6 Ottobre 2022

Prima causa contro lo Stato italiano per inazione climatica

Dopo la Francia sembra proprio che la prossima a dover rispondere per le sue politiche sul clima sia proprio l’Italia. Oltre duecento tra associazioni e cittadini fanno causa allo Stato italiano per “inazione climatica” e per l’assenza di politiche ambientali efficaci nella lotta alla riduzione delle emissioni climalteranti.

Il primo ricorrente dell’azione è l’Associazione A Sud, da anni attiva nel campo della giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani che l’emergenza climatica rischia di compromettere.

“Oggi scriviamo la pagina italiana della storia del movimento globale per la giustizia climatica. Dopo decenni di dichiarazioni pubbliche che non hanno dato seguito ad alcuna azione all’altezza delle sfide imposte dall’emergenza ambientale, la via legale è uno strumento formidabile per fare pressione sullo Stato affinché moltiplichi i suoi sforzi nella lotta al cambiamento climatico. Come società civile abbiamo il compito di fare tutto il possibile per scongiurare la catastrofe alle porte, per questo abbiamo deciso di promuovere la prima causa climatica italiana”.

Queste le parole di Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud.

A sostenere la causa anche centinaia di italiani che hanno aderito alla campagna Giudizio Universale. L’iniziativa, lanciata nel 2019 è coordinata dall’Associazione A Sud, è nata con lo scopo di spronare le autorità nazionali a tenere fede alle rispettive responsabilità nei confronti del cambiamento climatico. Una sorta di vero e proprio movimento volto al perseguire la giustizia climatica, composto da un gruppo variegato: studenti, ambientalisti, scienziati, avvocati, comitati di ricerca e presidi territoriali.

Politiche climatiche italiane insufficienti

Parla chiaro il rapporto “Obiettivi e politiche climatiche dell’Italia in conformità all’Accordo di Parigi e alle valutazioni di Equity globale”, pubblicato nel marzo 2021 dall’istituto no-profit Climate Analytics, che dopo aver esaminato gli obiettivi di riduzione di emissioni di gas serra dell’Italia (indicati nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) ha rilevato come l’Italia sia “lontana dal dare un giusto contributo alla riduzione delle emissioni necessaria entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo a lungo termine definito dall’Accordo di Parigi”. In poche parole, l’arduo ma necessario compito sarebbe quello di contenere il riscaldamento terreste entro 2˚C e di fare tutto il possibile per restare sotto 1,5˚C in più rispetto all’epoca preindustriale. Secondo il suddetto studio tuttavia, “l’attuale obiettivo climatico dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale senza precedenti di oltre 3˚C entro la fine del secolo.”

Crediamo che sia necessario agire con urgenza a 360 gradi assieme a tutti gli attori, istituzioni, aziende private, società civile, perché non abbiamo più tempo” dirette le parole di Marirosa Iannelli, coordinatrice della sezione Clima e Advocacy di Italian Climate Network (ICN). Poi specifica quanto sia fondamentale: “Contenere il riscaldamento terrestre entro 1,5 o 2˚C sono due scenari molto diversi. Dobbiamo lavorare per rimanere entro 1,5˚C con tutti gli strumenti giuridici a disposizione e vincolare le azioni dei governi a concretizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Per questo è necessario alzare l’ambizione del PNIEC e del PNRR e seguire meticolosamente gli strumenti europei come la carbon tax e le indicazioni del Next generation EU”.

Entrano in campo i cittadini

Nonostante le voci di chi sostiene la causa non manchino, purtroppo gli appelli non sempre bastano e, sulla scia di quanto sta accadendo in diversi Paesi, la campagna è quindi passata per vie legali citando in giudizio lo Stato italiano per la sua inazione. L’atto di citazione sarà divulgato il 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, successivamente al deposito presso il Tribunale. Sul sito di Giudizio Universale si legge:“L’obiettivo dell’iniziativa legale consiste nel chiedere al Tribunale civile una pronuncia che imponga l’adozione di decisioni statali di riduzione delle emissioni di gas serra, in grado di rendere definitiva la stabilità climatica e contestualmente garantire la tutela effettiva dei diritti umani per le presenti e future generazioni, in conformità con il dovere costituzionale di solidarietà e con quello internazionale di equità tra gli Stati”.

Non solo l’Italia

Organizzazioni e gruppi di cittadini, inclusi molti giovani, hanno fatto causa a diversi stati in Europa, come Olanda, Francia, Irlanda e Germania, ottenendo sentenze che in alcuni casi hanno obbligato i rispettivi governi a rivedere completamente le fondamenta delle proprie strategie climatiche. Come in Germania dove a seguito del contenzioso climatico il governo tedesco ha rivisto i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, passando dal 55% entro il 2030, a un obiettivo di riduzione delle emissioni del 65% entro il 2030 e anticipando la neutralità climatica al 2045 invece che al 2050.

L’inazione climatica francese è stata definita come un fatto storico, infatti, dopo che il paese ha tagliato le emissioni meno di quanto promesso, ora deve rimediare entro la fine del 2022 prendendo tutte le misure necessarie. La decisione, presa dal tribunale amministrativo di Parigi nella sentenza dell’Affaire du siècle, è stata definita come il processo del secolo, battezzato dalla stampa transalpina che ha parlato del procedimento in cui lo Stato è finito alla sbarra con l’accusa di inazione climatica.

Le parole di Luca Marcalli

Tra i firmatari della causa italiana figura anche Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana, che conferma i risultati individuati nella ricerca, sostenendo:

“Da decenni lo Stato italiano promette di ridurre il proprio impatto sul clima, di mitigare i rischi, di costruire resilienza verso le conseguenze del riscaldamento globale. Ma alle parole non corrispondono i fatti, sempre insufficienti e sottodimensionati rispetto all’urgenza. E soprattutto, mentre con una mano promette transizioni verdi con l’altra continua a sostenere le pratiche più perniciose per l’ambiente. Per questo faccio causa al mio Stato”.