Perché il Mito della “That Girl” è una prigione dorata.
Sveglia alle 5:00, acqua e limone, pilates e un diario colmo di affermazioni positive: l’universo delle “That Girl” si presenta come il manuale definitivo dell’autodeterminazione. Tuttavia, nasconde un’insidia profonda.
Non si tratta di una rivoluzione collettiva, né di un reale progresso sociale; è una micro-rivoluzione dell’ego. Infatti, la disciplina non è un mezzo per liberarsi, ma un’ossessione per il controllo totale. In questo regime di auto-sorveglianza, il self-care viene distorto in una performance produttiva. Quest’ultima non conduce in alcun luogo reale, se non all’esasperazione della propria immagine.
È un’autodisciplina che serve a riempire un vuoto di senso, una vacuità quotidiana mascherata da un’iper-attività. Questa iper-attività si esaurisce tra la ricerca della perfezione fisica e il conformismo estetico. Inoltre, dietro labbra rimodellate dall’acido ialuronico, zigomi definiti dal botox e l’ultimo set coordinato di Zara, si nasconde il tentativo disperato di apparire migliori di ciò che si è. L’esistenza viene così ridotta a una vetrina impeccabile.
Questa ricerca spasmodica di perfezione finisce per tenere queste donne occupate in un eterno presente di manutenzione corporea. In questo contesto, l’identità viene soffocata da un’estetica standardizzata. Inoltre, la cura di sé diventa, paradossalmente, l’arma con cui ci si dimentica di vivere davvero.











