27 Settembre 2022

Nina Di Majo, i film della regista, la parità di genere e un manifesto per la pace

Chissà se il cinema potrà contribuire alla restaurazione della pace in Ucraina. Di certo i film di Nina Di Majo contribuiscono a raccontare che regista sia, a definirne lo spessore. Impegnata ma capace contestualmente di sapiente leggerezza. Diretta e dura, ma pronta a prenderti un sorriso attraverso una scena o con una battuta d’istinto nel mezzo di un’intervista. Nei suoi lavori emerge la vita, le vite calate a marcare la scrittura. Nessun sensazionalismo ma la concretezza dei rapporti personali, lo sguardo fisso sulle verità più o meno taciute, l’approfondimento negli umori e nei sottintesi, nel chiaroscuro in cui i personaggi si parlano e si svelano. Cast di valore assoluto e sceneggiature private del superfluo. 

Nel 1999 uscì Autunno, il tuo primo lungometraggio. Fu un esordio di spessore, peccato che il film non si trovi più.

Già, c’è stato un cortocircuito tra comunicazione e cessione dei diritti. Spero che si riesca a riportarlo al pubblico.

Le relazioni sono centrali nei tuoi film, presentate in maniera schietta e ironica, tagliente, sembrano proprio vere.

Credo che i rapporti umani siano il centro dell’esistenza, che siano la cosa più importante che abbiamo e non dobbiamo distruggerli.

L’inverno, film bellissimo. Nel cast Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Yorgo Voyagis.

Si andò all’Hollywood Film Festival, eravamo la candidatura italiana per l’European Award tra il gotha di Hollywood. In giuria c’erano tra gli altri Spielberg e Di Caprio. Il progetto andò bene e si parlava in futuro di andare agli Oscar, ma in sala andò molto male. I film d’essai, molto belli, piacciono a persone che amano un cinema più intellettuale, raffinato, non al pubblico. L’inverno era un film difficile, interpretato da attori molto bravi. Su Variety scrissero che era “antonioniano”, me lo dicevano come se fosse stato un difetto, ma io dicevo “mica male come difetto”. Era un ottimo insulto.

Poi non ho più fatto un film così tosto.

Nel film Matrimoni e altri disastri, Nanà (interpretata da Margherita Buy), è all’oscuro di un segreto che riguarda la sua famiglia. Questa omissione le è utile a preservare l’equilibrio?

È come se si vivesse eternamente in una soap opera recitata male, una parodia del nostro mondo un po’ ovattato dove anche le cose più tragiche vengono trattate in maniera superficiale. I temi della bugia e dell’ipocrisia, trattati in maniera crudele o con leggerezza, impediscono ai personaggi di arrivare al fondo delle emozioni. È come se camminassero sulle punte.

Sei passata da un film drammatico a una commedia.

Mi piace moltissimo la commedia, partendo da Ernst Lubitsch fino ad arrivare a Rohmer, Woody Allen. E mi è piaciuto sperimentarla ma sicuramente c’è anche un’esigenza della committenza. Spesso si prova a fare film mainstream che possano arrivare a un pubblico più ampio, cercando di essere meno snob e intellettuali, meno politici, meno nouvelle vague, meno narcisi.

Dopo Matrimoni e altri disastri è uscito Hans Werner Henze: la musica, l’amicizia, il gioco.

Hans Werner Henze fu amico di mio padre. Era un compositore tedesco comunista. Fuggì dalla Germania nazista rifugiandosi a Napoli. È stato molto in Italia e ha fondato una scuola di musica a Montepulciano.

Tra i personaggi dei tuoi film ci sono gli scrittori. Racconti così il tuo rapporto con la scrittura?

Mi piace il legame con la letteratura, anche il cinema che nasce dall’adattamento di romanzi, commedie. Penso a Strindberg o Thomas Bernhard, al cinema che si ispira al teatro.

Tu sei anche un’attrice ma ti conosciamo prevalentemente come regista.

