Anno III • Numero 245
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Venezuela, 65 miliardi di barili cambiano padrone: la nuova geopolitica del petrolio di Trump

Extraprofitti del petrolio, torna la tassa europea: giustizia fiscale o rischio per gli investimenti?

L’accordo tra Washington e Caracas consegna agli Stati Uniti un ruolo senza precedenti nello sfruttamento di una parte delle immense riserve venezuelane.

Dietro i 17 giacimenti e i 100 miliardi di investimenti c’è qualcosa di più di un affare energetico: il tentativo di Trump di riportare il petrolio strategico nell’emisfero americano, ridimensionando contemporaneamente OPEC, Cina e Russia.

Sessantacinque miliardi di barili.

Il numero, da solo, spiega perché quello annunciato da Donald Trump come «il più grande accordo petrolifero della storia» meriti qualcosa di più di una lettura commerciale.

Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve provate, le maggiori al mondo. L’accordo concluso con Washington riguarda 17 giacimenti che racchiuderebbero oltre 65 miliardi di barili: più delle intere riserve provate presenti sul territorio statunitense. Il Parlamento venezuelano ha approvato il 1° settembre l’intesa energetica con gli Stati Uniti, prevedendo una durata iniziale di 25 anni e un obiettivo di rilancio della produzione nazionale oltre 1,5 milioni di barili al giorno.

Ma dietro questi numeri c’è soprattutto una nuova architettura del potere energetico.

Non è soltanto petrolio

I dettagli resi pubblici dalla Casa Bianca chiariscono la portata dell’operazione.

La società privata North American Blue Energy Partners, NABEP, ha ottenuto concessioni per cento anni sui 17 giacimenti. Il governo americano, attraverso l’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Guerra, dispone del 35% della società controllante.

Ma è forse ancora più significativo ciò che accade al petrolio prodotto.

Washington ha ottenuto il diritto di acquistare al costo di produzione il 20% del greggio estratto e un diritto di prelazione sul restante 80%. Il governo statunitense dispone inoltre di rilevanti poteri di governance sulla società.

È difficile considerarlo un normale accordo tra imprese.

Gli Stati Uniti non stanno semplicemente favorendo l’ingresso delle proprie compagnie nel Venezuela.

Stanno costruendo un accesso strategico di lungo periodo a una delle maggiori concentrazioni di petrolio esistenti sulla Terra.

Ed è qui che l’accordo assume un significato completamente diverso.

Da nemico a riserva strategica

Per anni Washington e Caracas sono state agli estremi opposti dello scontro geopolitico latinoamericano.

Sanzioni, isolamento internazionale, rapporti venezuelani con Russia, Cina e Cuba avevano trasformato il Paese in uno dei principali antagonisti degli Stati Uniti nel continente.

Adesso la prospettiva si capovolge.

Il Venezuela può diventare uno dei pilastri della sicurezza energetica americana.

La stessa Casa Bianca non nasconde la natura strategica dell’operazione: parla esplicitamente di costruzione di catene di approvvigionamento «strategiche e difendibili» nell’emisfero occidentale e collega l’accordo al ridimensionamento dell’influenza russa e cinese in Venezuela.

Questa è probabilmente la vera notizia.

Non semplicemente chi estrarrà il petrolio venezuelano, ma verso quale sistema geopolitico quel petrolio sarà orientato.

La lezione di Hormuz

La tempistica non potrebbe essere più significativa.

La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato agli Stati Uniti quanto una parte rilevante dell’offerta mondiale di energia continui a dipendere da una regione politicamente instabile e da un passaggio marittimo estremamente vulnerabile.

Il Venezuela offre una risposta quasi speculare.

Il petrolio si trova nell’emisfero occidentale.

Le rotte verso le raffinerie americane sono relativamente brevi.

E soprattutto una parte importante delle raffinerie statunitensi è tecnicamente adatta a lavorare proprio i greggi pesanti venezuelani.

Non significa che il Venezuela possa sostituire domani il Medio Oriente.

Significa qualcosa di strategicamente più importante: Washington può cominciare a costruire un’alternativa.

E una grande potenza non ha necessariamente bisogno di eliminare una dipendenza. Le basta ridurla abbastanza da aumentare la propria libertà di azione.

Tornano le grandi compagnie

L’accordo politico sta già producendo conseguenze industriali.

Nei giorni scorsi a Caracas sono stati sottoscritti accordi che coinvolgono, tra gli altri, Chevron ed Eni.

Chevron punta a investire oltre 7 miliardi di dollari e ad aumentare fortemente la propria produzione venezuelana. Eni è coinvolta nello sviluppo del blocco Junín 5. Altri gruppi internazionali stanno negoziando o preparando nuovi progetti.

Dopo anni nei quali il problema principale del Venezuela era possedere immense riserve senza disporre degli investimenti e delle infrastrutture sufficienti per sfruttarle pienamente, il capitale internazionale potrebbe quindi tornare massicciamente nel Paese.

