22 Maggio 2022

Garantismo vs. Giustizialismo – Errori giudiziari e definitività della sentenza

di Ferdinando Esposito

Lo scorso 9 gennaio alcuni organi di stampa hanno pubblicato la notizia che l’ex presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo è stato assolto da tutte le accuse dopo un calvario giudiziario durato oltre 10 anni. In effetti, così si è espresso il quotidiano “il Giornale” proprio del 9 gennaio: “il procedimento penale aveva come oggetto alcuni presunti favori elettorali del clan a Raffaele Lombardo per le regionali del 2008, nelle quali fu eletto governatore. In oltre dieci anni di udienze, il percorso giudiziario attraversato da Lombardo era stato segnato da una serie di pronunciamenti contrastanti”. “La mia è una vicenda umana e giudiziaria incredibile. Dodici anni di calvario e di grande sofferenza”. Ora che il processo si è concluso con una sentenza a suo favore, Raffaele Lombardo parla così. L’ex presidente della Regione siciliana è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e da quella di reato elettorale aggravato dall’avere favorito la mafia. L’odissea giudiziaria del politico siciliano era iniziata quando ancora era presidente della Regione etnea. Al centro del processo c’erano alcuni suoi presunti contatti con esponenti dei clan locali, circostanze che Lombardo aveva sempre negato, affermando, al contrario, di aver “nuociuto alla mafia come mai nessuno prima”. 

Quindi, una vita e una carriera politica completamente distrutta, insieme a molte altre, dal sistema giudiziario italiano ormai diventato del tutto inaffidabile secondo i dati in possesso dell’UE  e secondo i dati del Ministero della Giustizia, letteralmente sommerso da 30 mila richieste di risarcimento danni per ingiusta detenzione presentate dal 1991, cioè,  da quando è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale, il codice “Pisapia”, una delle concause che ha maggiormente contribuito al disfacimento della giustizia penale italiana. 

Dello stesso tenore la triste vicenda giudiziaria e umana che ha riguardato il pluridecorato manager di F1 Flavio Briatore assolto da ogni accusa dopo un processo per frode fiscale durato anche in questo caso 12 anni. In questi termini si è espresso sempre il quotidiano “Il Giornale” del 27 gennaio: “La gogna giustizialista, ai tempi, aveva colpito anche Flavio Briatore che ieri è stato assolto dopo un processo per presunta frode fiscale – ci si ricorderà della famosa vendita dello yatch – perché il fatto non costituisce reato. Si tratta dell’esito di una vicenda che, dal punto di vista giudiziario, è durata dodici anni. Basta riavvolgere il nastro per tornare all’epoca in cui – trattasi di una prassi che purtroppo è tuttora in voga – una semplice notizia d’indagine aveva comportato l’immediato utilizzo della ghigliottina politico-mediatica. In queste ore, dopo lo scagionamento dell’imprenditore, non si ode il tam-tam che aveva fatto tanto rumore tempo fa, quando questa storia aveva avuto inizio. C’è il consueto doppiopesismo che riguarda la notiziabilità delle indagini e quella della fine dei procedimenti per assoluzione”. Intervistato sulla sua personale vicenda dal quotidiano “La Repubblica”, Flavio Briatore è stato molto duro ed ha richiamato l’attenzione degli italiani su questo particolare: “I giudici non cercano la verità, ma si divertono a perseguire i Vip”. Difficile, se non impossibile, dargli torto. Ma come si è potuto arrivare a tanto? 

La risposta dipende da molti fattori e tra questi c’è l’eccessivo margine di irresponsabilità che l’ordinamento giudiziario ha disegnato in ossequio ad una magistratura che ormai non esiste più. Poiché dai giudici non arriva alcuna timida ammissione di responsabilità, si profila un intervento parlamentare per responsabilizzare seriamente la categoria, anche grazie all’indiscutibile successo riscosso dal referendum della lega di Matteo Salvini proprio sul tema della responsabilità del giudice. In questo delicato quadro, a dare nuovamente un cattivo esempio ci ha pensato l’attuale CSM che, in 72 ore, ha risistemato la decapitazione dei vertici della corte di cassazione da parte del consiglio di stato, con un’anomala “fretta“ che ha lasciato perplessi molti addetti ai lavori e che è stata efficacemente bollata sul quotidiano “Libero” del 25 gennaio 2022 da Pieremilio Sammarco, professore ordinario dell’università di Bergamo, come “Un affronto al giudice amministrativo, un colpo di coda di un organo in declino“. Inoltre, nella sezione disciplinare del CSM fa ancora parte Giuseppe Cascini, nonostante numerosi organi di stampa abbiamo segnalato il fatto che risulta “indagato” davanti ai probiviri dell’Anm per i suoi rapporti con Luca Palamara che potrebbero avere un possibile rilievo disciplinare sia nella sua veste di componente associativo che in quella di magistrato. 

Le spiacevoli vicende di Raffaele Lombardo e di Flavio Briatore sono gravi, ma il dato positivo è che almeno hanno trovato un giudice prima che la loro condanna diventasse definitiva. In questo paese ci sono condanne definitive affette da colossali anomalie procedurali che andrebbero scrutinate attentamente perché il sistema sembra ormai non avere più i necessari anticorpi sia nella valutazione di merito sia in sede di legittimità. Andrebbe introdotto normativamente un rimedio processuale straordinario che permetta la riapertura dei casi giudiziari più controversi da riesaminare non più dai togati, ma da giudici popolari, per verificare l’effettiva tenutezza delle sentenze e del percorso logico motivazionale seguito dal giudice nel condannare o arrestare la gente. 

Proprio con riferimento a giudizi estremamente sofferti come quello di Flavio Briatore e di Raffaele Lombardo, qualche anno fa un curioso personaggio ha presentato una serie di denunce penali dal contenuto palesemente calunnioso contro un magistrato e le denunce erano talmente farlocche che il pm avrebbe dovuto rapidamente archiviare il procedimento, ma scelse di richiedere una misura interdettiva coscienziosamente respinta dal gip e dal riesame per insussistenza del fatto. Il pm non si diede per vinto e chiese il rinvio a giudizio del collega ottenendo questa volta una condanna di primo grado estremamente sinistra perché ritenuta “indifendibile” perfino dal PG d’appello che aveva coscienziosamente chiesto l’assoluzione. Ma la corte d’appello, in modo ancor più sinistro, ha solo ridotto la pena senza valutare attentamente l’attendibilità della vittima nei termini di legge. Il giudice di terzo grado ha incredibilmente omesso di esaminare il motivo di ricorso ed il giudice di quarto grado, pur rilevando l’anomalia, non ha potuto annullare la statuizione di condanna poiché la sentenza di terzo grado è risultata affetta da un errore “valutativo” e non “percettivo”. Questa autentica farsa di processo è bastata al CSM per sanzionare il magistrato nonostante l’evidente rischio che la condanna definitiva possa essere il frutto di un colossale errore giudiziario, particolare che evidentemente importa poco ad un CSM fortemente delegittimato, ma molto interessato a rifarsi una verginità. Sovviene, in proposito, un celeberrimo insegnamento attribuito al grande filosofo greco Socrate dal suo allievo Platone, nel “Gorgia”: “Non vorrei ne’ subirla ne’ commetterla, ma, ove fossi costretto, sceglierei di subire un’ingiustizia piuttosto che commetterla”.

di Ferdinando Esposito