il rifiuto diventa offesa.
La nuova relazione dell’ex compagna diventa tradimento anche quando quella relazione precedente è già finita.
Ed è allora che l’amore, se amore può ancora chiamarsi, si trasforma in controllo.
Più che una crisi dei valori, una crisi della relazione
Si parla spesso, di fronte a questi episodi, di degrado dei valori.
L’espressione coglie una parte del problema, ma rischia di essere troppo generica.
Forse dovremmo parlare più precisamente di crisi della cultura della relazione.
Viviamo in una società nella quale siamo continuamente educati a ottenere.
Prestazioni migliori.
Successo.
Visibilità.
Consenso.
Risultati.
Persino le relazioni rischiano qualche volta di entrare nella stessa logica.
Conquistare qualcuno.
Averlo.
Mantenerlo.
E quando quella persona decide di andarsene?
È qui che manca qualcosa.
L’educazione alla perdita.
Può sembrare paradossale, ma forse dovremmo insegnare ai nostri ragazzi non soltanto come costruire una relazione, ma anche come affrontarne la fine.
Perché essere lasciati fa male.
Ma essere lasciati non costituisce un’ingiustizia.
Imparare a sopportare il “no”
Esiste allora una parola molto meno utilizzata di amore e probabilmente altrettanto importante: frustrazione.
Una società matura dovrebbe educare alla capacità di sopportarla.
Non tutto ciò che desideriamo può essere ottenuto.
Non tutte le persone che amiamo devono amarci.
Non tutte le relazioni sono destinate a durare.
E soprattutto un “no” non ha bisogno di essere negoziato all’infinito.
No è una risposta completa.
Questo dovrebbe essere insegnato molto prima che intervengano polizia, magistratura e codice penale.
Nelle famiglie.
Nelle scuole.
Nelle relazioni tra adolescenti.
Nel modo in cui gli adulti raccontano l’amore.
Perché espressioni apparentemente romantiche come «sei mia», «senza di te non posso vivere», «se mi lasci muoio» possono assumere un significato molto diverso quando entrano in una personalità incapace di riconoscere l’autonomia dell’altro.
Non basta educare le potenziali vittime
Per anni abbiamo spiegato soprattutto alle donne come proteggersi.
Riconoscere i segnali.
Denunciare.
Chiedere aiuto.
Non incontrare da sole un ex violento.
Conservare i messaggi minacciosi.
Tutto necessario.
Ma c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci:
perché l’onere della prevenzione deve ricadere prevalentemente sulla possibile vittima?
Accanto alla protezione delle donne deve esserci un lavoro molto più profondo sugli uomini, soprattutto sui giovani.
Bisogna insegnare a riconoscere la gelosia patologica, la dipendenza affettiva, il bisogno di controllo e l’incapacità di accettare un rifiuto.
E occorre intervenire quando questi comportamenti sono ancora comportamenti e non sono diventati reati.
La prevenzione vera comincia lì.
I cento metri prima del delitto
Possiamo immaginare il femminicidio come l’ultimo metro di una strada.
Nell’ultimo metro troviamo la polizia, la magistratura, il processo e il codice penale.
La nuova legge rafforza quell’ultimo metro. Ed è giusto che lo faccia.
Ma prima ce ne sono altri cento.
Ci sono l’educazione ricevuta.
I modelli familiari.
Il rapporto con la frustrazione.
La concezione dell’amore.
La capacità di gestire la rabbia.
L’idea della donna.
Il rispetto dell’autonomia dell’altro.
La capacità di affrontare una separazione.
I primi comportamenti di controllo.
Le prime minacce.
Lo stalking.
Le denunce che devono essere valutate rapidamente.
La capacità delle istituzioni di riconoscere una situazione che sta diventando pericolosa.
La legge interviene sull’ultimo metro del femminicidio. La società deve intervenire sui cento metri che lo precedono.
La responsabilità resta individuale
Affermarlo non significa cercare giustificazioni sociali per chi uccide.
Sarebbe un errore grave.
La responsabilità del delitto appartiene a chi lo commette.
Né una cultura sbagliata, né una famiglia difficile, né una separazione dolorosa possono trasformarsi in attenuanti morali dell’omicidio.
Ma una società non può limitarsi a punire i colpevoli.
Deve chiedersi anche perché continui a produrre situazioni nelle quali alcuni individui trasformano il rifiuto in vendetta e l’amore in dominio.
È questa la differenza tra repressione e prevenzione.
La repressione domanda: che cosa dobbiamo fare con l’assassino?
La prevenzione pone una domanda molto più difficile: che cosa possiamo fare perché quell’uomo non diventi mai un assassino?
Una legge necessaria, una battaglia molto più grande
L’introduzione del reato autonomo di femminicidio rappresenta dunque un passaggio importante.
Attribuisce un nome giuridico a un fenomeno preciso e riconosce che esiste una violenza che colpisce la donna nella sua libertà di scegliere, amare, lasciare, vivere autonomamente.
Ma non possiamo delegare al codice penale una battaglia che riguarda l’intera società.
Servono protezione tempestiva delle donne minacciate, strumenti investigativi efficaci, formazione degli operatori, centri antiviolenza adeguatamente sostenuti e interventi sugli uomini autori di comportamenti violenti.
Ma serve soprattutto qualcosa che nessuna legge può imporre da sola: una diversa educazione sentimentale.
Dobbiamo insegnare che amare non significa possedere.
Che essere gelosi non significa amare di più.
Che controllare non significa proteggere.
Che una relazione può finire.
Che una persona può cambiare idea.
Che possiamo essere rifiutati.
E che la libertà dell’altro viene prima del nostro desiderio.
La nuova legge potrà essere valutata negli anni sulla base dei risultati. Il Ministero dell’Interno ha iniziato proprio nel 2026 a monitorare specificamente anche i casi riconducibili all’articolo 577-bis.
Ma c’è un risultato che nessuna statistica giudiziaria potrà ottenere da sola.
È quello di una generazione capace di comprendere che perdere un amore può essere doloroso, devastante, perfino difficile da accettare, ma appartiene alla vita.
Perché forse il punto da cui ripartire è sorprendentemente semplice:
possiamo continuare ad aumentare le pene. Ma finché insegneremo ai nostri figli come conquistare qualcuno e non anche come accettare di perderlo, rischieremo di arrivare sempre troppo tardi.