26 Settembre 2022

È morto Desmond Tutu, l’arcivescovo che sconfisse l’apartheid in Sudafrica

Il giorno 26 dicembre è morto l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, fiero oppositore all’apartheid, questo quanto si apprende dalla presidenza del Sudafrica.

Arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, Tutu raggiunse una fama mondiale durante gli anni Ottanta per aver lottato a suo modo contro l’apartheid. Tutu, inoltre, è stato il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, in Sudafrica, e primate della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale.

L’Africa perde dunque uno dei simboli della lotta contro l’apartheid, nonché promotore della riconciliazione tra neri e bianchi, che si è spento all’età di 90 anni, dopo essere stato a lungo malato. Nel 1984 gli fu assegnato il Premio Nobel per la pace.

Chi era Desmond Tutu

Nato a Klerksdorp (Transvaal) il 7 ottobre 1931, Tutu si trasferisce con la famiglia a Johannesburg all’età di 12 anni. La famiglia non può permettersi di pagargli gli studi in medicina che tanto desidera, quindi, segue le orme del padre nell’insegnamento. Studia al Pretoria Bantu Normal College fino al 1953 e insegna poi alla Johannesburg Bantu High School, dove rimane fino al 1957. Dà le dimissioni dopo l’approvazione del Bantu Education Act (norma che rafforzava la separazione razziale delle strutture scolastiche), protestando attivamente per i sudafricani neri. Tuttavia, Tutu continua i suoi studi, questa volta in teologia, e nel 1960 viene nominato pastore anglicano. Diventa cappellano dell’Università di Fort Hare, una delle poche università di qualità per gli studenti neri nella parte meridionale del Sudafrica. In seguito, Desmond Tutu lascia il suo incarico come cappellano e si sposta al King’s College di Londra fino al 1966, dove prende il Bachelor e il Master in teologia. Ritornato in Sudafrica, dal 1967 al 1972 usa le sue lezioni mettere in luce le condizioni della popolazione di colore e scrive una lettera a quello che allora era il Primo Ministro, nella quale descrive il Sudafrica come “un barile di polvere da sparo che poteva esplodere in qualsiasi momento”. Nel 1975 viene nominato decano della Cattedrale di St. Mary a Johannesburg, prima persona di colore a ricevere tale incarico. Sposato con Leah Nomalizo Tutu dal 1955, la coppia ha avuto quattro figli: Trevor Thamsanqa, Theresa Thandeka, Naomi Nontombi e Mpho Andrea.

La lotta contro l’apartheid

Noto per un periodo storico memorabile, quello che va dalla fine dell’apartheid, dopo che Nelson Mandela era stato eletto presidente del nuovo Sudafrica, a quando Tutu ideò e presiedette la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Trc), creata nel 1995, che in un doloroso ma purtroppo necessario processo, mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi. L’inchiesta sul regime segregazionista durò tre lunghi anni prima di arrivare all’epilogo di pacificazione. Fu perdonato chi confessò i propri crimini. L’amnistia fu concessa a 849 persone e negata a 5392. Il perdono fu accordato a chi, fra i responsabili di quelle atrocità commesse avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime.

Definito il “Paladino dei poveri e degli oppressi”, ispirato al concetto africano di ubuntu, termine che indica una concezione di società senza divisioni, descrisse il Sudafrica come la Rainbow Nation (nazione arcobaleno). Mente e scrittore, ha pubblicato vari scritti come Crying in the wilderness (1982) e Hope and suffering (1983), No future without forgiveness (1999) e God has a dream: a vision of hope for our time (2004).

L’agenzia Adnkronos, ha riportato le parole della Fondazione Mandela, che ha definito la perdita: “incommensurabile”. Questa la reazione all’annuncio della scomparsa dell’arcivescovo Tutu, che è stato inoltre descritto come “grande più della vita stessa”. “E per tante persone in Sudafrica la sua vita è stata una benedizione. Era un essere umano – ha proseguito – straordinario. Un pensatore. Un leader”.

Il mondo lo ricorda tramite i social media

Nel suo lavoro sui diritti umani, Tutu ha formulato il suo obiettivo come “una società giusta e democratica, senza divisioni razziali”, e ha stabilito da lì in poi il minimo richiesto per la sua realizzazione, inclusi i diritti civili uguali per tutti, un sistema comune di istruzione e la cessazione della deportazione forzata. Nell’annunciare la scomparsa del reverendo Tutu, il presidente Cyril Ramaphosa ha espresso, “a nome di tutti i sudafricani, profonda tristezza per la morte, avvenuta domenica, di una figura essenziale della storia” del Paese”.

In tutto il mondo, attraverso Twitter, Tutu è stato ricordato. Dall’ex presidente Barack Obama, che scrive: “L‘arcivescovo Desmond Tutu è stato un mentore, un amico e una bussola morale per me e tanti altri. Spirito universale, l’arcivescovo Tutu era radicato nella lotta per la liberazione e la giustizia nel suo paese, ma anche preoccupato per l’ingiustizia ovunque”.

Anche l’ex premier Giuseppe conte, in un tweet, lo ha ricordato: “L’arcivescovo Desmond Tutu è stato un uomo all’altezza dei tempi e delle sfide che ha vissuto. Il suo nome rimarrà scolpito nei libri di storia per l’impegno e la dedizione nella lotta contro l’apartheid. Un esempio di rettitudine a cui tutti dobbiamo molto”. Papa Francesco, ha invece scelto un telegramma per ricordarlo, scrivendo: “Desmond Tutu era “al servizio del Vangelo, attraverso la promozione della uguaglianza razziale e della riconciliazione nel suo Sudafrica – aggiungendo il desiderio di – affidarne l’anima alla amorevole misericordia di Dio, invocando le benedizioni divine di pace e di consolazione nel Signore Gesù su tutti coloro che piangono la sua scomparsa nella sicura e certa speranza della resurrezione”.

Dal mondo della politica, allo spettacolo, a quello della musica, dell’informazione e dello sport, i tweet in onore di Tutu sono stati numerosi. Segno importante che dimostra come il passato e gli sforzi per un mondo migliore non vadano mai dimenticati.