NABEP prospetta investimenti fino a 100 miliardi di dollari nelle infrastrutture petrolifere.

Ma proprio qui emerge il primo grande interrogativo.

Sessantacinque miliardi di barili non arrivano domani

Possedere una riserva e produrre petrolio sono due cose molto diverse.

Il settore venezuelano porta sulle spalle anni di sottoinvestimenti, deterioramento delle infrastrutture e perdita di capacità produttiva.

Inoltre gran parte del greggio venezuelano è pesante o extrapesante. Estrarlo, trasportarlo e raffinarlo è più complesso rispetto ai greggi leggeri.

Per questo i 65 miliardi di barili hanno oggi un valore soprattutto strategico e prospettico.

Reuters osserva che il Venezuela produce attualmente circa 1,1-1,2 milioni di barili al giorno; i nuovi investimenti potrebbero aumentare significativamente questi livelli, ma serviranno capitale, infrastrutture e tempo.

L’accordo, quindi, difficilmente farà crollare domani mattina il prezzo della benzina americana.

Ma può modificare le aspettative sul petrolio dei prossimi dieci o vent’anni.

Ed è esattamente l’orizzonte sul quale ragionano le grandi potenze.

Il bersaglio è anche Pechino

C’è poi un altro protagonista, apparentemente assente dal tavolo: la Cina.

Per anni Pechino ha rappresentato uno dei principali sostegni economici di Caracas, finanziando il Paese e ricevendo petrolio anche come forma di rimborso.

Ora la strategia americana punta esplicitamente a ridurre quella presenza.

L’amministrazione Trump considera il ritorno delle compagnie occidentali e il nuovo controllo americano sulle risorse venezuelane parte di una più ampia strategia per limitare l’influenza cinese e russa nel continente.

Il petrolio venezuelano diventa così una pedina della competizione tra Washington e Pechino.

Ogni barile che entra stabilmente nella sfera americana è potenzialmente un barile sottratto all’influenza strategica cinese.

E poi c’è l’OPEC

Il passaggio forse più dirompente deve ancora avvenire.

Il Venezuela è uno dei Paesi fondatori dell’OPEC. Partecipò alla nascita dell’organizzazione nel 1960.

Eppure Caracas starebbe valutando la possibilità di abbandonarla.

L’ipotesi è politicamente enorme.

Un Venezuela nuovamente capace di aumentare la produzione, sostenuto dagli investimenti occidentali e non più vincolato dalle quote dell’OPEC, potrebbe diventare nel tempo un ulteriore elemento di pressione sull’organizzazione e sulla capacità dei grandi produttori mediorientali di governare l’offerta mondiale.

Per Washington sarebbe un risultato strategico doppio: aumentare l’accesso americano al petrolio e contemporaneamente ridurre il peso di uno dei principali cartelli energetici mondiali.

La nuova Dottrina Monroe passa dai pozzi

La Casa Bianca utilizza apertamente un’espressione che sembrava appartenere ai libri di storia: Dottrina Monroe.

Nel 1823 gli Stati Uniti dichiaravano sostanzialmente che il continente americano non avrebbe dovuto essere terreno di espansione delle potenze europee.

Due secoli dopo gli attori sono cambiati.

Oggi sono soprattutto Cina e Russia.

Ma la logica presenta sorprendenti analogie: riportare l’emisfero occidentale all’interno di una sfera strategica americana.

Solo che questa volta la frontiera non passa soltanto attraverso eserciti e diplomazia.

Passa attraverso pozzi petroliferi, concessioni, raffinerie, oleodotti e partecipazioni societarie.

Il petrolio non era morto

Infine questa vicenda pone una domanda scomoda alle economie occidentali.

Da anni discutiamo della transizione energetica e del progressivo superamento dei combustibili fossili.

Eppure una delle principali operazioni geopolitiche del 2026 riguarda concessioni petrolifere che arrivano fino al prossimo secolo.

Non è necessariamente una contraddizione.

La transizione energetica continuerà. Le rinnovabili cresceranno. L’elettrificazione avanzerà.

Ma le grandi potenze sembrano avere compreso una cosa molto semplice: finché il petrolio resterà necessario, nessuno vuole dipendere dagli altri per procurarselo.

Ed è probabilmente questa la chiave attraverso cui leggere l’accordo venezuelano.

Trump non sta comprando soltanto barili.

Sta comprando tempo, sicurezza energetica e libertà geopolitica.

Mentre l’attenzione del mondo resta concentrata sul Medio Oriente e sullo Stretto di Hormuz, Washington sta cercando di costruire nel proprio emisfero una gigantesca assicurazione energetica.

Sessantacinque miliardi di barili non cambieranno il mondo domani.

Ma potrebbero cambiare qualcosa di molto più importante nel lungo periodo:

chi avrà il potere di decidere dove andrà una parte significativa del petrolio mondiale.