27 Settembre 2022

Quello che vi siete persi per seguire la guerra Usa-Russia in Ucraina #nonallineati

Mentre seguite la guerra tra Usa e Russia, in Libia le divisioni politiche si intersecano con quelle geografiche e finanziarie; in Iraq la crisi istituzionale sembra non avere vie d’uscita; l’Arabia saudita, intanto, cerca di mettere in piedi una propria produzione di droni

Libia: scissione perenne

L’8 febbraio, l’organizzazione Human Right Watch ha riferito che il Battaglione Tarek Bin Ziyad, affiliato alle autoproclamate Forze armate libiche arabe, ha arrestato arbitrariamente oltre 50 abitanti di Derna, in un’operazione correlata all’evasione di massa dalla prigione della città, avvenuta lo scorso 16 gennaio. Quattro giorni dopo, cinque evasi, tutti provenienti da Derna, erano stati catturati e portati nella prigione Garnada, vicino ad al-Bayda, ma qui il Battaglione ha condotto anche una cinquantina di persone, tra ex detenuti, con i loro familiari, e parenti degli evasi. Intanto, il paese è preda di una crisi politica che rischia di riprodurre la precedente divisione tra due governi. A febbraio, infatti, la Camera dei deputati, con sede a Tobruk, ha votato la formazione di un nuovo governo transitorio, presieduto da Fathi Bashagha, ma a questa decisione si era opposto il primo ministro Abdel Hamid Dbeibah, che finora rifiuta di cedere il potere, facendo leva sul riconoscimento internazionale del suo ruolo. Le Nazioni unite premono per un negoziato tra il Consiglio di Stato e il Consiglio presidenziale, per creare un quadro costituzionale idoneo all’organizzazione di nuove elezioni, nel più breve tempo possibile. Tuttavia, la presenza nel governo Bashagha di diversi ministri fedeli al generale della Cirenaica Khalifa Haftar è considerata inaccettabile dai notabili di Tripoli. Persino la banca nazionale è scissa tra Est e Ovest, ma il peso maggiore va al ramo tripolino, che controlla i guadagni provenienti dalle esportazioni: il suo schieramento per Bashagha o Dbeibah potrebbe essere determinante. Significativa sarà anche la posizione della Compagnia del petrolio (integrata nelle istituzioni), che nei giorni scorsi ha registrato perdite significative a causa della sospensione della produzione di oro nero dai due giacimenti di al-Shahara e di al-Fil. La motivazione ufficiale è un attacco subito da un gruppo armato, ma le attività sono riprese due giorni dopo.

Iraq: che fare?

Il 5 febbraio, il parlamento iracheno ha riaperto le candidature alla presidenza, dopo aver rinviato a data da definirsi le operazioni di voto previste per il 7, a causa delle tensioni politiche che paralizzano le istituzioni. Infatti, nessuna coalizione parlamentare è stata formata dopo le elezioni legislative del 10 ottobre scorso. Non accenna a sopirsi, inoltre, l’antagonismo tra i due principali esponenti politici sciiti, Moqtada al-Sadr, che vorrebbe disfarsi dell’influenza iraniana sull’Iraq ed è sostenuto dal Partito democratico del Kurdistan di Massoud Barzani e dal presidente del parlamento, Mohammed al-Halboussi. Sul fronte opposto, si trovano invece forze politiche sciite filoiraniane, come l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, l’alleanza al-Fatah e l’Unione patriottica del Kurdistan. Intanto, una grave crisi economica colpisce la popolazione, aggravata dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, tra conflitto in Ucraina e speculazioni dei commercianti. Un fenomeno che colpisce anche il Libano, con cui l’Iraq cerca in questa fase di rafforzare i rapporti di cooperazione. Nella regione autonoma curda, inoltre, i lavoratori del settore pubblico hanno scioperato, il 6 marzo, per il mancato pagamento degli stipendi di febbraio. Sul piano degli investimenti esteri, un’inchiesta interna condotta sul periodo 2011 – 2019 dalla compagnia per le telecomunicazioni svedese Ericsson, la direzione di quest’ultima avrebbe speso in modo sospetto milioni di dollari, tra fondi neri, viaggi di rappresentanza, tangenti per proseguire le attività in Iraq, malgrado la presenza dei cartelli del jihad. Ericsson, peraltro, ha un ruolo fondamentale nella concorrenza sino-americana per accaparrarsi la fetta più grande possibile del mercato globale delle telecomunicazioni.

Arabia saudita: prove di autosufficienza difensiva

Mentre l’Iran lancia in orbita il satellite Noor-2, l’Arabia saudita conta di spendere la metà delle sue spese militari totali per dare vita, di qui al 2030, a una potente industria per gli armamenti, che possa rappresentare in futuro una delle principali fonti di reddito del paese. In particolare, Riyadh ha incaricato l’Industria militare dell’Arabia Saudita (Imas), con cui aveva firmato un accordo lo scorso ottobre, di produrre droni. L’annuncio è stato dato durante l’esposizione mondiale della Difesa, considerato essenziale dalla monarchia saudita per promuovere l’innovazione nel settore degli armamenti, mentre il primo modello di drone prodotto è lo Sky Guardian. Contestualmente, Riyadh ha siglato un accordo con la Cina per fabbricare droni nel territorio del regno, che dovrebbe favorire la fondazione di centri per la ricerca e lo sviluppo. Inoltre, sempre in Arabia saudita, verranno prodotte due componenti essenziali del sistema di difesa antimissile ad altitudine elevata, Lockheed Martin’s. Contestualmente, Riyadh continua a impegnarsi in prima linea per arginare l’influenza iraniana in Medio Oriente: agli inizi di febbraio, ha siglato con Parigi un accordo per il finanziamento delle organizzazioni non governative, in particolare quelle operanti nei settori sanitario, scolastico, e quelle che si occupano della distribuzione di generi di prima necessità alle componenti sociali più vulnerabili.