25 Maggio 2022

Convergenze afr-euro-asiatiche

Pochi giorni dopo l’accordo sul clima, un colloquio tra i presidenti cinese e statunitense si risolve in un riepilogo dell’attuale assetto geopolitico mondiale; se un conflitto militare diretto non serve a nessuno, non è neppure pensabile una nuova suddivisione bipolare del globo; altri attori, anche di minor peso geopolitico, potrebbero mandare improvvisamente in pezzi i delicati rapporti tra potenze maggiori  

 

Non luogo a procedere  

 

Durante il lungo video-colloquio tra rispettivi capi di stato, conclusosi senza decisioni rilevanti, da un lato entrambe le potenze hanno manifestato l’intenzione di evitare un conflitto diretto, dall’altro sono riemersi gli argomenti che da circa un decennio sono al centro dei loro colloqui ufficiali. Una sorta di ricapitolazione, dunque, dei motivi di tensione attualmente più evidenti, accompagnata da generici inviti cinesi al rispetto, alla comunicazione e alla cooperazione in virtù delle responsabilità che gravano su Washington e Pechino, in quanto maggiori economie mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, cui ha fatto eco l’esortazione statunitense a una competizione trasparente. Al presidente statunitense Joe Biden, che sollevava le (consuete) questioni dei diritti umani, del Tibet, della regione del Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan, il suo omologo cinese Xi Jinping ha replicato, in particolare su quest’ultimo tema, che “le autorità taiwanesi hanno più volte cercato il sostegno USA per l’indipendenza, mentre alcuni negli Stati Uniti tentano di utilizzare Taiwan per controllare la Cina”, una tendenza “molto pericolosa, che equivale a giocare con il fuoco”. Ex dominio giapponese, successivamente roccaforte del Kuomintang, spesso utilizzata dagli USA come avamposto contro la Cina comunista, l’isola, dove fino alla metà degli anni ’90 del secolo scorso si parlava sovente di una riconquista della Cina da parte di Taipei, sembra simboleggiare quella linea rossa, superata la quale un conflitto diverrebbe quasi inevitabile. Nondimeno, non è questa l’unica ragione per cui, come ha detto ultimamente il capo della diplomazia statunitense Antony Blinken, i rapporti tra Washington e Pechino sono “il più grande test geopolitico del XXI secolo”.  

 

Il nemico del mio nemico… è il mio futuro nemico  

 

Analogamente, non lo sono le ripetute accuse, rivolte alla Cina da Biden e dal suo predecessore Donald Trump, di pratiche commerciali ed economiche sleali, né, in fondo, l’impegno proclamato per l’ennesima volta da Washington per un “Indo-Pacifico libero e aperto”, cui Pechino ha risposto a più riprese sottolineando che non sarebbe opportuno un ritorno alle “tensioni della guerra fredda”. Il nodo della questione è la trasformazione della Repubblica popolare, agli occhi degli USA, da utile sponda antisovietica (dagli anni ’60 agli anni ’80 del ‘900) e ghiotto mercato da integrare nel proprio sistema economico, a minaccia per i propri interessi strategici. Un’evoluzione parallela a quella grazie alla quale Pechino, da pattumiera del pianeta ed economia ancillare a quella statunitense (negli anni ’90 del secolo scorso Washington cedette gradualmente a Pechino il monopolio sull’estrazione delle terre rare), è divenuta progressivamente un paese in grado di dettare la propria agenda geopolitica e di concepire propri disegni imperiali, anche contro gli interessi (parimenti imperiali) della superpotenza USA. Nel Mar cinese meridionale, nella penisola coreana, nell’Artico, nell’Asia continentale, in Europa, in Africa e persino in America latina, considerata da Washington come di propria esclusiva competenza, dal controllo degli stretti e delle rotte marittime, fino al dominio dello spazio e del cyberspazio, le due potenze hanno maturato due visioni diametralmente opposte, circostanza che moltiplica i probabili fronti di scontro, segnatamente in un contesto di intensificazione dell’interdipendenza globale, cementata dall’emergenza sanitaria ancora in corso.  

