18 May 2022

Sarà che somatizzi un po’ troppo? Non Una di Meno e il Presidio Sensibile-Invisibile

Rivendicazioni fino ad oggi “senza voce”

Circa sei mesi fa, fra maggio e giugno 2021, nell’ambito del movimento transfemminista Non Una di Meno, nasce il collettivo Sensibile-Invisibile, un gruppo di scopo che cerca di portare in luce le malattie femminili croniche ed invalidanti non riconosciute dal Sistema Sanitario Nazionale: vulvodinia, endometriosi, fibromialgia e neuropatia del pudendo. “Rendere visibili le malattie invisibili”, così recita uno dei loro tanti slogan, che sono stati portati in piazza il 23 ottobre 2021, in 21 città italiane, a seguito di una serie di riunioni organizzative su Zoom. Il non riconoscimento di queste patologie è vissuto come una delle ennesime forme di discriminazione di genere a cui donne e persone non binarie sono sottoposte, come la violazione della libertà delle donne afgane, ad esempio, oppure il blocco della legge sull’aborto in Polonia, o ancora le molestie sessuali denunciate negli Stati Uniti con l’hashtag #MeToo, nel 2017. Di tutte queste forme di violenza, il movimento Non Una di Meno è espressione globale dal 2015, quando ci fu la prima manifestazione in Argentina per denunciare i numerosi femminicidi in Sud America, mentre la denominazione del movimento nasce dal verso “Ni Una Menos”, “neanche una in meno” della poetessa e attivista messicana Susana Chavez, assassinata nel 2011. E’ evidente quanto il femminicidio sia l’apice di un sistema in cui le donne devono lottare per i propri diritti a vari livelli, così la mobilitazione internazionale di NUDM è riuscita a dare voce a queste rivendicazioni, attraverso scioperi, condivisione attraverso i social networks, manifestazioni simboliche e pacifiche.

Denuncia attraverso scene simboliche: il coordinamento nazionale

Il presidio Sensibile-Invisibile del 23 ottobre ha visto il coinvolgimento di numerose persone, nelle piazze d’Italia nell’organizzazione di un flashmob in più atti con scene simboliche: una coreografia, preparata attraverso un tutorial, per denunciare la sanità e i ritardi diagnostici; persone travestite da fantasmi, a rappresentare l’invisibilità di donne il cui dolore non è riconosciuto; maschere con la raffigurazione di vulve e uteri, per descrivere le sensazioni penose, bruciore, fuochi, spilli; scritte su cartelli, relative a luoghi comuni sul dolore femminile e infine ammassi di scatole vuote di farmaci per spiegare come i costi di queste patologie croniche ricadano totalmente sulle pazienti, che non usufruiscono di alcuna esenzione pur trattandosi di malattie croniche!

Non basta un’analgesico: il dolore femminile non è la normalità!

L’endometriosi è la malattia più diffusa, sono circa tre milioni in Italia le donne colpite e provoca dolore pelvico persistente, sterilità e una serie di complicazioni, anche in organi diversi dall’utero. Rispetto ad altre malattie croniche ugualmente diffuse, quali il diabete (per cui esistono una serie di sussidi gratuiti), i finanziamenti investiti in ricerca sono un’esigua percentuale. Per l’endometriosi, nella maggior parte dei casi, tutto si paga profumatamente e non è riconosciuta l’entità della patologia sui luoghi di lavoro. La ricerca è quasi ferma, pertanto le terapie risultano molto invasive, si va dal blocco farmacologico del ciclo mestruale agli interventi chirurgici in laparoscopia o di asportazione totale dell’utero. Eppure l’endometriosi è inserita nei LEA, livelli essenziali di assistenza, quindi esistono alcune esenzioni, nei casi clinici più gravi. Le altre patologie, vulvodinia, fibromialgia e naturopatia del pudendo non sono nemmeno riconosciute in tal senso e il problema principale resta la mancata o tardiva diagnosi, causata dal pregiudizio che la sofferenza femminile sia spesso di natura psicosomatica. La vulvodinia provoca forti bruciori vulvari, i dolori della neuropatia del pudendo colpiscono il perineo, mentre la fibromialgia causa disturbi e rigidità ai muscoli. Sono tutti dolori svalutati, perché la scarsità di fondi per la ricerca provoca ignoranza nei medici, i quali non essendo in grado di effettuare diagnosi, attribuiscono spesso i dolori femminili alla fantasia o all’ipocondria, destabilizzando psicologicamente le pazienti. Vengono così liquidati come normali, primi sintomi di malattie gravi, bollando le pazienti come “stressate” o “instabili”. Questo è quanto è emerso dalle testimonianze raccolte e lette nelle piazze sabato. Il messaggio di Non Una di Meno è che occorre sradicare finalmente il pregiudizio che normalizza il dolore femminile, come un destino ineluttabile.