6 Ottobre 2022

L’Onu lancia l’allarme: gli incendi aumenteranno e saranno devastanti

Nel 2050 gli incendi saranno il 30% più frequenti. A lanciare l’allarme è proprio l’Onu, che per il 2100 ha già previsto un aumento del 50%.

Non si tratta di una notizia inaspettata, di fatto il trend degli ultimi anni ha mostrato fin da subito una chiara impennata verso l’aumento degli incendi che, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, saranno sempre di più e sempre più devastanti.

La situazione attuale

La situazione non promette bene, sono diversi gli incendi che nell’ultimo periodo hanno devastato diverse regioni del mondo, dalla California all’Australia, dalla Turchia alla Sardegna fino alla fredda Siberia. “Questi fenomeni – come riporta il sito GreenMe – sono sempre più frequenti, destinati ad accadere sempre più spesso e con effetti incontrollati, andando a colpire anche regioni del Pianeta finora minimamente interessate dal fenomeno”, pensiamo appunto alla Siberia.

Quanto riportato dal sito è quanto emerge da un rapporto delle Nazioni Unite, che prevede un aumento degli incendi estremi del 14% entro la fine di questo decennio, del 30% entro il 2050 e del 50% per la fine del secolo. Senza dubbio le previsioni sono allarmanti e dovrebbero spingere i governi ad azioni volte alla prevenzione e al contenimento di questo fenomeno.

Il punto sulla prevenzione

Il rapporto contiene anche indicazioni su come la risposta agli incendi dovrà adattarsi alle nuove condizioni. Importante è porre l’attenzione sul fatto che al momento la tattica adattata è quella di curare piuttosto che prevenire, infatti, oltre metà dei fondi viene spesa per domare le fiamme.

Tuttavia, i ricercatori ci tengono a sottolineare che i danni si ridurrebbero in maniera significativa se solo due i due terzi di suddetti fondi venissero destinati alla prevenzione dei roghi, piuttosto che al loro contenimento. Solo un terzo, infatti, dovrebbe essere destinato al cosiddetto curare.

Dobbiamo ridurre al minimo il rischio di incendi estremi essendo più preparati: investire di più nella riduzione del rischio di incendio, lavorare con le comunità locali e rafforzare l’impegno globale per combattere il cambiamento climatico“, ha affermato Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP, come si legge sul documento ufficiale.

Come chiaramente riportato sul rapporto Spreading like Wildfire: The Rising Threat of Extraordinary Landscape Fires, L’UNEP sta lanciando un appello urgente ai governi per ripensare il loro approccio agli incendi estremi. L’azione parte proprio richiedendo una nuova “formula antincendio” e riconoscendo l’importante ruolo del ripristino dell’ecosistema, solo così, secondo quanto riportato, possiamo ridurre al minimo il rischio di incendi estremi (essendo di fatto meglio preparati).

Lo scenario nel 2100

Se il 2050 (data in cui in mare ci sarà più plastica che pesci) promette conseguenze disastrose, il 2100 si presenta come ancora più spaventoso.

L’aumento si appresterebbe al 50% e gli esperti segnalano inoltre che gli incendi potrebbero essere responsabili di decine di migliaia di morti al mondo ogni anno, a causa delle emissioni rilasciate. L’aumento delle temperature e i venti più forti, inoltre, rendono più probabili questi incendi assieme a disastri meteorologici di grave entità.

Come riporta ANSA, per prevenire tali fenomeni, gli autori dello studio chiedono “una combinazione di dati e sistemi di monitoraggio basati sulla scienza, conoscenze indigene e una più forte cooperazione regionale e internazionale“. Le risposte dei governi spesso “mettono i soldi nel posto sbagliato“. Nel rapporto si legge anche che: “è necessario supportare gli operatori dei servizi di emergenza e i vigili del fuoco che sono in prima linea e rischiano la vita per combattere gli incendi boschivi”. Quel che si osserva infine è che “gli incendi colpiscono in modo sproporzionato le nazioni più povere del mondo“. Tra le altre cose, il rapporto suggerisce per quanto riguarda la prevenzione, di investire “nel ripristino degli ecosistemi e delle zone umide, nella reintroduzione di specie come i castori, edificare a distanza dalla vegetazione e mantenere spazi aperti“.

Le ripercussioni sulla salute delle persone

Come afferma Massimo Magi, medico di famiglia e Segretario Regionale Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) a La repubblica, ci sono diversi ambiti da non trascurare: “A livello oculare la carbonizzazione del legno può rilasciare sostanze che irritano la congiuntiva dell’occhio, la membrana sottile che riveste la superficie interna delle palpebre e quella anteriore del bulbo oculare. E a livello cutaneo, ustioni a parte, si possono manifestare dermatiti irritative, dolorose e pruriginose“, sottolinea il medico.

Inoltre, i soggetti più colpiti sarebbero quelli fragili: “Penso agli anziani, sottoposti a uno stress respiratorio che compromette un quadro cardiopolmonare non ottimale, peggiorato da temperature e tasso di umidità elevati – afferma Magi, e aggiunge – ma anche a soggetti asmatici, o affetti da Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva), malattia caratterizzata da un’ostruzione delle vie aeree irreversibile”.

Non bisogna dimenticare poi “gli operatori che affrontano gli incendi in prima linea. Vigili del fuoco, volontari, membri del corpo forestale, costretti a inalare aria ad alte temperature, responsabile di ustioni delle mucose e bronchiti, spesso con secrezioni, e polmoniti“, conclude.

A rischio sarebbero proprio i polmoni

Come riporta Magi, non esisterebbero al momento esami specifici per monitorare le conseguenze dell’esposizione al fumo. “Oltre all’esame clinico e alla visita medica, sono gli stessi esami che utilizziamo per monitorare l’evoluzione delle patologie polmonari di base – afferma, aggiungendo – c’è il saturimetro che misura la quantità di ossigeno nel sangue, utile anche in queste circostanze, oggi diventato uno strumento conosciuto e di facile utilizzo, presente in ogni casa come il termometro”.

Come in ogni altra situazione, in condizioni particolari si possono fare esami più approfonditi. “Pensiamo a un soggetto asmatico: la spirometria sarà utile a valutare la capacità respiratoria residua, magari integrata da una radiografia o una Tac del torace, dove necessario – riporta il medico, concludendo – E non bisogna trascurare alcuni accorgimenti per chi vive in zone limitrofe agli incendi: rimanere in casa, soprattutto nelle prime ore, e all’aperto utilizzare mascherine che filtrino l’aria“.

Secondo i ricercatori, la responsabilità dell’aumento di tale fenomeno sarebbe da ascriversi all’aumento delle temperature in conseguenza del riscaldamento globale: l’aria sempre più calda secca alberi e piante che prendono fuoco con molta facilità. Nonostante la gravità della situazione però, come riportato nel report, nulla è perduto e siamo ancora in tempo per cambiare le cose.