Mi piace molto recitare però sono un po’ una outsider. Non sono abbastanza mondana. Non sono esibizionista. Mi perdo a leggere libri, a guardare film e stare con i bambini, fare le passeggiate invece di andare alle feste, alle prime e alle anteprime. Così mi sento me stessa altrimenti avrei l’impressione che… ma sai che è un limite? Proprio come la difficoltà a godere dei film violenti. Li saprei girare, ma ho una repulsione. Come ho repulsione per l’esibizionismo, anche se l’esibizionismo è la molla che guida un attore.

Ti interesserebbe girare una serie TV?

Mi piacerebbe moltissimo. Ho letto un progetto per una serie di Romano De Marco, allievo di Maurizio De Giovanni, e mi è piaciuto molto. E mi piacerebbe lavorare su una serie tratta da Mistero napoletano che è un romanzo di Ermanno Rea. Mi aveva dato il mandato per farci un film. Non siamo riusciti a costruirlo ma non lo escludo per il futuro.

Quanto è difficile fare cinema per le donne?

Più difficile che per gli uomini. Intanto veniamo pagate molto meno, c’è una specie di pregiudizio. Le decisioni vengono prese dagli uomini. Io poi non sono “figlia d’arte”. Aiuta molto essere legate a produttori o registi famosi.

Per statuto l’uomo italiano fa lavorare le sue donne, per le altre può essere molto dura. Senza contare che se non sei dentro i salotti è difficile accedervi. Poi avendo dei figli… spesso devi stare a casa. C’è il covid, c’è la dad. Circolava una battuta: perché si chiama dad se è mum che la segue? Molti uomini hanno perso il lavoro e non è una cosa bella però tante volte rinunciamo alla carriera per seguire i figli, il marito. Credo sia un problema antropologico, culturale. Nemmeno nel 2050 sarà cambiato il mondo. Siamo un po’ una minoranza oppressa.

Mi daresti un parere sulla serie tv Gomorra?

Trovo che è un prodotto meraviglioso e che sono tutti di una bravura sconvolgente. Ma io faccio fatica ad amare la violenza. Trovo che il sesso, la droga e la violenza siano una prerogativa prettamente maschile. Molte donne dicono che non è così, soprattutto nell’epoca del gender fluid ma io continuo ad avere una sorta di insofferenza verso la spettacolarizzazione della violenza.

L’ultimo film di Paolo Sorrentino?

Mi è sembrato stupendo. Molto commovente, molto bello. I personaggi così eccentrici, stravaganti. Un film intimo, profondo.

Lui ha raccontato la sua storia, romanzandola. Lo hai fatto anche tu?

L’autobiografia? Sì, è stata in parte una fonte di ispirazione nei miei film, Autunno, L’inverno. Ma anche in Matrimoni e altri disastri mi sono ispirata a storie di amici. Ho visto il documentario di Bellocchio su suo fratello che si è suicidato, Camillo. L’ho trovato emozionante, bello. Mi piace molto l’aspetto autobiografico, artigianale, dove le persone mettono a nudo i sentimenti più intimi e dove al posto della spettacolarizzazione hoolywoodiana c’è una specie di sincerità.

Torneresti a fare un film a Napoli? A raccontare Napoli?

È il mio sogno tornare a parlare di Napoli e delle donne napoletane, dei padri e dei fratelli e del rapporto che li unisce.

Peccato parlarne proprio oggi che l’Ucraina è sotto l’invasione militare russa.

Milano nei giorni scorsi è stata stupenda, piena di gente che manifestava per la pace. Noi professionisti del cinema dovremmo organizzare azioni specifiche. Il motto potrebbe essere anche qui StayWithUkraine, un hashtag da lanciare su tutti i social. Potremmo fare una campagna d’informazione internazionale indirizzata a leader occidentali: il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente statunitense Joe Biden e il premier britannico Boris Johnson e a Sergio Mattarella . Le richieste da avanzare potrebbero essere: escludere la Russia dallo Swift, il sistema per lo scambio delle transazioni finanziarie a livello globale; proteggere lo spazio aereo ucraino; inviare truppe Europee e Italiane in Ucraina per un’operazione di Peacekeeping