22 Maggio 2022

Dissesto idrogeologico: 94% dei comuni a rischio. Italia sempre più fragile

Otto milioni di persone vivono in aree ad alta pericolosità. Il 93,9% dei comuni italiani è a rischio. I risultati del rapporto dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale guidato dal Ministero per la Transizione Ecologica, presentato il 7 marzo con i risultati relativi al dicembre 2021. Il fenomeno è in avanzamento.

Il dissesto idrogeologico

Si tratta di un tema di grande rilevanza in Italia e per il quale si fa davvero poco. Il dissesto idrogeologico costituisce infatti un grave pericolo per gli impatti che ha sulla popolazione, sull’ambiente, i beni culturali e sul tessuto economico del Paese. Oltre alle sue caratteristiche climatiche, morfologiche e geologiche, il problema è dovuto al fatto che l’Italia ha continuato a costruire edifici in zone soggette a frane e alluvioni, incrementando le aree urbane a rischio. I cambiamenti climatici fanno il resto, con un aumento delle piogge intense e il conseguente incremento di frane superficiali, colate di detriti e piene rapide e improvvise. L’unico segnale positivo arriva dalle coste, con i litorali in avanzamento che sono in aumento rispetto a quelli che arretrano. “Non c’è ripresa se non c’è manutenzione del territorio”, ha sottolineato Roberto Antonini dell’agenzia DIRE, che ha moderato la presentazione del rapporto. A fargli eco il presidente dell’Ispra Stefano Laporta, che ha spiegato: “I dati sono eloquenti e fondamentali per le decisioni nell’ambito delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico, comprese quelle previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dal programma per la Transizione Ecologica”.

Le persone a rischio

Come già accennato, sono otto milioni le persone che vivono in zone a rischio frane e alluvioni. Di queste, oltre 540mila famiglie, per un totale di un milione e trecentomila abitanti, vivono in zone a rischio frane, mentre circa tre milioni di famiglie e quasi sette milioni di abitanti sono in zone a rischio alluvione. La maggior parte di loro vive in Emilia Romagna, ovvero quasi tre milioni di cittadini. A seguire il pericolo più forte riguarda la Toscana, con più di un milione, la Campania, con oltre 580 mila persone, il Veneto, con 575 mila, la Lombardia e la Liguria, rispettivamente con 475 mila e 366 mila persone.

La cementificazione incontrollata

Il rapporto sottolinea anche la gravità della cementificazione incontrollata, sia abitativa che industriale, che ha portato le superfici artificiali al 7,11% del 2020, rispetto al 2,7% degli anni Cinquanta. L’abbandono delle aree rurali, montane e collinari, ha determinato, inoltre, un mancato presidio e manutenzione del territorio. Su un totale di oltre 14 milioni di edifici, 565 mila, ovvero il 3,9% dell’edilizia abitativa, sono ubicati in zone di elevata e molto elevata pericolosità per quanto riguarda le frane. Molti di più quelli costruiti in aree inondabili a rischio medio, ovvero 1,5 milioni, corrispondenti al 10,7%. Per le industrie e i servizi, invece, sono oltre 84 mila quelli di pericolosità elevata e molto elevata, a causa delle frane che potrebbero avvenire, mettendo a rischio la vita di 220 mila persone. Non confortano anche qui i dati degli edifici a rischio inondazione: superano i 640 mila, ovvero il 13,4%.

Il patrimonio culturale

Per ciò che riguarda i Beni Culturali, il rapporto prende in esame anche gli eventi estremi, quelli meno probabili, perché, nella malaugurata ipotesi avvenissero, creerebbero danni inestimabili e irreversibili. I numeri parlano chiaro: degli oltre 213 mila beni architettonici, monumentali e archeologici, 12 mila si trovano in aree soggette a fenomeni franosi di elevata pericolosità. A rischio alluvioni sono quasi 34 mila in pericolo medio, 50 mila se si considera, come detto, eventi estremi.

Le coste

L’unico dato incoraggiante, anche se modesto, riguarda le coste, poiché negli ultimi anni molto si è fatto per proteggerle con opere di difesa rigide. Questo ha portato ad un avanzamento dei litorali. Nel periodo 2007 – 2019, il risultato è che il 20% dei litorali italiani risulta in avanzamento, mentre il 17,9% in arretramento. Rispetto al 2000-2007, aumentano quindi i litorali stabili e in avanzamento e diminuiscono dell’1% quelli in erosione. La costa in erosione è però superiore a quella in avanzamento in Sardegna, Basilicata, Puglia, Lazio e Campania. A guidare la classifica è la Calabria con 161 chilometri di costa in erosione, seguita dalla Sicilia con 139 chilometri, la Sardegna con 116 e la Puglia con 95 chilometri di costa sparita.