27 Settembre 2022

Voci panarabe su Patrick Zaki

La liberazione provvisoria del ricercatore italo-egiziano, in attesa del processo fissato per il 1 febbraio 2022, è rimbalzata su diverse testate arabe: spesso è stata messa in relazione con gli arresti massicci di attivisti per i diritti umani in Egitto e in altri paesi arabi; secondo altri, invece, sarebbe un segnale mandato dal Cairo all’ “Occidente”

Sine ira et studio

Tra le testate arabe, l’atteggiamento prevalente è quello di riferire la notizia riportando le relative reazioni delle istituzioni egiziane e italiane o di organizzazioni non governative che militano per i diritti umani, per i diritti della persona e per le libertà individuali. Lo stesso Patrick Zaki, laureato all’università di Bologna, era ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti della persona (EIPR), think tank con sede al Cairo, attiva sul fronte dei diritti umani. Si tratta di quella galassia composita, che, secondo un articolo di Ana Otašević pubblicato sul numero di dicembre 2019 del mensile Le Monde Diplomatique (Cambiamenti di regime chiavi in mano), affonda le sue radici nel movimento serbo OTPOR! (resistenza), nato nell’autunno 1998. Due dei suoi fondatori, dopo un tentativo fallimentare di fare del movimento un partito politico, crearono nel 2003, sempre a Belgrado, il Centro per le azioni e le strategie nonviolente applicate (Canvas), che da allora ha formato le opposizioni ai governi di una cinquantina di paesi, tra cui Georgia, Ucraina, Bielorussia, Albania, Russia, Kirghizistan, Uzbekistan, Libano e, appunto, Egitto.

Middle East Eye

Sul sito di informazioni sul Medio Oriente Middle East Eye, che riprende la notizia da attivisti per i diritti umani e media locali, come il quotidiano indipendente online Mada Masr, si legge che il rilascio provvisorio di Zaki è avvenuto un giorno dopo la decisione della Corte della sicurezza dello Stato per i reati minori. La notizia è stata accolta con gioia dalla madre Hala Sobhy e da Amr Magdy, ricercatore egiziano presso lo Human Rights Watch. Quest’ultimo ha aggiunto, tuttavia, che è una vittoria dal sapore amaro, perché Zaki ha già trascorso due anni di detenzione ingiusta e in condizioni deplorevoli, inclusa la tortura fisica da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale al momento dell’arresto. Magdy ha fatto inoltre notare che il giovane è ancora in attesa del processo, che inizialmente era stato fissato per il 14 settembre, successivamente rinviato al 7 dicembre, e infine spostato al 1 febbraio 2022. Le accuse che pendono sul suo capo sono esortazione alla protesta senza permesso, diffusione di false informazioni e incitazione alla violenza e al terrorismo. Middle East Eye aggiunge che altre tre membri dell’EIPR erano stati trattenuti a novembre dello scorso anno dopo un loro incontro con diplomatici dalla Francia, dagli Stati Uniti e da altri paesi europei, per discutere lo stato dei diritti umani in Egitto. I tre, Gasser Abd el-Razek (direttore esecutivo dell’EIPR), Karim Ennarah (direttore della sezione diritto penale) e Mohamed Basheer (un amministratore), erano stati rilasciati a dicembre, dopo una campagna internazionale in loro favore. Per quanto riguarda Zaki, Middle East Eye racconta brevemente gli appelli di politici e attivisti italiani, fino alla concessione della cittadinanza italiana, ricordando la vicenda di un altro ricercatore italiano, giunto in Egitto come studente dell’università di Cambridge.

Middle East Monitor

Diverso è il taglio dato alla notizia da Middle East Monitor, altro sito di informazione sul Medio Oriente, che riferisce la dichiarazione dell’attivista per i diritti umani Ahmed al-Attar, second cui l’ordine di scarcerazione provvisoria per Zaki è una decisione politica: il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sissi vorrebbe avere una buona reputazione nel mondo e la notizia ora sarà pubblicata sui giornali italiani ed europei. Sta lavando la sua reputazione. Nello stesso articolo, si legge che il governo egiziano ha subito crescenti pressioni, ultimamente, in materia di diritti umani, in particolare dopo l’annuncio da parte degli USA che una parte degli aiuti militari annuali che Washington invia al Cairo saranno trattenuti finché non vi saranno progressi evidenti. Il caso Zaki, dunque, ha messo in luce le drammatiche condizioni dei detenuti politici in Egitto, migliaia dei quali sono stati arrestati dal 2013, subendo sistematicamente tortura e vedendosi rifiutare il diritto all’assistenza medica. A settembre, l’Egitto ha annunciato una nuova strategia in materia di diritti umani, descritta da Gamal Eid, direttore della Rete araba per l’informazione sui diritti umani, come un documento volto esclusivamente a migliorare l’immagine del regime. A proposito dell’accusa di diffusione di false notizie, Middle East Eye spiega che è dovuta a un articolo scritto da Zaki per Daraj, nel quale raccontava la sua vita come cristiano copto in Egitto, descrivendo le discriminazioni subite da questa minoranza religiosa.

Al-Quds al-Arabi e Al-Arabi al-Jadeed

Lo stesso dettaglio si trova sottolineato nel quotidiano panarabo con sede a Londra Al-Quds al-Arabi, che ricorda che l’Italia era già stata scossa nel 2016 dalla morte di un altro ricercatore, Giulio Regeni, recatosi in Egitto per condurre ricerche per l’università di Cambridge. Vi si leggono, inoltre, le dichiarazioni di Hossam Bahgat, fondatore dell’EIPR, sulla possibilità ancora aperta che Zaki sia condannato a pene combinate, che comportano fino a otto anni di prigione, soprattutto per le accuse relative all’articolo pubblicato su Daraj nel luglio 2019, con il titolo Deportazione, omicidio e restrizioni: il risultato di una settimana nei giornali intimi dei copti egiziani. L’EIPR denuncia altresì le autorità egiziane di aver sottoposto il giovane a torture, durante il periodo della sua detenzione. Un altro sito di informazione panarabo con sede a Londra, Al-Arabi al-Jadeed, nell’articolo dedicato all’argomento, sottolinea, citando fonti egiziane ben informate, che la liberazione del giovane ricercatore non è definitiva, trattandosi piuttosto di un rinvio del processo con, essenzialmente, due finalità: attenuare le critiche esterne sulla situazione relativa ai diritti umani in Egitto, misurare la posizione dell’Occidente in materia. In ballo, oltre alla reputazione, ci sarebbe l’acquisto di dispositivi di sorveglianza (informatica, intercettazioni, geolocalizzazione) di produzione francese. Al-Arabi al-Jadeed, cita inoltre il caso degli Egypt Papers, documenti riservati diffusi dal sito francese Disclose, che mettono in luce relazioni torbide tra Parigi e il Cairo. Infine, riporta fonti diplomatiche in contatto con la missione egiziana presso il Consiglio d’Europa, secondo cui le cancellerie del vecchio continente si aspetterebbero dall’Egitto l’abolizione dello stato di emergenza, continuando tuttavia a vigilare con inquietudine sulla repressione messa in atto dalle autorità egiziane.