 

Un groviglio di interessi  

 

Inoltre, la già di per sé difficile gestione delle relazioni tra due superpotenze rivali, già sperimentata da USA e URSS durante la guerra fredda, è complicata dal fatto che attualmente i due contendenti non possono contare ciascuno su una schiera, più o meno compatta, di paesi satelliti, ma si muovono in un quadro di alleanze fluido, all’interno del quale un ruolo preponderante potrebbe essere giocato da altri attori geopolitici. In primis Russia e Turchia, ma anche Giappone e India. Dal canto loro, Ankara e Mosca hanno mostrato negli ultimi anni che al di là delle profonde rivalità geopolitiche, fondate su ambizioni imperiali storiche, è possibile trovare dei punti di convergenza tattici in determinati settori strategici, come gli armamenti, e in alcuni teatri di conflitto, come la Siria o il Caucaso. Una formula che, di contro, non ha avuto successo in Libia e nel Mar Nero, poiché vi si trovano implicati interessi di altre potenze, regionali o mondiali: nel primo caso la Francia (si ricordi che l’Italia in Libia si trova sullo stesso fronte della Turchia, opposto a quello di Parigi), nel secondo gli USA. Un sostanziale equilibrio, invece, si era raggiunto in Asia Centrale, prima del ritiro disastroso di Washington dall’Afghanistan. In quest’area, infatti, si intrecciano da due secoli gli interessi del Regno Unito, soppiantato progressivamente nel corso del ‘900 dagli Stati Uniti, della Russia, dai tempi dell’Impero zarista, e della Turchia, dall’epoca ottomana. A modificare tale equilibrio dinamico è stata la reinterpretazione della teoria neo-ottomana dell’ex primo ministro turco Ahmet Davutoğlu da parte del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha connotato la profondità strategica in senso quasi esclusivamente aggressivo. Di qui la convenienza, per il Cremlino, di instaurare un dialogo continuo con Ankara, che del resto esercita un (sempre più) sensibile influsso culturale sulle comunità musulmane non arabe nei Balcani e in Asia centrale, comprese diverse regioni del territorio Russo, fino al Xinjiang, principale motivo di frizione tra Cina e Turchia. Tanto più se si considera che proprio su iniziativa dell’amministrazione Erdoğan il Consiglio di cooperazione dei paesi turcofoni è diventato, lo scorso 12 novembre, l’Organizzazione degli Stati turchi. Un miscuglio equilibrato di neo-ottomanesimo e panturanesimo.  

 

Balcanizzazione dell’Eurasia  

 

Oltre all’Asia centrale, il progetto cinese Belt and Road Initiative (BRI – le nuove vie della seta), coinvolge i Balcani, altra regione devastata da conflitti etnico-confessionali sul finire del XX secolo. Qui gli interessi di Pechino si scontrano con quelli di Stati Uniti, Russia e Turchia (alleato non sempre facile per Washington): i primi vi sono brutalmente entrati nel 1999, in occasione dell’aggressione dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) alla Serbia. Allora, la presa di posizione cinese in favore di quest’ultima culminò con l’installazione nell’edificio dell’ambasciata cinese a Belgrado di un sistema radar che permise ai serbi di abbattere l’aereo invisibile F-117. Immediata fu la reazione statunitense, con il bombardamento della stessa rappresentanza diplomatica, che provocò imponenti manifestazioni anti-americane in Cina. Quanto alla Russia, se nel 1999 non si schierò troppo apertamente al fianco dei fratelli serbi, reagì prontamente alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008, estendendo le proprie mire su due aree storicamente appartenenti alla sua sfera di influenza: la Georgia e la sponda settentrionale del Mar Nero, con speciale riguardo per la Crimea. Da parte sua, Ankara non è rimasta a guardare, finanziando il restauro e la costruzione di moschee, scuole e centri islamici in Bosnia, Kosovo, Macedonia e Albania, instaurando proficue relazioni commerciali con la Serbia. Nei Balcani, così come in Africa, tale scontro fra titani evidenzia la totale mancanza di peso geopolitico non solo dei singoli paesi europei, ma anche e soprattutto dell’Unione Europea. Conseguenza di ciò sono le difficoltà che l’Europa incontra nella gestione delle migrazioni dall’Africa e dall’Asia. Nel primo caso, non combattendo il traffico di esseri umani gestito e alimentato dalle mafie, africane e italiane in primis, ma che estendono i loro affari in tutto il continente. Nel secondo caso, non esprimendo una propria posizione, autonoma dagli USA, in merito alle relazioni con Russia e Cina, improntata, ad esempio, a una visione multilaterale dell’assetto globale.  

 

Rischi calcolati  

 

Se i fronti di scontro tra Cina e USA sono molteplici, i principali fattori di rischio che potrebbero scatenare un conflitto di portata globale risiedono altrove. In primo luogo, nel vuoto geopolitico lasciato dall’Europa, in Asia come in Africa, divenute ormai terre di conquista delle potenze maggiori (un epilogo che potrebbe interessare, in un futuro non troppo lontano, la stessa Europa). In secondo luogo dall’intraprendenza di altre potenze, come la Russia e la Turchia, ma anche come l’India e il Giappone, che negli ultimi tempi hanno conquistato un ruolo regionale di rilievo grazie al sostegno di Washington in funzione anti-cinese.